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Perché il futuro è delle sportcity

Non ci sono più le città di una volta. Così lo sport cambia i luoghi in cui viviamo. Un libro e un tour. Parla Fabio Pagliara, segretario generale della Federazione italiana atletica leggera

20 Ottobre 2019 alle 06:00

Perché il futuro è delle sportcity

Scherza spesso, sui social network, prendendo in giro il suo attivismo con hashtag come #noncifermiamomai e #nonprendiamocitropposulserio. Fabio Pagliara è segretario generale della Federazione italiana atletica leggera da genniao di quest’anno, non sta davvero mai fermo e insieme al presidente Alfio Giomi sta provando a cambiare la percezione che noi tutti abbiamo dell’atletica. Lo fa prendendo molto sul serio un dato inequivocabile: in Italia ci sono sette milioni di runner, persone che almeno una volta alla settimana mettono le scarpe da ginnastica e vanno a correre nei parchi e nelle strade delle città. Sette milioni di potenziali “atleti” da seguire, coccolare, aiutare. Questo dato però, spiega Pagliara al Foglio Sportivo, non è che un punto di partenza per osservare “come lo sport sta modificando la società. Ormai è parte integrante del nostro modo di vivere, del nostro modo di pensare – spiega – È diventato sostanzialmente una filosofia di vita. Insieme ad alcuni amici come Paolo Di Caro e Federico Serra, da un paio di anni studiamo questo fenomeno cercando di capire come incide sulla vita delle città”. Da qui l’idea di scrivere un libro con il giornalista Paolo Di Caro, “Sport (in the) city”, un viaggio nello sport che cambia i luoghi in cui viviamo. “Ci siamo accorti che lo sport non solo incide profondamente, ma sta cambiando il modo di vivere la comunità”. Il libro parte dalla constatazione di come le scelte urbanistiche, negli anni, abbiano penalizzato, soprattutto in Italia, il desiderio di vivere in contesti che lasciassero spazio alla dimensione del benessere individuale e collettivo. Nonostante questo, però, “stiamo già passando dalle smartcity alle sportcity”, spiega ancora il segretario generale della Fidal.

   

Non è l’ottimismo che manca a Pagliara, ma pensare che le città possano cambiare attraverso lo sport non è utopistico? “Assolutamente no – sorride il segretario generale della Fidal – È un fenomeno che crediamo inarrestabile: sempre di più la gente ricerca valori positivi e importanti come il benessere, perché sa che in qualche modo anche da lì passa la ricerca della felicità. E poche cose, a parte lo sport, riescono a produrre felicità”. Pagliara usa una battuta che “può sembrare uno slogan, ma davvero con le sportcity si passa ‘dal Pil al Fil’. Le nostre città saranno sempre meno bisognose di hardware e sempre più legate a servizi soft. Quindi certo che le città cambieranno, diventeranno sempre più votate alla salute e per farlo dovranno inevitabilmente modificare il proprio assetto urbano”.

 

Viene da chiedere che cosa sia in concreto una sportcity. Pagliara spiega che “non è, semplicisticamente, una città adatta allo sport. È un sistema, una rete di connessioni fra interpreti e protagonisti della vita cittadina, che cooperano per il miglioramento generale della qualità della vita, attraverso lo sport. Non è un freddo elenco di impianti sportivi, anche moderni o avveniristici, dedicati allo sport agonistico; è anche quello, a patto che sia inserito in una dimensione urbana nella quale lo sport permei virtuosamente le scelte dei decisori politici”. Sembra quasi impensabile in Italia, se ci fosse qualche esempio all’estero da copiare, magari… “Nel libro passiamo in rassegna anche alcune case histories come Copenaghen, Valencia, Berlino e altre – racconta Pagliara – I dati sono chiari, siamo ancora indietro specialmente dal punto di vista culturale”. Peccato, perché anche soltanto “per ragioni climatiche, e per la sua ‘grande bellezza’, in nessun posto al mondo è possibile un utilizzo sportivo delle città come da noi”. Si pensi alle città come contenitore turistico, ad esempio: “Le nuove forme di turismo dello sport sono quelle rivolte al viaggiatore-sportivo più che a quello che si sposta in relazione ai grandi eventi: runner, biker, camminatori con la valigia e il passaporto che scelgono città e alberghi sport friendly, visitano i musei in tuta e scarpette, regolano il battito cardiaco su quello dei passi necessari per visitare i principali monumenti”.

 

Pagliara non cammina, corre, e domenica sarà a Catania per la prima tappa di un tour che la Fidal ha organizzato con Anci: “Andremo in una ventina di città italiane a spiegare perché questa trasformazione è utile e perché fa bene al nostro paese. In questo senso la sensibilità dimostrata da Anci è una base che ci fa ben sperare. Simbolicamente, poi, ritengo un segnale importante da dare quello di partire dal sud e da Catania. Il meridione può essere motore di questa rivoluzione”. Non sarà un po’ troppo parlare di rivoluzione, però? Si tratta pur sempre di sport in città. Parliamo di rivoluzione proprio perché è un cambiamento di stile di vita, di approccio alla città e quindi al vivere. Siamo di fronte a una occasione straordinaria per lo sport ma anche per la vita di ciascuno di noi. È una rivoluzione simile a quella a cui siamo giornalmente sottoposti con le nuove tecnologie o con la nuova consapevolezza sui temi ambientali. Star bene, essere felici e riappropriarsi delle città è un diritto. E rende i cittadini migliori”. La tecnologia è sempre più protagonista, verrebbe da dire invasiva, nel mondo dello sport. Pare evidente che non ci possano essere sportcity senza sviluppo tecnologico. “Gli studi che stiamo sviluppando con l’Istituto Piepoli e con altri istituti di ricerca vanno nella direzione sempre più chiara nella ricerca di fare comunità. Riteniamo che il recupero delle città e la loro trasformazione vada di pari passo con l’utilizzo della tecnologia per agevolare i contatti, fare attività fisica insieme, saper dare e cercare le giuste informazioni per fare lo sport in maniera controllata e adeguata. Con Fidal Servizi siamo partner di una app innovativa chiamata Ustep che premia con servizi cittadini chi raggiunge obiettivi di allenamento. Ecco la tecnologia non più come avversario di chi fa sport ma come alleata di chi fa pratica sportiva in una città che si trasforma”. Stiamo parlando, per capirci, di applicazioni dedicate, contapassi sincronizzati sulla fruizione intelligente dei centri urbani, incentivi alla mobilità sostenibile. “Lo sportivo urbano è più tecnologico del sedentario, più aperto all’innovazione, più attento ai mutamenti sociali”. Temi, questi, che Fidal affronterà e discuterà in una serie di workshop in giro per l’Italia con Anci e Changing Diabetics, con l’obiettivo di spiegare “perché questa rivoluzione può migliorare la qualità della nostra vita e le città in cui viviamo”. Sarebbe interessante riuscire a portare questo tema nell’agenda della politica e dello sport italiano. “Potrà sembrare magari visionario – sorride Pagliara – ma ce la metteremo tutta”.

Redazione

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