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Pechino 2022

La sfida che sembrava impossibile del bob in Giamaica

Moris Gasparri

Nelle vicende del bob giamaicano non c’è nulla di picaresco e scanzonato, sia nella sua storia di fondazione, che in quella attuale

È universalmente riconosciuto come nel confronto fra il rito olimpico estivo e quello invernale, la bilancia del riconoscimento popolare e della partecipazione emotiva del pubblico penda considerevolmente a favore del primo appuntamento. Le Olimpiadi estive vincono il confronto in maniera schiacciante, sia per la provenienza plurimillenaria, contrapposta alla “gioventù” di un evento che non ha ancora raggiunto il secolo di vita, che per il diverso posizionamento temporale nel calendario, sia infine per il grado incomparabile del coinvolgimento della popolazione globale nelle discipline e nelle gare dei rispettivi programmi. Tra le poche cose in grado di rovesciare questi rapporti di forza apparentemente immutabili c’è però il cinema americano, e la sua capacità di creare immaginario. Nell’ultimo trentennio l’iconologia delle emozioni olimpiche ha trovato negli sfondi ghiacciati dei Giochi invernali un luogo di felice sperimentazione creativa. Correva l’anno 1993, quando Disney pensò di regalare al pubblico mondiale Cool Runnings, sceneggiando la storia della prima nazionale giamaicana di bob a partecipare ai Giochi invernali, nell’edizione di Calgary ’88.

Una sfida sportiva ai limiti imposti dalla geografia, dal clima, dalla storia e dall’apparente buonsenso, carica di fascino, con un epilogo diventato iconico, fatto di un clamoroso rovesciamento nella terza manche, dopo aver addirittura ottenuto il settimo tempo nella fase di spinta, e di un arrivo da “sconfitti vittoriosi” in mezzo a due ali di folla plaudente, condito nel film da un clima di simpatia e allegria caraibiche espresso in forme macchiettistiche dai vari personaggi (motivo per cui nell’ambito degli studi post-coloniali Cool Runnings non è stato risparmiato da critiche, reo di esibire un’immagine stereotipata della Giamaica e un vitalismo naturalistico black guidato e plasmato dalla razionalità bianca, anche se John Candy nel film non ha esattamente le sembianze del fattore coloniale). Insomma, Cool Runnings ha creato una sua epica, un successo planetario utilizzato dallo stesso Cio.

Poche vicende affascinano, nello studio delle culture sportive globali, quanto la storia dei bobbisti giamaicani, e l’effetto globale prodotto dal film ne è ovviamente il fattore principale. È talmente forte l’eco di Cool Runnings che a ogni tornata olimpica invernale il bob giamaicano diventa protagonista dell’agenda mediatica, soprattutto nordamericana, nonostante siano ormai passati più di tre decenni dall’impresa canadese. A Pyeongchang nel 2018 a fare notizia fu la prima rappresentanza femminile giamaicana nel bob a 2, mentre ai Giochi di Pechino a tenere banco è un nuovo risultato storico: la qualificazione di ben tre equipaggi sulle quattro gare in programma, prima volta della compresenza maschile e femminile, e soprattutto il ritorno in gara dell’ormai mitologico bob a 4 maschile, assente addirittura dai Giochi di Salt Lake City nel 2002. 

 

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Tuttavia c’è un fondo sportivo e agonistico che resta fuori dall’immaginario e dalla comprensione del grande pubblico. Nelle vicende del bob giamaicano non c’è nulla di picaresco e scanzonato, sia nella sua storia di fondazione, che in quella attuale. Stiamo parlando di un’esperienza interessante da comprendere nella sua genesi e nel suo sviluppo proprio in senso agonistico, come caso di formazione di una cultura sportiva, per quanto piccola, sottofinanziata e artigianale.

Partiamo dalla storia di fondazione, e proviamo a raccontarla in maniera originale. In un’ipotetica classifica degli Sport Thinkers del 1988 lo spazio riservato agli eroi del bob giamaicano sarebbe stato fitto. Proviamo a immaginare le motivazioni: George Fitch, burocrate americano impegnato nell’isola per coordinare il piano commerciale caraibico voluto da Reagan, per aver disputato davanti a un bicchiere di rum su quale fosse lo sport più adatto in un’ipotetica partecipazione di atleti giamaicani alle Olimpiadi invernali, e aver individuato nel bob quello giusto, regalandoci una grande esercitazione intellettuale sullo sport come teatro delle possibilità del corpo e dell’ingegno, e anche un atto di grande generosità, perché fu lui a finanziare in misura principale la prima storica avventura olimpica. Secondo nominato il colonnello Ken Barnes, il principale dirigente dello sport giamaicano negli anni Ottanta del secolo scorso (nonché padre della stella del Liverpool John Barnes), per aver subito creduto all’idea di Fitch e prontamente messo a disposizione per il reclutamento alcuni atleti in forza all’esercito, che per la loro formazione agonistica e militare assicurarono da subito grande dedizione al progetto. Sempre sullo sport come teatro delle possibilità corporee, Barnes va citato anche per l’intuizione che un pilota di elicotteri, Dudley Stokes, avrebbe avuto le capacità di coordinazione mano-occhio adatte per pilotare un bob, come poi effettivamente accaduto l’anno successivo a Calgary. Terzo nominato il compianto allenatore austriaco Sepp Haidacher, per aver insegnato nell’autunno del 1987 i rudimenti al gruppo in trasferta sulle Alpi austriache a Igls, e soprattutto per averli presi sul serio, tanto che alla sua morte avvenuta nel 2019 in Giamaica è stato omaggiato come il Godfather del bob giamaicano. Infine il Principe Alberto di Monaco, per essersi opposto al ripensamento del Cio, che voleva tardivamente estromettere il tram giamaicano dalla partecipazione a Calgary. 

Passando invece al presente, il record di equipaggi in una partecipazione olimpica, rafforzato dal fatto che i criteri di accesso sono oggi molto più selettivi rispetto al passato, non è casuale, ma testimonia della costruzione nel tempo di una cultura sportiva, che segue i consueti meccanismi di trasmissione generazionale in cui i primi pionieri sono ora diventati dirigenti, con gli atleti attuali cresciuti nel loro mito ispirativo. La domanda da un milione di dollari è: potrà la Giamaica con i suoi bobbisti arrivare a vincere la sua prima medaglia olimpica invernale? Su questo punto andrebbe ricordato che in realtà un bobbista giamaicano, Lascelles Brown, ha già vinto due medaglie olimpiche, nel 2006 e nel 2010, gareggiando però da naturalizzato per il Canada. Ovviamente nel bob, oltre alle capacità atletiche e agonistiche, contano potenza economica, ingegneristica e infrastrutturale, ostacoli apparentemente troppo grandi per la conquista di questo traguardo. Da questo punto di vista sarà interessante seguire già da Pechino gli sviluppi della gara del monobob, riservata per il momento solo alle atlete, ma che contiene una novità importante, perché per la prima volta tutti gli atleti competeranno da regolamento con lo stesso mezzo. 

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Pur restando il cronico problema dei finanziamenti, con il crowdfunding attivato a ogni partecipazione olimpica, dall’arrivo di Chris Stokes (fratello del già citato Dudley e anche lui sul mitologico bob che si rovesciò) alla guida della federazione bobbistica giamaicana si registra però una mentalità organizzativa diversa. Il segnale delle ambizioni è stata la realizzazione nell’estate del 2019 della prima pista per le prove di spinta mai costruita nell’isola caraibica, che finalmente consente ai bobbisti giamaicani di poter provare il fondamentale decisivo lungo tutto l’arco dell’anno, evitando lunghe trasferte. Difficile prevedere se gli esiti di questi sforzi saranno un giorno premiati dal più ambito dei riconoscimenti, ma sicuramente per gli amanti dello sport e delle grandi sfide si tratta di una ricerca necessaria, e di un’altrettanto necessaria attesa. 

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