Valentino Rossi e l'età della pensione

Nicola Imberti

La Yamaha ha deciso di non confermarlo nel team ufficiale a partire dal 2021. Lui dice che vuole continuare a essere un pilota ma attende “risposte” dalla pista. Esiste un momento in cui una leggenda dello sport deve dire basta?

Forse il 2021 sarà l'anno dell'addio, del ritiro che i detrattori aspettano da anni e che i sostenitori vorrebbero rinviare ancora, all'infinito. Il 2021, forse, sarà l'ultimo anno da pilota di MotoGp di Valentino Rossi. Di sicuro il 2020 sarà l'ultimo come pilota del team ufficiale della Yamaha che, dopo aver prolungato il contratto di Maverick Viñales, è pronta a promuovere in “prima squadra” il francese Fabio Quartararo.

 

Qualche dubbio sorge sul fatto che Valentino, che nel 2021 avrà 42 anni, decida effettivamente di togliersi definitivamente guanti, tuta e casco. Lui stesso lascia la questione più che aperta: “Il mio primo obiettivo è essere competitivo quest'anno e continuare la mia carriera come pilota MotoGp anche nel 2021. Prima di farlo, devo avere risposte che solo la pista e le prime gare possono darmi. Sono contento. Se dovessi decidere di continuare, Yamaha è pronta a supportarmi sotto tutti gli aspetti, dandomi una moto di serie e un contratto di fabbrica. Nei primi test farò del mio meglio per fare un buon lavoro insieme al mio team ed essere pronto per l'inizio della stagione”. Insomma, non è ancora finita. E forse ha ragione lui perché le leggende non hanno carta d'identità e la loro fama non può essere racchiusa in una manciata di coordinate spazio-temporali. Uno che ha vinto 9 mondiali non si rottama così, dalla sera alla mattina, non si ritira solo perché gli tocca correre nel team satellite o magari in un altro team al fianco di suo fratello più giovane, Luca Marini

 

Così che sia la pista a decidere. Che siano le curve del Mugello, l'umidità di Sepang, la sabbia sull'asfalto del Qatar, i sali scendi di Austin a decidere se “Rossi c'è” e può continuare a esserci. Ma se così dobbiamo ragionare allora, forse, senza mancare di rispetto a nessuno, vale la pena ricordare che è dal 2009, anno dell'ultimo campionato mondiale conquistato, che la fatica di Valentino su quella pista è diventata quasi insormontabile. Da una decina d'anni il “cannibale”, salvo sempre più rare eccezioni, si chiama Marc Márquez. E non basta dire che è colpa della moto, perché la Ducati di Andrea Dovizioso, la Yamaha di Viñales e persino la Suzuki di Álex Rins, hanno dimostrato, con tutti i distinguo del caso, che si può arrivare davanti alla Honda dello spagnolo. Così come non basta ricordare che i podi, anche in classifica mondiale, non sono mancati. Perché quando le “imprese” diventano più delle vittorie allora anche i tifosi più convinti cominciano a provare un po' di malinconia. Ad affidarsi al passato per rendere un po' meno amaro il presente.

 

Lo sanno bene i tifosi di Roger Federer che, dopo che il tennista svizzero ha superato solo al quinto set (e dopo aver annullato sette match point), il numero 100 della classifica mondiale Tennys Sandgren, ora temono la débâcle nella semifinale degli Australian Open contro Novak Djokovic. E, anche se non lo ammetteranno mai, guardano con ancora più preoccupazione alla possibilità che, vinta la semifinale con un'altra straordinaria “impresa”, lo svizzero si trovi costretto ad arrendersi in finale davanti a uno dei suoi possibili eredi (che sia Dominic Thiem o Alexander Zverev poco conta). Perché è questa forse la cosa peggiore di una leggenda che si avvicina al momento del ritiro: il dubbio. La domanda che maliziosa si fa strada nella mente di chi lo ha sempre sostenuto: ce la farà? Vincerà stavolta? Quanto ancora potrà resistere? 

 

Alla fine forse il problema è tutto qui. Da un lato la difficoltà, in chi ha raggiunto lo status di leggenda dello sport ed è continuamente circondato dall'affetto dei tifosi, di dire basta. Dall'altro lo struggimento di chi guarda e, davanti a un campione sempre meno vincente, comincia a pensare, per affetto verso di sé e verso di lui, che l'agonia venga interrotta da un provvidenziale ritiro. 

 

È difficile trovare una sintesi tra posizioni così distanti. Ci riuscì, nel 2016, Kobe Bryant quando nella sua lettera d'addio al basket scriveva: “Questa stagione è tutto quello che mi resta. Il mio cuore può sopportare la battaglia la mia mente può gestire la fatica
ma il mio corpo sa che è ora di dire addio”. Sapeva, Kobe, che una nuova generazione era arrivata. Che la sua straordinaria tecnica non bastava più per compensare il gap. Aveva 38 anni. Uno in meno di quelli che Federer avrà il prossimo agosto. Tre in meno di quelli che Valentino compirà il prossimo 16 febbraio. La carta d'identità, per le leggende, non è tutto. Ma a volte conta.

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