Ansa
La partita del potere
Lo sport abdica all'ambizione di essere spazio neutro e torna ad essere ideologia politica
Da Putin a Trump, passando per Xi Jinping e Mohammed Bin Salman, lo sport non è solo un gioco ma costruisce una "visione" e il corpo che combatte, vince e domina è una forma di narrazione politica più potente di qualunque discorso
La partita del potere (Egea, 2026) di Moris Gasparri non è un libro sullo sport, ma un saggio sull’arte del comando. Lo sport è infatti la grammatica scelta da Gasparri, uno degli studiosi più infaticabili, lucidi ed esperti della materia (lo avete letto qui sopra), per osservare la forma contemporanea del potere, la sua capacità di costruire consenso, disciplinare i corpi, definire una visione che usa lo sport e i grandi eventi internazionali come strumento di geopolitica. La tesi è netta e disturbante in modo opportuno, perché costringe a pensare: nell’età del ritorno degli imperi, lo sport abdica all’ambizione (commovente e assurda) di essere spazio neutro e torna ad essere ideologia politica. Putin, Trump, Xi Jinping, Modi e Mohammed bin Salman condividono un’intuizione: il corpo che combatte, vince, domina è una forma di narrazione politica più potente di qualunque discorso. La vittoria atletica diventa anticipazione simbolica di quella politica, la competizione scivola verso il conflitto permanente. I capitoli del libro dedicati ai singoli leader non sono ritratti isolati, ma variazioni coerenti di un’unica partitura. Putin inaugura il paradigma del leader-atleta, judoka, corpo biologico della nazione e specchio della potenza ritrovata, con la sportokratura come nuova sociologia del comando. Trump radicalizza l’agonismo in chiave ideologica: il fighter che disprezza il fair play e riconosce solo la vittoria. Come dimenticare il “fight, fight, fight” di Donald Trump, uomo capace di manipolare perfino i punteggi delle sue partite di golf pur di vincere a ogni costo?
In questa saldatura tra politica e combattimento il ruolo delle Mixed Martial Arts è decisivo. La Ultimate Fighting Championship, la federazione di cui Dana White è il ceo, diventa il dispositivo simbolico che fonda il mondo Maga: virilità ostentata, conflitto permanente, estetica della sopraffazione legittimata come autenticità. White non è un semplice sostenitore, ma un alleato strutturale di Trump cui offre un immaginario popolare in cui la politica è rissa e il leader è colui che resta in piedi quando gli altri cadono, trasformando la Casa Bianca in qualcosa che assomiglia più all’ottagono che all’icona della democrazia. Anzi, il prossimo 14 giugno, sul prato Casa Bianca si allestirà proprio un ottagono dove si svolgerà una manifestazione di Mma, un regalo speciale per il presidente, importante al punto da spostare la data di inizio del G7 in Francia, in modo che Trump possa godere dello spettacolo nel giorno del suo compleanno. Xi Jinping utilizza lo sport come disciplina collettiva e destino nazionale, saldando prestazione, ordine e missione storica. Modi, invece, gioca la partita meno appariscente e più interessante: il progetto sportivo indiano non punta subito al medagliere come posizionamento geopolitico, ma alla costruzione di una nazione fisicamente disciplinata dal basso. Programmi come il piano Khelo Bharat Niti da lui ideato (e probabilmente destinato, nel tempo, a fare dell’India una superpotenza sportiva e olimpica) è uno dei più vasti e ambiziosi programmi di politica sportiva di base della storia. Non solo politica sportiva, dunque, ma dispositivi di governo della demografia, infrastrutture capillari, investimenti pluriennali sui giovani e selezioni spietate, per identificare risorse prima atletiche, poi politiche. Bin Salman, infine, trasforma lo sport in grande teatro dell’entertainment geopolitico, spazio in cui esibire modernità, controllo, ambizione globale.
Gasparri evita una scorciatoia: non cede al moralismo dello sportwashing, neologismo che spesso spegne la riflessione. Al contrario, mostra come la neutralità sportiva sia una costruzione storica solo europea, figlia di un mondo che è morto e sepolto. Cio e Fifa non sono potenze geopolitiche classiche, ma piattaforme simboliche contese da leader che ne conoscono perfettamente il valore strategico. Nel mondo dei regimi autoritari lo sport costruisce una “visione”, piaccia o meno, mentre il continente che ha inventato lo sport moderno, sempre più fragile, appare ridotto a fornitore di format e competenze, grazie a una scuola di tecnici e di talenti che spesso finiscono per alimentare le ideologie sportive altrui. L’ultimo capitolo, meraviglioso e triste, è dedicato all’Italia: un’analisi sociologica che parte dall’uscita a vuoto di Walter Zenga contro l’Argentina nella semifinale del Mondiale 1990 e termina con la descrizione del calcio italiano diventato un anestetico; perfino gli stadi diventano metafora di una potenza che non riesce nemmeno più a rappresentarsi. Al termine de La partita del potere rimane in testa una domanda, più biologica che ideologica: cosa accade quando il corpo del leader, colui che combatte e domina invecchia e cede? È forse per questo che Putin e Xi sono stati sorpresi a dialogare sulla ricerca dell’immortalità? Nel frattempo, avverte Moris Gasparri, nel mondo si gioca sul serio.
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