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Il Foglio sportivo

Chi era veramente Kobe Bryant

Christopher Goldman Ward

Christopher Goldman Ward racconta il cestista conosciuto quando era bambino tra suore, videogame e tanto basket

Due anni fa il 26 gennaio, tutto il mondo dello sport si fermò a piangere Kobe Bryant, uno dei giocatori simbolo della Nba e del basket mondiale. Chi era Kobe prima di diventare un mito ce lo racconta in un libro (“Il mio Kobe” con prefazione di Federico Buffa, pubblicato da Baldini + Castoldi) Christopher Goldman Ward che di Kobe era amico da bambino a Reggio Emilia. Ecco due capitoli.

 


 
Naturalmente Kobe e le sue sorelle, Sharia e Shaya, dovevano anche frequentare la scuola. E Pam e Joe, che volevano per i figli non solo istruzione ma anche un’educazione ai valori cristiani, scelsero l’istituto San Vincenzo de’ Paoli.

Fa un po’ strano pensare che Kobe Bryant sia andato a scuola dalle suore. Che il campione, la leggenda, il duro nero americano che impartiva lezioni di basket e disciplina mentale tra i professionisti dell’Nba, venisse preso a scoppole dopo aver mangiato nella mensa da delle suorine di provincia.

Un giorno, proprio in sala mensa, ci fu un episodio che oggi suona incredibile. Kobe stesso me lo raccontò.

A sovrintendere al delirio di bambini urlanti in grembiule con collo di pizzo (sì, lo portava anche Kobe) c’era la famigerata Suor Leonarda. Suor Leonarda era per lui il terrore dell’istituto, una di quelle figure mitologiche che agli occhi dei bambini sembravano enormi e potentissime.

Pensava addirittura che avrebbe anche potuto ucciderlo. Perciò, quando vide Suor Leonarda avvicinarsi al suo tavolo un brivido freddo gli corse lungo la schiena. Tutti sprofondarono nel silenzio. La spugna che Suor Leonarda teneva in mano, la stessa spugna umida e puzzolente che aveva appena usato per pulire tutti i tavoli della mensa traboccanti di briciole di cibo masticato, fu passata accuratamente su tutta la faccia di Kobe, il quale, rigido come un cervo abbagliato dai fari di una macchina, non poteva credere a quello che stava succedendo. Aveva appena assaporato i metodi di Suor Leonarda. Un episodio raccapricciante.

La scena fu accolta da un tripudio di risate, grida di stupore e finti conati di vomito.

Nella vita di Kobe l’esperienza scolastica e – più in generale – formativa italiana ha davvero fatto la differenza. La preparazione culturale garantita dall’istruzione italiana, anche solo a livello di scuole medie, era già fuori dal comune negli Usa. La base storica, umanistica e scientifica unita a quel fattore che Flavio Tranquillo chiamerebbe intangible, ovvero la sensibilità verso l’umanità e le cose della vita, ha reso Kobe quello che è poi diventato: un superuomo.

Non posso raccontare molti aneddoti personali di questo periodo così importante perché io, a quel tempo, avevo seguito i monelli nella scuola pubblica proprio accanto alla San Vincenzo. La mia memoria va direttamente alle recite in costume di fine anno. A un Kobe undicenne, vestito da Grande Puffo o da Snorky, che balla su un motivetto anni Ottanta insieme ad altri trenta bambini slavati e annoiati. Le recite di fine anno alla San Vincenzo erano dei veri kolossal e nessuno, ripeto, nessuno poteva esimersi dal partecipare.

Neanche se si chiamava Bryant. Vestito da Grande Puffo o no, anche in quello Kobe era il migliore: non solo perché aveva doti innate di coordinazione e agilità, ma soprattutto perché si impegnava a fondo e ballava come un professionista. Mai visto nessuno ballare come lui. Il suo artista preferito era Michael Jackson, di cui imitava con incredibile scioltezza le mosse. In un’intervista del 2009 Kobe ha poi rivelato l’importanza che nella sua formazione ha avuto proprio lui, Michael Jackson in persona: un mentore che gli ha insegnato il valore della tenacia, della concentrazione e l’attenzione maniacale per i dettagli. Se qualcuno nel 1989 ci avesse detto che Kobe e Michael un giorno sarebbero diventati amici, gli avremmo risposto di non spararle così grosse.

Un altro campo di battaglia in cui Kobe dava il massimo era la Nintendo. Correvano gli anni Ottanta e quella era La Consolle. Grigia, squadrata, solida come un mattone. I giochi non erano certamente un prodigio di grafica, ma gli effetti erano accettabili per i tempi e il coinvolgimento agonistico era assoluto.

Prima dell’avvento di Kobe avevamo giochi sul basket o il calcio, qualche spara-spara primordiale o gli immortali Pac-Man e Tetris. Lui portò dagli Stati Uniti l’oggetto del desiderio, il Santo Graal di ogni videogamer dell’epoca: le Olimpiadi! Quel pezzo, rarissimo in Italia, era finalmente nelle nostre mani e potevamo apprezzare la sua straordinaria peculiarità: erano dodici giochi in uno. Tutte le discipline replicabili in un videogioco prodigiosamente riunite in un’unica cartuccia.

La location dedicata al gioco era la taverna della nostra casa in via Monte Rosa. Ricordo ancora il numero di telefono, che allora aveva solo cinque cifre e per le chiamate urbane non si digitava il prefisso: 21966. Quella taverna era la tana di mio padre per l’ascolto dei vinili più sofisticati, la sala del camino, delle coppe, della Tv satellitare; ed era il luogo in cui, dopo ore di uno contro uno, Kobe e io giocavamo alla Nintendo.

Come in ogni altro campo, lui era diverso. Sì, anche per i videogiochi aveva tecniche particolari e molto esotiche per me. I nostri giochi preferiti erano i 100 metri piani e i 110 a ostacoli. L’ergonomia del gioco era essenziale e convulsa: la sola mossa per correre era colpire il tasto X a folle ripetizione, in una sequenza più rapida possibile. Maggiore era la velocità del ritmo, maggiore era quella del corridore virtuale.

Kobe in questo era inarrivabile: nessuno poteva cliccare alla sua velocità. Nessuno. Quindi, la prassi prevedeva che lui vincesse ogni sfida con grande facilità. Io un po’ rosicavo, ma in fondo non soffrivo più di tanto perché invece fuori, sul campo da basket, ancora lo sovrastavo.

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