Un'immagine della prima partita della Nazionale italiana di hockey ghiaccio alle Olimpiadi invernali 2026 (foto LaPresse)
milano-cortina 2026
L'hockey unì Milano e Cortina prima di Milano-Cortina 2026
Nella stagione agonistica 1998-1999 la Federazione italiana Sport del ghiaccio negò ai biancoazzurri ampezzani la possibilità di giocare in casa le loro partite. Fu necessario un trasferimento (con fusione) a Milano per evitare che la squadra vincitrice di 15 campionati nazionali sparisse
Milano capitale, Cortina succursale. La “coppia di fatto” olimpica ha radici lontane prima del boom, quando non poche ragazze montanare scendevano a valle per migrare nella metropoli a fare le domestiche, senza nemmeno il nobilitante, odierno sostantivo di collaboratrici. Vennero gli anni Ottanta, quando le berline giocavano a battere il record delle tre ore per sedere al Camineto o allo scoperto del palaghiaccio: sole, whisky e sei in pole position, solo per gli occhi di James Bond.
Proprio la struttura progettata da Mario Ghedina, Oreste de Lotto e Antonio Cancian per i Giochi del 1956, immortalata appunto nella sigla e nelle fasi iniziali di “Vacanze di Natale” (quello vero), divenne l’involontaria causa di un altro trasloco, misconosciuto se non agli affezionati dell’hockey: la perdurante assenza di una copertura, iconica grazie alle pattinate di Stefania Sandrelli e Marilù Tolo, fu il motivo per cui nella stagione agonistica 1998-1999 la Federazione italiana Sport del ghiaccio negò ai biancoazzurri ampezzani, latori di ben quindici titoli nazionali – oggi sono diciotto – il diritto a disputarvi le proprie gare casalinghe, operando una stretta in linea con i tempi a venire.
Era un periodo di riflusso per le stecche italiane, ormai abituate a pascolare per mesi nell’Alpenliga delle trasferte austriache e slovene, in perenne ricerca di una conformazione stabile che consentisse al movimento di uscire dall’ombra d’interesse stanziale quasi solo nelle valli dolomitiche e dell’Altopiano. Per quell’anno di fine secolo, poi, il regolamento astruso del bistrattato torneo interno prevedeva che le squadre partissero in regular season con la metà dei punti racimolati a livello internazionale; dopo due gironi di andata e ritorno scattavano i playoff senza pareggio, col ricorso ai sempre spasmodici shoot-out per decretare la vincente.
In tale transizione, la dirigenza cortinese si trovò davanti a un aut-aut: fare i bagagli verso una località abilitata dal tetto per gli spalti, oppure rinunciare all’iscrizione senza guardare in faccia al palmarès da nobile decaduta. Soccorse allora Alvise di Canossa, capo della Saima Avandero leader nelle spedizioni logistiche, e perciò sponsor dell’Hockey Club Milano: l’imprenditore, oggi attivo in ambito artistico, offrì la fusione alla società veneta fondata nel 1924, che divenne così la Sportivi Ghiaccio Cortina Milano. Dopo i Vanzina, ma prima dell’azzardo di Luca Zaia e Giovanni Malagò.
Per un paio d’anni, delle Regole rimase un pugno di talenti locali come Alex Ghedina, Alberto Scapinello e Giorgio De Bettin; sotto le nuove insegne si davano da fare il gardenese Kristian Comploj e il bielorusso Aljaksandr Hal'čanjuk sr., il leader Maurizio Bortolussi e l’immancabile pattuglia canadese con David Struch e Kevin Riehl. La nuova casa, pur provvisoria, divenne l’Agorà coperta di via dei Ciclamini, fermata Inganni.
Reduce dal decimo posto nell’Alpenliga, il Cortina Milano con 33 punti concluse terzo il girone da sole nove squadre, raggiungendo la semifinale per lo scudetto e perdendola nettamente contro i futuri campioni d’Italia del Merano per tre gare a una (parziali 1-4, 3-6, 7-6, 2-7). Il connubio fra il management milanese e la tradizione di montagna si arrese anche al Vipiteno nella pleonastica finale per il 3° e 4° posto, al meglio delle due partite.
L’anno successivo, incipienti problemi attanagliarono anche il fragile accordo, che decise di iscriversi addirittura al campionato francese con la denominazione di “Junior Milano”, prevalendo nella seconda fase. Scocca il 2000, e anche l’adozione lombarda conobbe la sua fine: l’hockey cortinese ripiega alla Serie B e sospende l’attività per la stagione 2002-2003, prima di rinascere con lo scudetto 2007 nell’impianto ormai coperto di via Bonacossa.
Proprio quello, settantenne, che oggi sta ospitando i match olimpici di curling, mentre l’hockey dei Giochi (onorevole il debutto azzurro, sconfitto 2-5 dalla Svezia) ha trovato sede nelle arene ad hoc di Rogoredo. Sic transit, la gloria delle grandi opere.