Ricordatevi che #Bluegirl non è morta per niente

Giovanni Francesio

Sahar Khodayar aveva 29 anni. Era una giovane donna iraniana che si travestiva da uomo per poter entrare allo stadio. Scoperta e incarcerata, si è data fuoco.

Sahar Khodayar aveva 29 anni. Era una giovane donna iraniana. In rete la troverete più facilmente con il nome di #Bluegirl, perché il blu è il colore della squadra per cui faceva il tifo, l’Esteqlal of Terhan. Ma in Iran, dal 1979, le donne non possono assistere alle partite di calcio degli uomini. Quindi Khodayar si travestiva da uomo per poter entrare allo stadio. Scoperta, arrestata, incarcerata, ha deciso di rendere eclatante e universale la sua lotta, nel più drammatico dei modi. Si è data fuoco, ed è morta per le ustioni.

  

Una volta di più, e questa volta più tragicamente e dolorosamente di sempre, il calcio dimostra di non essere mai solo calcio, e il tifo di non essere mai solo tifo. C’è sempre una battaglia da combattere per chi si accalca sui gradoni di uno stadio, a volte esistenziale e individuale, altre volte sociale e politica; in ogni caso, non si tratta mai solo di andare a vedere una partita.

 

Bisognerebbe che si ricordasse di Blue Girl chi gestisce il calcio europeo, che vorrebbe normalizzare e sterilizzare tutto, per dare ai telespettatori uno spettacolo neutro, morbido, rassicurante.

 

Bisognerebbe che si ricordassero di Blue Girl i nostri legislatori, e i nostri questori, quando diffidano a casaccio e lasciano per lustri la gente fuori dagli stadi, magari per una torcia accesa in un momento di euforia, o per una parola di troppo. Bisognerebbe ricordarsi di che cosa significa, per chi ama lo stadio, non poterci andare.

 

Infine, bisognerebbe che si ricordassero di Blue Girl quelli che non si rendono conto di che privilegio sia la libertà, la libertà di tifare, di trovare ed esprimere se stessi insieme agli altri, e confondono il diritto di andare allo stadio con il diritto di dare il peggio di sé, e di lasciarsi andare alla violenza e al razzismo.

 

Sahar Khodayari certo non andava allo stadio per fare ululati, o insultare qualcuno. Ci andava per passione, per amore, e per combattere per i diritti negati alle donne nei paesi islamici; e l’imbarazzo degli ultimi giorni delle autorità iraniane nel gestire la vicenda lascia sperare che il calcio, il tifo, come altre volte è successo in passato, possano incidere sulla politica, sulla società, sulla vita della gente, più dei trattati e degli appelli, e che Blue Girl non sia morta per niente.

Di più su questi argomenti: