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Cantona aveva ragione. Sono passati 25 anni da “quel” calcio

Il 25 gennaio del 1995, il Manchester United gioca sul campo del Crystal Palace. L'espulsione del francese, le parole di un tifoso avversario, la reazione dell'attaccante

25 Gennaio 2020 alle 06:02

Eric Cantona aveva ragione. Chi era quel Matthew Simmons per dargli del “bastardo francese figlio di puttana”? Cantona lo sappiamo chi è: uno dei più grandi geni che il pallone abbia mandato in terra; chiassoso, senza filtri, istintivo, efficace. Non c’è mai stato, Cantona, a essere uno tra tanti. E il calcio è bello perché ci sono quelli così, tanto fenomeni quanto pazzi, irregolari nelle invenzioni e anche nelle azioni. Non lo è certo per l’esercito di giocatori di qualità normali che però sono seri, impiegatizi, silenziosi, e dunque ricevono carezze dai profeti del calcisticamente corretto. Saranno pure in maggioranza, ma il biglietto si paga per i migliori.

 

Poi abbiamo scoperto anche chi era questo Simmons: uno che probabilmente fuori dallo stadio poteva picchiarsi con chiunque, che aveva qualche tempo prima rapinato un distributore di benzina colpendo più volte l’inserviente, originario dello Sri Lanka, con una mazza. Un provocatore che non aveva fatto i conti con chi stava provocando.

 

Eric Cantona aveva ragione perché il calcio è uno sport di sangue, nervi, tensione. E di uomini, reazioni. Era appena stato espulso, gli avversari gli erano piombati addosso, lui si era abbassato il colletto della maglia, che per uno che riusciva a tenerlo misteriosamente dritto anche nei momenti più concitati di una partita era quasi un segno di resa. Non voleva saperne più, di quella sfida. Era pronto a beccarsi i fischi e lasciare il campo, sfogare la rabbia lontano. Ma dovevano lasciarlo andare.
Venticinque anni fa esatti. Il 25 gennaio del 1995, Cantona è con il Manchester United sul campo del Crystal Palace, ed è appena cominciato il secondo tempo, Richard Shaw lo trattiene un po’ mentre è in corsa, ed è tutto un precipitare di eventi, il fallo di frustrazione, il rosso estratto da Alan Wilkie e quei lunghi secondi mentre esce dal campo che sembrano una preparazione collettiva al colpo di scena. C’è Ferguson impassibile mentre lui gli passa di fianco, l’arbitro che continua a seguirlo con gli occhi, per assicurarsi che vada via. Secondi che passano lentissimi. Bastano a Matthew Simmons per lasciare il suo posto e andare il più vicino possibile al campo, urlare quello che era meglio non urlare e prendersi un calcio allo sterno. Perché Cantona sente tutto, scappa dall’inserviente che lo sta accompagnando, corre verso quel tifoso di troppo e tira fuori una mossa da kung fu: salta, tende la gamba destra, alza pure la sinistra ma gliene basta una per colpire; cade sui cartelloni della pubblicità, si rialza, lo trattengono, stavolta sono di più. Si è fatto giustizia.

 

Si può giustificare un calciatore che vola per colpire con un calcio un tifoso che lo insulta? No, ma lui è Cantona e non un educatore, non vuol essere un modello di vita, nessun calciatore lo è, nessun artista. Gli artisti sono quello che creano, il ruolo di maledetti li rende immortali. Quel gesto di Cantona, infatti, è la prima cosa che viene in mente quando si parla di Cantona, la porta che apre alle sue improvvisazioni, alle sue giocate, persino alle sue poesie, alle prese di posizione controcorrente, al personaggio raccontato anche in un film di Ken Loach, in cui Eric interpreta se stesso. Quella foto, quella del calcio, è un simbolo, un fotogramma pazzesco di gente con la bocca aperta che non crede a cosa sta vedendo, di sguardi gelati da un momento inaspettato.

 

Chi ha sangue lo conosci, ne accetti gli eccessi, ripaga in bellezza appena può. Infatti Cantona si fece 120 ore di servizi sociali (inizialmente erano dodici giorni di carcere. Simmons passò una settimana dentro) e nove mesi di squalifica. Poi tornò, il Manchester era lì ad aspettarlo a dispetto di tutti, e vinse scudetti, coppe, fu giocatore dell’anno. Senza pentirsi. “Avrei dovuto colpire più forte”, ha detto negli anni a seguire. Pochi giorni dopo quell’attimo di follia ai giornalisti disse: “Quando i gabbiani seguono il peschereccio, è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine”, fingendo di dire una frase senza senso, ma in realtà spiegando che se tutti erano lì era perché lui dava qualcosa da scrivere. E venticinque anni dopo dà ancora una storia – folle, evitabile, censurabile, sanguigna, scorretta – da raccontare.

 

Con una premessa come quelle delle pubblicità: non fatelo a casa. Almeno, se non siete Cantona.

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