Foto LaPresse
milano-cortina 2026
Le altre Olimpiadi
Grandi nazioni con piccole delegazioni, piccole nazioni con grandi aspettative. Sotto i riflettori olimpici tante storie che non saranno raccontate al grande pubblico, ma che saranno protagoniste tra le bandiere che sfilano a Milano
San Siro si accende con la cerimonia d’apertura di Milano-Cortina 2026 e, mentre il mondo ammirerà gli atleti di prima fascia, sfilerà un’altra olimpiade. Quella delle delegazioni più piccole, le micronazioni, quella di paesi che non conoscono la neve e il ghiaccio ma che saranno tra quelle bandiere come curiosità geografiche. Sono tanti i motivi per cui i Giochi invernali sono l’evento sportivo più sbilanciato di sempre. Dove l’India, quasi un miliardo e mezzo di abitanti e un’estesa regione himalayana, schiera appena due atleti, mentre il Liechtenstein, 40.000 cittadini incastonati tra Svizzera e Austria, ne porta addirittura otto ed è una delle grandi potenze olimpiche per “medaglie pro capite”, ben 10 tra cui i due ori di Hanni Wenzel.
Dal grande caldo a Cortina
Contano i soldi, ma non solo. Partiamo dal Venezuela, dove l’ultimo ghiacciaio è scomparso nel 2024, che presenta Nicolás Claveau-Laviolette nello sci di fondo. E non è l’unico atleta ad essere da solo. Ci sono anche la Colombia, la Bolivia e l’Uruguay. Tutto il continente sudamericano, esclusa l’Argentina che ne schiera giusto qualcuno in più, si presenta a queste Olimpiadi come una simbolica dichiarazione d’esistenza. La stessa situazione si replica in Africa. Nigeria e Kenya, giganti demografici ed economici del continente, arrivano con tre sportivi in tutto: il Kenya, patria dei dominatori mondiali della corsa, ha due rappresentanti di cui una, Sabrina Simader, è cresciuta in Austria. Insomma il destino di molti è legato alla geografia. C’è chi ha fatto di questa narrazione un film di culto, ma non tutti possono essere la Giamaica del bob. Ci sono storie che non sono diventate così famose, ad esempio quella di Shiva Keshavan, lo slittinista indiano che ha partecipato a sei edizioni consecutive dei Giochi dal 1998 al 2018.
Anche Marocco, Azerbaigian, Kirghizistan e Uzbekistan hanno due atleti ciascuno. Parliamo di paesi con montagne, con inverni rigidi, ma senza la tradizione o le risorse per sviluppare sport che richiedono impianti costosi con manutenzione continua e coach specializzati. Anche il Libano, con le sue stazioni sciistiche a un’ora da Beirut, ne schiera due. Perfino Haiti e Madagascar, dove il freddo è più unico che raro, hanno trovato il modo di mandarne un paio a testa. È geopolitica in forma sportiva: esserci conta più che vincere.
I piccoli che sognano da grandi
Poi ci sono le micronazioni vere, quelle che sulla carta sono talvolta perfino più piccole della loro rappresentanza. L’elenco è lungo: abbiamo Malta, Monaco e San Marino con un atleta, idem San Marino, poi Cipro e Lussemburgo con due ciascuno. Piccoli stati che negli sport estivi fanno la loro comparsa, ma che d’inverno diventano quasi invisibili. Eppure partecipano, perché l’universalismo olimpico produce queste situazioni affascinanti. E poi c’è l’Islanda, il contro-paradosso: un paese, fatto di ghiacciai e inverni polari, che schiera appena quattro atleti. Ma la geografia aiuta anche i più piccoli. Andorra, ad esempio, ha sette atleti e sfrutta al meglio la propria collocazione pirenaica: le piste da sci non mancano, i turisti nemmeno e il movimento sportivo ne giova. Il Liechtenstein ne ha addirittura otto, ma è una categoria a parte: è una piccola potenza olimpica che nei Giochi invernali ha vinto dieci medaglie, più di paesi cento volte più grandi.
Queste sono le Olimpiadi parallele, quella che non fanno medaglie ma raccontano altro. Racconta di paesi che vogliono dimostrare di esistere sulla scena globale, anche se la neve e il ghiaccio sono fenomeni sconosciuti. Stasera a San Siro sfileranno tutti, dall’immensa rappresentanza Stati Uniti agli atleti solitari di Benin, Eritrea, Guinea-Bissau, Pakistan, Porto Rico e Singapore. E per qualche secondo, nella retorica olimpica dell’uguaglianza tra nazioni, sembrerà che contino tutti davvero allo stesso modo. Poi inizieranno le gare, e l’Islanda tornerà nel suo inspiegabile anonimato, mentre l’Italia cercherà di battere il proprio record di medaglie. Le altre Olimpiadi, quelle della rappresentanza, vivono di questi paradossi. E forse è proprio questo che le rende interessanti.
Olimpiadi peggio che nella steppa?
Il catalogo banalotto del Nyt sui mali delle Olimpiadi di Milano-Cortina, manca solo lo Yeti
verso milano-cortina