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Gli Europei di ciclismo in fuga dall'indifferenza

Giovanni Battistuzzi

A Trento è iniziata la 27esima edizione, la settima aperta ai professionisti. La lunga e complicata strada della rassegna continentale

Quella maglietta bianca con tre stelle gialle che sormontavano tre bande in tre tonalità di blu appena sotto il petto non la vide nessuno per undici mesi. E sì che il vessillo che contraddistingue il campione europeo di ciclismo su strada doveva essere la novità cromatica nel gruppo sul finire della stagione 2016. Si trasformò in una chimera lunga (quasi) una stagione. C'era ma non si vedeva, coperta com'era dall'arcobaleno mondiale.

L'aveva conquistata Peter Sagan il 18 settembre. E pazienza se il giorno dopo all'Eneco Tour, breve corsa a tappe che si corre tra Belgio e Paesi Bassi (ora Benelux Tour), non l'avrebbe potuta indossare perché già vestiva quella di campione del mondo vinta a Richmond, Stati Uniti, l'anno prima. Ci sarebbe stato tempo. Andò male agli organizzatori. A Doha lo slovacco vinse ancora, conservò la bardatura iridata, eclissò il blu e le stelle europee.

E così la vittoria del corridore più forte al mondo (o almeno degli ultimi Mondiali), quella che doveva essere il miglior battesimo possibile per i neonati campionati europei per professionisti, si trasformò in una beffa. La perfetta sintesi di quasi sessant'anni di belle intenzioni finite male. 

 

Perché gli Europei di ciclismo (che sono iniziati mercoledì a Trento  con le cronometro junior e la crono mista e che si concludono domenica con la prova in linea maschile élite) erano un progetto antico che si era perso nei rivoli di una stanca indifferenza. Come una vecchia bicicletta con un palmer bucato, ma lasciata in fondo al garage dove poteva essere facilmente vista, ma dove nessuno si avventurava per ripararla. E questo nonostante l'importanza e la stima diffusa per il proprietario.

L'idea era venuta a Vincenzo Torriani, storico patron del Giro d'Italia dal 1949 al 1992. Era il 1957, l'anno successivo al definitivo fallimento del suo sogno: il Giro d'Europa. Prima edizione nel 1954: partenza da Parigi e arrivo a Strasburgo e sedi di tappa in Belgio, Olanda, Germania, Svizzera, Lussemburgo e Austria, un centinaio di iscritti, vittoria di Primo Volpi. La replica nel 1956 fu un buco nell'acqua che lo fece sparire per sempre dai calendari ciclistici. Torriani però non si dette per vinto. Cercò e trovò la collaborazione del direttore del Tour de France di allora, Jacques Goddet. Riuscì a convincere l'Union Cycliste Internationale a convocare una riunione per discutere del progetto. Incassò pure l'entusiasmo del presidente Achille Joinard, ma dovette desistere dal totale disinteresse dei presidenti delle federazioni nazionali. “A cosa serve un campionato europeo se già il Mondiale è una questione tra europei?”. Il plauso all'obiezione del presidente della federazione francese Louis Doreau fu generale. Torriani dovette desistere. Ci riprovò alla fine degli anni Settanta. Andò male anche quella volta. Del resto la situazione non era cambiata. Il primo ciclista non europeo a salire sul podio iridato fu Greg LeMond, secondo dietro a Beppe Saronni ai Mondiali di Goodwood del 1982.

 

La creazione del Union européenne de cyclisme nel 1990 riportò in auge il progetto. Torriani però non riuscì a vederlo realizzato. Solo nel 1995 l'UEC riuscì a organizzare i primi campionati europei di ciclismo su strada. Due corse, una maschile e una femminile, nessun professionista in gara: l'evento era aperto solo ai dilettanti. Le vittorie andarono all'italiano Mirko Celestino e alla tedesca Regina Schleicher.

Toccò aspettare sino al 3 settembre del 2017 per vedere invece la prima maglia di campione europeo in gruppo in una corsa professionistica: al Tour of Britain sulle spalle di Alexander Kristoff.