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Il foglio sportivo
La Nazionale che cerca campioni in rete. L'Italia del cricket mondiale
La Nazionale azzurra parteciperà ai primi Mondiali della sua storia. Il salto di qualità in campo è arrivato grazie agli oriundi. Sul sito della federazione c’è addirittura un form compilabile da giocatori con origini italiane, provenienti dai paesi del Commonwealth, desiderosi di vestire l’azzurro
"C’è chi è nato in una famiglia che ha lasciato l’Italia per trovare fortuna. C’è chi invece si è spostato in Italia con la famiglia per migliorare la propria vita. Tutti noi abbiamo un legame molto forte con l’Italia”, racconta Harry Manenti. Ha 25 anni, è nato in Australia e a luglio ha trascinato la Nazionale azzurra di cricket ai primi Mondiali della sua storia: miglior giocatore del torneo di qualificazione, è nella rosa dei 15 che parteciperà alla rassegna in programma dal 7 febbraio in India e in Sri Lanka, specialità T20. Paesi dove il cricket è religione e da cui provengono molti giocatori italiani. “Mi sono trasferito dallo Sri Lanka nel 2007 per raggiungere i miei genitori, avevo 15 anni e all’inizio non volevo proprio perché avevo paura di non giocare più a cricket. Ora invece realizzo il sogno di partecipare a un Mondiale nel paese in cui sono nato”, confida Crishan Kalugamage, altro componente di una squadra-crocevia di tante traiettorie di vita. “Mi avvicino al Mondiale pensando a mio nonno che non c’è più e con cui da bambino ascoltavo le partite in radio. Ora l’Italia è casa mia da 18 anni, ho vissuto più qui che in Sri-Lanka”.
“Il cricket è stata la prima disciplina in Italia a introdurre lo ius-soli sportivo”, spiega la presidente federale Maria Lorena Haz Paz. “La nostra base poggia sugli immigrati di seconda generazione”. Immigrati che provengono da India e Sri Lanka, ma anche da Pakistan e Bangladesh, paesi che rendono il cricket lo sport più seguito al mondo, secondo solo al calcio. “Alcuni dei nostri giocatori non hanno ancora la cittadinanza italiana, ma la federazione internazionale (Icc) permette di convocare chi soddisfa dei criteri di residenza”. Kalugamage è tra questi, eppure di Italia ne ha girata parecchia: “Ora gioco a Roma, ma prima sono stato a Genova e a Firenze”. Senza lasciare mai la sua città: “Vivo da sempre a Lucca. In genere faccio il pizzaiolo in settimana e nel weekend mi sposto in treno per giocare. Per il Mondiale ho lasciato il lavoro, dovevo rimanere quattro mesi fuori”. È l’altra faccia della medaglia di uno sport che si sta diffondendo solo negli ultimi anni e in cui l’entusiasmo per i progressi si mescola a carenze strutturali.
Oggi in Italia non si vive di solo cricket. La Federazione (Fcri), nata nel 1980, era semplice disciplina associata fino al luglio 2024 e culla un sogno olimpico. Lo sport tornerà ai Giochi di Los Angeles nel 2028. Haz Paz ha un orizzonte più lungo: “Ci manca un centro federale per la preparazione e stiamo cercando un sito su cui farlo nascere. La squadra sta preparando il Mondiale a Dubai. Ci piacerebbe puntare a Brisbane nel 2032. Sembra un traguardo lontano, ma ora è il momento di correre”. Diffondendo anche la disciplina tra i bambini: “Nel 2024/2025 hanno aderito 120 scuole grazie al progetto Scuola attiva di Sport e Salute. Stiamo trovando una grande risposta tra Calabria e Sicilia. Finora il cricket al sud non è mai esistito, se non a Napoli. Poi si gioca molto anche a Padova e tra Brescia e Bergamo”, dice la presidente. Diffondersi altrove per formare una nuova generazione di cricketer che non provenga solo dalle comunità di origine asiatica: “Arrivato in Italia, non ho giocato per anni. Facevo atletica e ho addirittura corso con Jacobs. Poi a Lucca è stata formata una squadra con altri giocatori di origine singalese”, ricorda Kalugamage.
Nel frattempo il salto di qualità in campo è arrivato grazie agli oriundi. Sul sito della federazione c’è addirittura un form compilabile da giocatori con origini italiane, provenienti dai paesi del Commonwealth, desiderosi di vestire l’azzurro. Qualcuno si è candidato così, ma i più forti vanno cercati: “Io e mio fratello Ben siamo stati contattati cinque anni fa e non abbiamo avuto dubbi”, racconta Manenti. “I nostri nonni paterni venivano da Brescia, abbiamo visto dove sono cresciuti. E nostro padre ha giocato a rugby a Treviso. Ci sfidavamo nel cortile di casa, ora parteciperemo insieme alla nostra prima Coppa del Mondo”.
Contro Nepal, Inghilterra, Indie Occidentali e Scozia. Doveva esserci il Bangladesh, che ha deciso di ritirarsi a seguito della scelta di non concedere alla squadra la possibilità di giocare in Sri Lanka viste le tensioni politiche con l’India. Una richiesta nata dalla decisione nel campionato indiano di estromettere dai Calcutta Knight Riders l’eroe bengalese Mustafizur Rahman. Secondo la federazione internazionale non c’era più tempo per cambiamenti logistici. Al suo posto la Scozia, la nazionale con il ranking più alto tra le escluse, eliminata dall’Italia lo scorso luglio. Non a sorpresa: “Sapevamo di potercela fare”, confida il team manager Peter Di Venuto. Dunque, perché non riprovarci? La formula per prepararsi già esiste: “In pullman tutti insieme ascoltiamo e cantiamo Bocelli”, svela Manenti. Anche così si costruisce un’identità nazionale.
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