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Nell'Italia che resta a casa a dover uscire sono i diffidati delle curve

Durante Valencia-Atalanta i tifosi nerazzurri sottoposti a obbligo di firma sono dovuti comunque andare in questura a firmare

11 Marzo 2020 alle 14:17

Nell'Italia che resta a casa a dover uscire sono i diffidati delle curve

foto LaPresse

[Anticipiamo un articolo del numero del Foglio Sportivo in edicola domani e domenica. L'edizione di sabato 14 e domenica 15 marzo la potete scaricare qui dalle 23,30 di venerdì 13 marzo]

 


 

Non c’è niente da fare. Niente. Nemmeno il coronavirus, nemmeno la più grande emergenza nazionale dai tempi della Seconda guerra mondiale, nemmeno gli ospedali strapieni, la paura diffusa, il dolore, i morti, i giorni drammatici che stiamo vivendo sono riusciti a incrinare l’ottusità, ai limiti del sadismo, delle nostre questure, quando ci sono di mezzo gli ultras.

 

Negli ultimi dieci giorni abbiamo visto chiudere i negozi, le frontiere, gli stadi, le città, tutto, e si sono moltiplicati gli appelli sempre più accorati a stare in casa. Eppure.

 

Eppure in quasi tutte le città italiane dove si è giocato a porte chiuse, fatta eccezione per poche questure evidentemente dotate di attenzione, di umanità, di pietas, nessuno si è ricordato degli ultras diffidati, nessuno ha pensato all’assurdità di far uscire di casa della gente per dimostrare che non stava andando a vedere una partita che si giocava senza pubblico.

 

Fino alla follia di martedì sera, quando si è giocata Valencia-Atalanta, in Spagna, in un paese dove dall’Italia non si poteva andare perché i voli sono sospesi, e in uno stadio dove si giocava a porte chiuse; ma i tifosi diffidati dell’Atalanta sottoposti a obbligo di firma sono dovuti uscire comunque di casa per andare in questura a firmare. Alcuni, tre volte: prima, nell’intervallo, e dopo la partita.

 

A Bergamo. Nella provincia italiana, anzi europea, che ha il tragico primato del maggior numero di contagiati. E mentre la società Atalanta chiedeva ai suoi tifosi di festeggiare stando in casa, e veniva ascoltata.

 

Adesso, per fortuna, il campionato è sospeso, e il problema per un po’ non si porrà, ma state sicuri che quando ricomincerà, perché se e quando ricomincerà sarà ancora a porte chiuse, non cambierà nulla.

 

Provate, provate a spiegare questo meccanismo malato a qualcuno che non sa nulla di ultras, diffide, questure. Non capirà. Non riuscirà a capire di cosa state parlando. Perché è incomprensibile. E del resto gli ultras, se non servono a montare campagne demagogiche, e di questi tempi non è aria, si possono tranquillamente dimenticare. Ma noi facciamo fatica a dimenticare, anche nell’emergenza, e ci chiediamo: il ministro Spadafora, che da giorni dice tutto e il contrario di tutto sul giocare, non giocare, giocare a porte chiuse, su questo non ha niente da dire? Il ministro dell’Interno nemmeno? Basterebbe una nota: “In caso di partite a porte chiuse sospendere l’obbligo di firma”. Invece no, non dicono niente.

 

E anche noi non abbiamo più parole.

Giovanni Francesio

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Commenti all'articolo

  • ayler

    12 Marzo 2020 - 06:59

    Poverini. E poi così dei bravi ragazzi...

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