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I Pirenei di Pinot e Zakarin, i Calimero del Tour de France

Il francese va in crisi a causa di problemi fisici. Il russo perde la possibilità di lottare per la vittoria a causa delle discese. Vince Nans Peters, Tadej Pogačar stacca i migliori

Giovanni Battistuzzi

Fosse un appassionato di ciclismo, l'umorista Arthur Bloch troverebbe più di una somiglianza tra il suo Murphy e Thibaut Pinot. Tutti e due rispondono alla stessa legge: "Se qualcosa può accadere, accadrà". E questo accadere non è mai una cosa buona. La legge di Murphy non è poi diverso dal "Momento Pinot". Indipendentemente dalla gamba, dalla preparazione, dalla buona volontà, qualcosa va storto al francese in una grande corsa a tappe. Oggi nel corso della ottava tappa del Tour de France, la prima pirenaica, Thibaut Pinot si è staccato dai migliori sul Port de Balès. Non c'è stato uno scatto o un'accelerazione a imporre al transalpino la resa, semplicemente gli acciacchi fisici, quelli che la caduta durante la prima tappa della Grande Boucle hanno peggiorato, hanno deciso per lui: niente da fare, mi spiace, gli ha sussurrato la sua schiena.

  

Arthur Bloch ha ammesso che per i suoi testi ha preso "spunto dalle piccole sfighe che ti si attaccano alla schiena e da lì più scendono". Eppure sono proprio "queste sfighe a rendere umane e interessanti le persone. Non c'è nulla di più scontato e noioso delle vite delle persone di successo. Sono i difetti, le cose che ti buttano giù quando stai andando su, che dovrebbero appassionarci. A meno che non si sia un leccapiedi, uno che vorrebbe scalare la società".

 

Lo scrittore americano, fosse appassionato di ciclismo, non potrebbe quindi non apprezzare anche Illnur Zakarin. Perché il russo è l'altro Calimero di giornata, o meglio di questi ultimi anni di ciclismo. Ma qui la sfiga non conta. Il suo è un difetto di fabbricazione. E non poteva essere altrimenti per uno che è nato a Naberežnye Čelny, la città dove si producono gli autocarri Kamaz. I camion dell'azienda ex sovietica, sin dall'anno della fondazione della fabbrica (1969), si erano contraddistinti per due ragioni. Una positiva: l'ottimo motore. Una negativa: il pessimo controllo in discesa. Un problema legato all'impianto frenante, talmente innovativo per l'epoca da risultare pressoché inutilizzabile. Ci volle l'ingaggio di un ingegnere francese alla fine degli anni Ottanta per sistemare la cosa e per renderli competitivi e vincenti anche nei rally raid: negli ultimi 20 anni hanno vinto 16 Dakar. Lo stesso problema di Zakarin. Finché c'è da salire una montagna nessun problema, il russo sa volare. Ma quando c'è da scendere la storia cambia. Il corridore della CCC diventa la nemesi di se stesso: un ubriacone da osteria invitato a un ballo di gala. Anzi una capra, come ha detto, senza giri di parole, Nans Peters.

 

Verso Loudenvielle Zakarin ha dimostrato di essere il migliore della fuga, o quanto meno di valere Nans Peters, quando la strada saliva. Ma ogni montagna ha due dimensioni. E in quella che il ciclismo ogni tanto dimentica, la discesa, il francese è riuscito a mantenere il vantaggio accumulato nell'ascesa, il russo no. Peters ha vinto l'ottava tappa del Tour de France, Zakarin è arrivato quarto, preceduto pure da Toms Skujins e Carlos Verona.

 

I difetti di progettazione di Zakarin non li ha invece Tadej Pogačar. Un po' perché l'Urss non c'era più da parecchio quando è nato, un po' perché la Slovenia è sempre stata nello spirito sempre più Mitteleuropea che filorussa. Sul Col du Peyresourde il ragazzo dell'UAE è scattato tre volte. Le prime due è stato riagguantato da Roglic e Quintana, la terza no. Tra salita e discesa è così riuscito a rosicchiare quaranta secondi alle altre persone di successo. Che sono l'esatta metà di quelli del tempo perso ieri nel vento occitano. Ma comunque un bel segnale, un'ammissione: figliuoli cari, per la maglia gialla ci sono anch'io.

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