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Egan Bernal ha vinto il Giro d'Italia 2021

Giovanni Battistuzzi

Nessuna sorpresa a Milano. Il colombiano conquista la maglia rosa davanti a Damiano Caruso e Simon Yates. Lo "Spirito del Giro" questa volta se la prende con Filippo Ganna, che comunque ha vinto la tappa, Remi Cavagna e Matteo Sobrero

Il suo nome era pronto da ieri nella placca che sarebbe servita da guida per l’incisione del nuovo nome da inserire nel Trofeo senza fine. Nessuno però si è sognato di inciderlo. Non che trenta chilometri e trecento metri potessero davvero riscrivere ciò che oltre tremila e quattrocento chilometri avevano già sentenziato, ma si sa mai. Veniamo da un anno nel quale le cronometro degli ultimi giorni hanno fatto danni alla celebrazione delle vittorie (Geoghegan Hart al Giro e Tadej Pogačar al Tour de France), quindi la prudenza era d’obbligo. Non è successo. Tutto è andato come le salite avevano stabilito. Nessuna sorpresa.

Egan Bernal ha vinto il Giro d’Italia 2021. Damiano Caruso ha limato mezzo minuto al colombiano, ma gliene restavano ancora un minuto e ventinove secondi di margine. Doveva capitare una sciagura al corridore della Ineos per perdere la maglia rosa. Non è accaduto. Fortunatamente. Lo “Spirito del Giro”, quello che venne invocato da Bruno Roghi nel 1960 quando giù dal Passo Gavia Gastone Nencini sfiorò soltanto lo “scippo” alla maglia rosa che vestiva Jacques Anquetil, ancora una volta si è dimostrato galantuomo. Egan Bernal ha meritato di vincere questo Giro d’Italia senza se e senza ma. Così come Damiano Caruso ha meritato di salire sul podio.

La cronometro da Senago a Milano non ha riscritto la classifica generale. Egan Bernal ha visto il suo nome scritto nel trofeo del Giro d’Italia, Damiano Caruso è salito sul secondo gradino del podio, pochi centimetri più in alto di Simon Yates. Qualcosa è cambiato nei distacchi che saranno iscritti nell’albo d’oro, ma sono dettagli. Quello che doveva essere è stato.

Lo “Spirito del Giro” è stato un po’ meno galantuomo nell’ordine d’arrivo dell’ultima tappa, ma in fondo non l’ha cambiato poi tanto. Filippo Ganna ha vinto nonostante una foratura. Remi Cavagna è arrivato secondo nonostante una caduta.

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L’unico che potrebbe davvero recriminare è Mattea Sobrero, giunto quarto, ma penalizzato dal traffico automobilistico delle ammiraglie. Qualche secondo lo ha perso. Abbastanza per negargli la soddisfazione del secondo posto. Non si stupisca però il corridore dell’Astana, ha vissuto in corsa quello che i ciclisti vivono tutti i giorni sulle strade italiane. Il Giro d’Italia non ha fatto altro che renderlo evidente una volta di più: era già successo con l’investimento di Pieter Serry da parte dell’ammiraglia della BikeExchange.

Egan Bernal con la maglia rosa conquistata a Milano ha archiviato, forse, i dubbi che i dolori alla schiena gli avevano fatto balenare in mente. Sulle strade d’Italia si è scoperto un corridore più maturo, capace di capire che un grande giro non è solo una somma di attacchi, ma a volte anche un compromesso di difese. Questo può dispiacere agli amanti del garibaldismo, dell’azzardo a prescindere, della dimostrazione mascolina della forza, ma tant’è. Il ciclismo è sempre stato uno sport di gestione, di grandi eccessi e coscienziose gestioni. Lo hanno spiegato in molti, lo fece pure Marco Pantani, non certo un corridore che può essere associato all’attendismo: “Sulla Madeleine Ullrich stava andando forte, forse a tutta, io stavo bene, forse potevo andare di più, ma sarebbe stato davvero utile? Julich era staccato, ogni tanto serve usare la testa, pensare che è meglio uno scatto in meno”.

Pantani quel Tour lo vinse, era il 1998, attaccando su Pirenei e Alpi. La rivoluzione l’aveva già fatta tra Galibier e Les Deux Alpes, il suo bottino di minuti l’aveva già incamerato.

Egan Bernal non è Pantani. Del Pirata non ha né lo scatto né l’incedere. Ma a questo Giro d’Italia ha dimostrato di essere il più forte in salita. Solo a Sega di Ala ha avuto un momento di smarrimento, in tutte le altre occasioni ha dimostrato di essere in pieno controllo della situazione. Qualcuno è andato meglio di lui all’Alpe di Mera e all’Alpe Motta? Bravi loro. Ma siamo sicuri che se la classifica fosse stata diversa sarebbe andata diversamente?

Egan Bernal esce da questo Giro se non cambiato, quantomeno evoluto. Ha raggiunto la consapevolezza della gestione di se stesso, di quanto è importante la tattica nel ciclismo. Certo avere un Jonathan Castroviejo, un Daniel Felipe Martinez, un Gianni Moscon, un Filippo Ganna accanto è qualcosa di meraviglioso, ma al di là di tutto, Bernal si è preso comunque in solitaria quello che gli alti hanno agevolato.