Jean Todt: "Così si fa vincere la Ferrari"

Umberto Zapelloni

Intervista al presidente della Fia, che ha vinto tutto con il Cavallino in Formula 1. "Quando sono arrivato ho scelto i migliori e li facevo lavorare felici. Oggi la Rossa è meglio della mia che poi dominò il mondo"

Quando era in Ferrari gli avevano dovuto incorniciare e appendere 106 fotografie sui muri dell’ufficio. Una per ogni vittoria. Oggi che Jean Todt è presidente della Fia (Fédération Internationale de l'Automobile) e inviato speciale dell’Onu per la Sicurezza Stradale, non conta più le vittorie, ma le vite salvate. “E non sono mai abbastanza, perché non avete idea di come crescano certe cifre nei paesi del terzo mondo”. A Maranello è arrivato nel luglio 1993 da responsabile della gestione sportiva, se ne è andato nel marzo 2009 da amministratore delegato dopo 14 titoli mondiali. “Oggi che sono presidente della Fia sono tifoso di tutte le squadre – dice al Foglio – ma la Ferrari è entrata nel mio cuore e ci resterà. Io amo la Ferrari, e l’Italia, dove trascorrerò più tempo quando andrò in pensione”.

 

Presidente, intanto ci dica: come sta la Formula 1?

“Tenendo conto della situazione mondiale direi che la Formula 1 è in buona forma perché abbiamo firmato il nuovo Patto della Concordia con 10 squadre, organizzato lavorando mano nella mano con i promotori un campionato da 17 gare, siamo stato il primo sport internazionale a ripartire in modo molto strutturato e sicuro”.

Lewis Hamilton (foto Ansa)

Siete diventati un modello anche per chi dovrà organizzare i Giochi olimpici di Tokyo rinviati di un anno

“Il mio amico Thomas Bach (presidente del Comitato Olimpico Internazionale, ndr) mi ha telefonato la mattina dopo il Gran premio d’Austria per farmi i complimenti per aver ricominciato in modo così efficiente. E anche altri presidenti sono stati impressionati da come ci siamo organizzati”.

 

Nel nuovo Patto della Concordia è previsto che un costruttore possa lasciare annunciandolo con un anno di anticipo. Preoccupato?

“Se la Formula 1 è interessante nessuno se ne andrà. Credo che con le nuove regole e con il budget cap sarà più interessante per tutti. Avete visto la Williams che ha subito trovato un compratore”.

 

Peccato che poi, a parte Monza, vincano sempre gli stessi.

“Il dominio di Hamilton e della Mercedes non aiuta, ma questa non è né la prima né l’ultima volta che succede. Voi in Italia avete la stessa squadra che vince lo scudetto da 9 anni, Bolt ha dominato l’atletica per anni, nel tennis vincono sempre gli stessi… E poi avete visto a Monza che le sorprese possono sempre esserci”.

 

Lei è anche vicepresidente e fondatore dell'Istituto del Cervello e del Midollo Spinale del Gruppo ospedaliero de la Pitié-Salpêtrière di Parigi. Come ha vissuto la pandemia da quell’osservatorio?

“Sono orgoglioso di quanto abbiamo fatto. Io mi occupo della parte economica, di trovare i fondi per i nostri 700 ricercatori. Siamo il secondo centro al mondo per le ricerche sul cervello e abbiamo lavorato per capire perché nessuno sa se questo virus lascia delle tracce sul cervello di chi lo ha contratto”.

 

E’ lo stesso istituto che lo scorso inverno a cercato di aiutare Schumacher? 

“Michael è venuto a Parigi per altri motivi. Ma pochi sanno che dieci anni fa è stato uno dei fondatori e dei finanziatori dell’istituto”.

Maggio 1999. Michael Schumacher festeggia la vittoria del GP di San Marino con Jean Todt (foto Ansa)

A proposito qualche mese fa ha detto che Michael sta lavorando per tornare a presentarsi in pubblico. Che cosa può aggiungere?

“Lo sa che di Michael non parlo. Come sa che non credo in Dio, ma per Michael ho cominciato a pregare. Ma non dico altro”.

 

Parliamo allora di suo figlio Mick che ha appena vinto in Formula 1 a Monza?

“Ha fatto una grande partenza, una bella gara. Mi fa piacere la sua prima vittoria a Monza nella gara del sabato. Oggi è uno di quei giovani che possono sognare la Formula 1. Negli ultimi anni ne sono arrivati tanti dalla Gp2 e poi dalla Formula 1. Da Hamilton a Leclerc. Oggi molte squadre hanno le loro accademie per i giovani…”.

Mick Schumacher durante i festeggiamenti per i 90 anni della Ferrari (foto Ansa)

Mancano gli italiani…

“Lavoriamo perché arrivino anche dall’Asia e dall’Africa, non solo dall’Europa”.

 

Vedremo anche un donna in Formula 1?

“Non solo una mi auguro, e non solo per partecipare. Spero possano guidare delle macchine buone per puntare a far risultato. A Le Mans vedremo un equipaggio di tre donne”. 

 

L’amministratore delegato di Maranello, Louis Camilleri, ha detto che anche ai suoi tempi ci volle un po’ per tornare a vincere. 

“Non possiamo paragonare la Ferrari che trovai io nel 1993 e quella degli ultimi anni. Oggi ha un’organizzazione bel strutturata, una squadra importante con dei mezzi di simulazione. Hanno un pacchetto che io non avevo. Quando sono arrivato non avevamo neppure la galleria del vento, banchi prova motore, mezzi di simulazione, il cuore della ricerca era addirittura in Inghilterra”.

 

Però poi è arrivata una serie di vittorie infinite?

“Abbiamo costruito una Ferrari nel tempo. Oggi invece la Ferrari è già costruita. I vertici della Ferrari devono solo trovare gli ingredienti finali. E’ per questo che non può esserci un paragone”.

 

La differenza sta forse nel fatto che a differenza di Binotto lei aveva di fianco un dream team con Ross Brawn, Rory Byrne, Paolo Martinelli, il giovane Domenicali e un presidente che da giovane aveva fatto il suo stesso lavoro?

“No, no… non avevo. Ho costruito sempre in grande amicizia e d’accordo con il presidente: mi hanno dato le chiavi della Ferrari e quello che ha preso Schumacher sono io, quello che ha preso Ross Brawn sono io, quello che ha preso Rory Byrne sono io. Il pregio di Montezemolo è che mi ha lasciato prendere la gente che volevo. Ma non è lui che li ha presi. Lui ha preso me…”.

 

Uno dei suoi segreti è stato quello di prendere i migliori?

“Ero ambizioso  e sapevo far contento chi lavorava con me. Poi ho fatto anch’io i miei errori, ad esempio oggi non rifarei quanto fatto nel 2002 in Austria quando chiesi a Barrichello di far vincere Michael”.

Sebastian Vettel, Mattia Binotto e Charles Leclerc (foto Ansa)

Ma Mattia Binotto, che lei conosce bene perché arrivò in Ferrari con lei, è l’uomo giusto?

“Non spetta a me dirlo. Non è il mio modo di fare. L’ho detto anche qualche giorno fa a Toto Wolff: perché ti permetti di parlare male degli altri? Fai bene il tuo lavoro e non parlare degli altri. Io non ho mai parlato male di qualcuno anche se all’inizio dicevate: ma chi è questo piccolo cretino francese che è venuto a gestire la Ferrari?”.

 

Un inizio tumultuoso.

“Ma poi avete capito che non ero venuto solo per guadagnare più soldi e scappare via. Ero venuto per vincere e piano piano ce l’abbiamo fatta. Già nel 1997 abbiamo perso il Mondiale negli ultimi minuti per quella cazzata con Villeneuve, poi nel 1998 perché il motore si è rotto quando era in pole, nel 1999 si sono rotti i freni a Silverstone e Irvine divenne leader che Michael che lo avrebbe fatto passare all’ultima gara se fosse servito… Poi ancora nel 2006 Michael ha perso il campionato all’ultima gara e nel 2008 Felipe l’ha perso per Singapore e in Ungheria quando è esploso il motore sulla pista considerata la più facile per i motori” .

Come ricorda bene anche quando perdevate non facevate le figure di oggi…

“Anche dopo di me nel 2010 Alonso ha perso solo all’ultima gara dopo esser stato trenta giri bloccato nel traffico per un errore di strategia. Insomma la Ferrari è stata protagonista fino a poco tempo fa, due anni fa era ancora in testa. Non possiamo paragonarla a quella che trovai io. E’ ingiusto dire che la Ferrari non c’è più. La Ferrari c’è, basta mettere tutto insieme. Hanno il compito di affrontare una macchina che sembra imbattibile. Ma non c’è solo la Ferrari che perde, guardate la Red Bull. Non critichiamo chi non vince, rispettiamo chi vince e diamoci da fare per batterli”.

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