Domenico Fioravanti racconta quell'oro che cambiò la storia del nuoto italiano

Roberto Perrone

Il 17 settembre 2000 non è stato un giorno qualsiasi per chi nuota e per chi segue il nuoto. È il giorno nel quale per la prima volta nella storia un italiano salì sul gradino più alto del podio in un'Olimpiade

Io c’ero. Lo so, è un attacco tromboneggiante, ma il 17 settembre 2000 non è stato un giorno qualsiasi per chi nuota, per chi segue il nuoto e soprattutto per chi scrive di nuoto, per chi ama l’Olimpiade, il massimo momento per un atleta, ma anche per un giornalista.

 

Io c’ero quel giorno, all’Acquatic Centre che doveva essere il tempio del “tonno” (copyright del nickname Max Rosolino) Ian Thorpe. Per il colosso australiano di Milperra, un sobborgo di Sydney, andò bene ma non benissimo, per l’Italia del nuoto fu l’edizione delle fragole. Fino a Sydney 2000 avevano conquistato sette medaglie: Novella Calligaris 3 (1972), Stefano Battisteli 2 (1988/1992) Luca Sacchi 1 (1992), Emanuele Merisi 1 (1996). Tutti bronzi, tranne l’argento di Novellina nei 400 stile libero a Monaco. Sette medaglie in 100 anni di olimpismo. A Sydney ne acchiappammo sei, di cui tre d’oro, tutte insieme. E il caustico commento di Luca Sacchi, passato dal nuoto al commento per la Rai, dice quello che significarono quei giorni: “Sono arrivato qui come uno dei grandi del nuoto, me ne vado come un Rummolo qualsiasi”. Rummolo fu il sorprendente terzo nei 200 rana, la medaglia “in più”, inaspettata, ma il suo bronzo passò in secondo piano. Ci montammo la testa in fretta.

 

Il primo oro della storia del nuoto azzurro nella storia delle Olimpiadi lo vinse un dinoccolato ventitreenne di Trecate, Novara, Domenico Fioravanti, gran pescatore di sgombri dello Ionio, durante le vacanze estive, quando andava a trovare i parenti, gran accalappiatore di donne, prima di mettere la testa a posto con Roberta e avere Diletta, tre anni.

   

  

Sono passati vent’anni, ma non sembrano vent’anni. Ormai i giornalisti mi chiamano per gli anniversari, ma io anche ai tempi non facevo notizia”. Eh no, però, nel chiuso dei ritiri azzurri faceva delle imitazioni fantastiche. Si era stabilito a Verona per seguire la sua guida tecnica, il compianto Alberto Castagnetti. “Anche noi facevano le marachelle, non eravamo dei santi”. È vero ma non c’era il voyeurismo social attuale, e giornali e tv raccontavano le imprese sportive. Il gossip veniva dopo l’impresa sportiva. “Non sembrano vent’anni, anche se inizio a sentirli, il pensiero è rivolto a quei momenti, a quei giorni fantastici. Ho bellissimi ricordi di squadra, tutti andavano bene, noi, io e Max, un paio di gradini in più. C’era una splendida atmosfera e tutto ha un grande spazio nel mio cuore, è bello che ancora si ricordino, fa piacere ci sia interesse per quello che facemmo”. Sei medaglie: Rosolino argento nei 400 stile libero, bronzo nei 200 sl, oro nei 200 misti; Domenico storico doppio oro nei 100 e 200 rana; Davide Rummolo, l’underdog, bronzo nei 200 rana.

 

Foto Ansa

Su tutti, ma su “Fiore” in particolare, vigilava Alberto Castagnetti. “Sai che era un anti-conformista, non era il padre coccolone, ti dava molto spazio, era al passo con i tempi, ma con una visione. Capiva le esigenze dei ragazzi. Io ho solo bei ricordi anche se abbiamo avuto le nostre vicissitudini, perché ero un rompicoglioni. Lui era tranquillo, quei giorni, mi ha sempre rassicurato. Abbiamo lavorato molto, sull’impostazione della gara, era già tutto programmato. A quel punto dipendeva solo da me”. Prima dell’Olimpiade la squadra passa un mese a Melbourne e le proiezioni di gara sono straordinarie. “Gli allenatori ci guardavano increduli, la mia gara erano i 100 rana, sui 200 Alberto era meno maniacale, ma mi diceva che ero un ranista da 2 e 7. Nel 2000. Adesso fanno 2 e 8”.

  

  

Parliamo della fama di scansafatiche. “Mmm. La bravura di Alberto è stata quella di gestirmi, non ero come Max, sempre sul pezzo. Con me bastone e carota, ero così”. A me disse: Fioravanti, di tutti quelli che ho allenato, è stato il più grande talento. “Lo disse anche a me. Io non ho fatto quello che avrei dovuto fare, secondo lui c’era la possibilità di dominare almeno due olimpiadi. Ero più immaturo rispetto all’età che avevo, era tutto un gioco. E lui è stato bravo a entrarci, nel gioco, a creare la competizione. Ero un animale da gara più che da allenamento, non come Max, non come Federica. Talento è anche la capacità di allenarti sempre ad alto livello. Federica è la prima grande professionista del nuoto”.

 

  

Domenico Fioravanti è tutto in questo aneddoto. “Io, i 200, non li volevo neanche fare. Dopo l’oro nei 100 incontro Alberto nel tunnel, in lacrime. Non l’avevo mai visto così. Mi abbraccia, mi bacia poi attacca: hai sbagliato questo e questo. Io avevo fatto la gara perfetta, come l’avevamo preparata e immaginata, a per lui non c’era mai la perfezione. Fu allora che feci: direi di chiuderla qua e uscire bene, alla grande. Mi insultò: “Sei un idiota, tu sei in splendida forma”. Tutto scattò nelle batterie dei 200: Rummolo fece il record italiano e lì mi partì tutto, come dicevo, il gioco, la competizione”. E il secondo oro. Il resto è vita.

 

Domenico incappò, nel 2003, mentre usciva da un periodo di acciacchi alla spalla e sperava di tornare ad Atene 2004, in un esame che evidenziò un problema cardiaco. Nulla di inquietante per un uomo qualsiasi, ma per un atleta, in Italia, l’idoneità è preclusa. Fu un colpo. Tra i messaggi di solidarietà arrivò, a lui fan della Roma, anche quello di Francesco Totti.

 

Dopo la botta, Domenico ha ripreso la sua vita. Vive a Brescia, si occupa dell’azienda Akron, articoli per nuotatori che ha fondato una decina d’anni fa con un socio. Nel 2018 si è presentato alle elezioni con i Cinque Stelle ma non è passato. “Politica basta. Non è tutto oro quello che esce dalla bocca di certi personaggi. Io ragiono sempre così: il cronometro parla per te. E penso che gli altri siano come me. Forse sono un ingenuo”. Fosse anche, io perdonerei tutto all’uomo che mi ha fatto scrivere il più grande attacco della mia vita giornalistica (e visto che abbiamo cominciato, finiamo sempre tromboneggiando: uno dei migliori della storia del giornalismo italiano): “Il Fiore che non ti aspetti è il primo a sbocciare” (Corriere della Sera, 18 settembre 2000).

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