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Il foglio sportivo
Alle origini del mito di Kobe Bryant
Viaggio in Italia dove quel ragazzino scatenato ha costruito le basi della sua carriera e dove nacqua la sua ossessione, quella che per alcuni batte il talento. Cercava la perfezione. A costo di imporla anche ai suoi compagni
Pamela e Joe stavano cenando in una steak house di Philadelphia. Joe era nato lì, giocava nei Sixers e al terzo anno della sua carriera Nba aveva anche assaporato il piacere di disputare le Finals, vinte però dai Trail Blazers del miglior Bill Walton di sempre. Non era una stella, si allenava tutti i giorni con Doctor J ed entrava se c’era da battere una difesa con il tiro da fuori. Sotto canestro però ci andava pochissimo. Non a caso i suoi compagni lo chiamavano: Jellybean. Ovvero: caramella gommosa. Bello da vedere, dolce nei movimenti ma… esattamente come le gommose ricoperte di zucchero, appena succhiato il primo strato dolcissimo, il sapore perdeva via via di gusto.
E Joe era esattamente così. Entrava dalla panchina, magari spaccava la retina dopo una virata con palleggio-arresto-tiro, che per uno di 208 centimetri eseguiva con stile pregevole, ma poi lentamente si spegneva. E se ne tornava a sedere. Pamela aveva già dato alla luce Sharia e Shaya. Joe aspettava il “maschio”. E Pamela quella sera gli annunciò che la famiglia sarebbe diventata un quintetto, come nella pallacanestro. Svelato il sesso del nascituro, i due pensarono anche a come chiamarlo. Fu il destino a dar loro una mano. Un destino sotto forma di menù. Perché accanto alla classicissima Philly Cheesesteak, una portata attirò lo sguardo di entrambi: “Kobe beef”. Era il famoso manzo giapponese, pietanza non per tutte le tasche che oggi può anche costare 1.000 euro al chilo. Quella bistecca era, e non avrebbe potuto non esserlo vista la rarità, i rigidi standard di allevamento e la genetica unica della razza Tajima, deliziosa. Ed assaporandone un boccone dopo l’altro, a Pamela venne l’illuminazione. “E se lo chiamassimo Kobe?”. Joe deglutì senza fatica e non ci pensò troppo a lungo. Kobe non era un nome comune, non era americano ed aveva molte caratteristiche che gli piacevano. Non voleva imporre al suo unico maschietto una cosa tipo “Joe jr”. Troppo impegnativo. Kobe gli piaceva perché lo associava alla rarità, alla qualità e alla cura dei dettagli. Nome corto, semplice da pronunciare. Anche se all’americana quella “e” finale sarebbe diventata “i”. “Si chiamerà Kobe Bryant”, sentenziò Jellybean chiedendo il conto.
Per lui la Nba sarebbe stata una storia non lunghissima. Ancora una stagione a Philadelphia, prima di essere scambiato ai Clippers, dove si fermerà tre anni facendo vedere di essere ancora un grande attaccante, ma senza aver mai imparato a difendere, prima di chiudere con due stagioni a Houston (non granché, ma sempre con 10 punti di media). A 30 anni, Joe non era più interessante per la Nba. Gli allenatori non amavano uno che si allenava poco e tendeva a mettere chili sul girovita. Richard Percudani, ex giocatore e allenatore, ma anche storico suggeritore di talenti per il basket europeo, fece arrivare in Italia la notizia che Jellybean poteva essere ingaggiato. Venne organizzato un torneo a San Benedetto del Tronto appoggiando un parquet, o qualcosa di simile, sulla terra rossa del circolo tennis Maggioni. Quelli di Rieti furono rapidissimi. Lo schierarono subito in campo e con altrettanta velocità lo tolsero, sequestrandolo in albergo, per non farlo vedere ed entrare in contatto con altri scout. Joe Bryant era diventato un giocatore della Sebastiani Rieti, campionato di Serie A2.
Si era portato tutta la famiglia al seguito e viveva nell’Ombelico d’Italia come un Monarca. Tre erano i motivi di interesse per andare a vedere le partite della Sebastiani. Il primo era lui, attaccante sublime con movimenti di classe cristallina. Pur con due difetti: non passava mai la palla e in difesa faceva giusto atto di presenza. Il secondo, era la bellezza della signora Pamela Cox in Bryant. Alle partite di Joe c’era sempre e quando si presentava in tribuna durante il riscaldamento delle squadre, la quasi totalità degli occhi degli spettatori lasciava il campo per ammirarla. Il terzo, e più curioso, era quel trottolino di colore che tanto somigliava all’attore Gary Coleman della serie: “Harlem contro Manhattan” (il celeberrimo Arnold). Lo vedevi all’intervallo, quando le squadre rientravano negli spogliatoi. Si avventava sulla palla e faceva decine di vasche avanti e indietro palleggiando come un forsennato. Non era ancora in grado di tirare a canestro, aveva sei anni e già allora considerava il passaggio agli altri qualcosa da eseguire solo se proprio non c’erano altre opzioni.
Kobe Bryant venne iscritto alla prima elementare di una scuola pubblica di Rieti e in pochi mesi imparò la nostra lingua meglio di tutti i suoi familiari. Al punto che spesso si incaricava di fare da traduttore per suo padre, troppo pigro per occuparsi di altro rispetto alla sua voracità nel cercare di segnare sempre più punti. Il piccoletto venne, come tutti, instradato verso la via religiosa del calcio. Dove per altro non se la cavava affatto male, alternando l’uso dei piedi con quello delle mani, come il padre gli stava insegnando. Ma Kobe aveva già le idee chiare: se faccio due cose, non sarò mai eccellente in nessuna, pensò. Meglio scegliere. E la scelta definitiva sarà aiutata qualche anno dopo da un pacchetto che il nonno gli aveva spedito dall’America. Conteneva una vhs che in Italia sarebbe arrivata più tardi. Era “Come fly whith me”, docu-film con protagonista Michael Jordan. Kobe consumò le testine del videoregistratore a forza di vederlo e rivederlo. Trovava ispirante per lui osservare la vita e le opere del 23 dei Bulls. Lo elesse a suo modello di riferimento, passava ogni ora della sua giornata a provare ad imitare quei movimenti, quello stile unico. Usava qualunque cosa, da una piccola pallina rossa fino ad un panino che tirava direttamente nel cesto, pur di migliorare la sua tecnica.
In Italia nacque la sua ossessione, quella che per alcuni batte il talento. Faceva piangere i compagni di squadra quando trasformava la partita in un eterno coast-to-coast trascurando di considerarli al mondo. Chiese, a dieci anni, ad uno sconcertato assistente allenatore se quella piccola distorsione che si era appena procurato avrebbe potuto ritardare il suo arrivo nella Nba (!). Non voleva somigliare a suo padre. Lo vedeva in campo, dove i suoi allenatori (dopo Rieti sarebbero arrivate Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia) si dannavano per fargli capire che si gioca in cinque, e si ripeteva che non sarebbe mai stato uno così indolente. Cercava la perfezione. A costo di imporla anche ai suoi compagni, lavorando ogni giorno della sua vita sportiva per costringere ognuno ad essere la versione migliore di loro stessi.
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