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Real Madrid e Barcellona non sono enti no profit. Così l'Ue potrebbe punire la Spagna calcistica

Francesco Caremani
Nel paese iberico le squadre di calcio sono considerate società a responsabilità limitata ai fini fiscali, nonostante questo, per oltre venticinque anni (dal 1990), Real Madrid, Barcellona, Athletic Bilbao e Osasuna hanno usufruito di un’aliquota più bassa del 5 per cento, senza alcun motivo.

Real Madrid e Barcellona sono state trattate come enti non profit dallo Stato spagnolo. Lo ha certificato la Commissione europea dopo tre indagini separate e lo ha annunciato oggi la danese Margrethe Vestager, Commissario europeo per la concorrenza, secondo la quale utilizzare il denaro dei contribuenti per finanziare società di calcio professionistiche è sleale. Stiamo parlando dei primi due club della Football Money League redatta da Deloitte: nel report 2016 vantano rispettivamente 577 e 560,8 milioni di euro di ricavi. In Spagna le squadre di calcio sono considerate società a responsabilità limitata ai fini fiscali, nonostante questo, per oltre venticinque anni (dal 1990), Real Madrid, Barcellona, Athletic Bilbao e Osasuna hanno usufruito di un’aliquota più bassa del 5 per cento, senza alcun motivo. La somma che dovranno restituire, secondo le informazioni in possesso della Commissione, non sarà superiore ai 5 milioni di euro ciascuna, ma l’importo preciso sarà determinato dalle autorità spagnole che effettueranno il recupero. Sotto la lente d’ingrandimento è finito anche l’accordo tra Real Madrid e amministrazione cittadina per alcuni terreni adiacenti il Santiago Bernabeu, valutati 400.000 euro nel 1998 e stimati oltre i 22 milioni nel 2011, per compensare un inadempimento contrattuale del 1991. Adesso le Merengues devono restituire 18,4 milioni di euro.

 


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A Valencia, Hercules ed Elche sono stati contestati i prestiti loro concessi dall’Instituto Valenciano de Finanzas, dal 2009 al 2013, con condizioni più favorevoli rispetto a quelle di mercato e senza specifiche garanzie, per un valore totale di 120 milioni. Club che, secondo la Commissione europea, dovranno rispettivamente restituire 20,4 milioni di euro, 6,1 e 3,7. Operazione nella quale sarebbe coinvolta Bankia, l’istituto di credito spagnolo nato nel 2010 dalla fusione di sette banche, divenendo l’emblema della crisi bancaria spagnola e della bolla immobiliare che ha colpito il Paese. Ma non è finita qui, perché tre europarlamentari, Daniel Dalton, Sander Loones e Ramon Termosa, alcuni mesi fa hanno chiesto alla Commissione di verificare che il passaggio di Gareth Bale dal Tottenham Hotspur al Real Madrid per 101 milioni di euro non nascondesse aiuti di Stato, incompatibili con le norme europee a tutela della concorrenza. Dopo che il sito Football Leaks aveva pubblicato a gennaio il contratto stipulato dai due club.

 

Secondo l’europarlamentare e giornalista olandese Derk Jan Eppink, Bankia sarebbe stata garante per l’acquisto, come ha pure scritto il Telegraph. Banca che nel 2017 dovrebbe tornare privata, dopo gli interventi del governo spagnolo nel 2012 con una parziale nazionalizzazione dell’istituto, costata decine di miliardi di euro. La stessa che avrebbe prestato 76 milioni al Real Madrid per acquistare Kakà e Cristiano Ronaldo, una delle cause dello scampato fallimento. Tutto questo mentre il calcio spagnolo già annaspava tra debiti e difficoltà finanziarie, crisi che dopo pochi anni ha colpito tutto il movimento sportivo iberico.

 

Nel frattempo la Spagna ha modificato la legge Beckham, che da un lato permetteva alle imprese spagnole di assumere personale estero qualificato attirandolo con un’aliquota del 24 per cento sulle tasse, ma che di fatto aiutava impunemente i club spagnoli che potevano così acquistare i calciatori stranieri più forti negoziando condizioni migliori sul contratto; considerando che in Premier League era del 50 per cento, 45 per cento in Germania e 43 in Italia. Una sperequazione che per anni ha condizionato il calciomercato e che è stata sanata solamente a partire dal 2015, dopo la riforma fiscale del ministro delle finanze Cristobal Montoro, che ha portato quell’aliquota al 47 per cento. Controlli la Commissione europea li ha effettuati anche su alcuni club olandesi, NEC, MVV, Willem II, PSV e FC Den Bosch, senza però riscontrare violazioni alle norme europee sulla concorrenza. Gli stessi che toccarono Milan, Roma, Lazio, Parma e Inter ai tempi del decreto salva-calcio, pure in quel caso la procedura si concluse senza alcuna sanzione per le società italiane. I provvedimenti presi contro le squadre spagnole sono un evento senza precedenti nel calcio mondiale, sancendo definitivamente che lo sport professionistico è un’attività economica (e come tale andrebbe trattato in ogni Paese Ue) ma con alcune pecche: arrivano in ritardo, da quello che si evince non tutto è stato controllato, di quegli aiuti hanno usufruito e i titoli sportivi non tornano indietro.

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