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E' Monza l'altra sfida di Berlusconi. All'insegna dello stile

Così il Cav. vuole trasformare la squadra nel terzo polo calcistico lombardo, alternativo a Milan e Inter. Un obiettivo ambizioso, col fedele Galliani al suo fianco

24 Marzo 2019 alle 06:19

E' Monza l'altra sfida di Berlusconi. All'insegna dello stile

Silvio Berlsuconi e Adriano Galliani con la maglia del Monza (foto LaPresse)

Trentotto campionati di B, senza mai riuscire a salire oltre. Poche squadre hanno giocato più del Monza in questo torneo: davanti e dietro, arrestandoci al Taranto, tutte sono approdate in A. In oltre un secolo di vita i brianzoli ce l'hanno solo quasi fatta. Un “quasi” che ha inesorabilmente segnato la storia del club. La prima volta nel 1956, appena diventato Simmenthal Monza, con la presidenza di Gino Alfonso Sada, l'uomo che ha reso la carne in scatola un marchio riconosciuto nel mondo. La squadra arriva terza, mai successo prima, ma non basta. Le cose vanno decisamente meglio nel basket, con l'abbinamento con l'Olimpia Milano che frutta dieci scudetti e la prima Coppa dei Campioni nel 1966, imprese all'origine delle “scarpette rosse”.

 

Ma è negli anni Settanta che il Monza compie i suoi capolavori al contrario, crollando sempre alle ultimissime battute. Nel 1969/70 è a due punti dalla promozione alla penultima giornata, allenato dal debuttante Gigi Radice. In quella domenica perde a Varese lo scontro diretto e scivola al quinto posto. Peggio va nel 1976/77: primo posto a due giornate dalla fine e tracollo all'ultima, con la sconfitta di Modena. Ancora quinti, in una squadra che a fine stagione cede al Torino Giuliano Terraneo, il portiere che scriveva poesie, mentre al Milan si dirigono Ruben Buriani e Ugo Tosetto. Quest'ultimo arriva in rossonero marchiato a fuoco da Nils Liedholm: lo chiama il “Keegan della Brianza”, andrà via dopo una sola stagione, con 22 presenze in campionato e nessun gol. Nell'annata successiva la promozione svanisce per due punti e nel 1978/79 il passaggio più doloroso. In panchina c'è sempre Alfredo Magni, uno che da quelle parti ha segnato il calcio, e la squadra si scioglie nel finale, da sana abitudine. Cade in casa alla penultima contro un Lecce tagliato fuori da ogni gioco e sbagliando perfino il rigore del pareggio. Si fa raggiungere dal Pescara, con cui va allo spareggio promozione di Bologna, perso 2-0.

 

È l'ultimo acuto del Monza, che vivacchia tra B e C, fino alla doppia retrocessione consecutiva che lo porta in C2 nel 2002. Il controllo della società diventa una guerra per bande, si vede perfino Clarence Seedorf come proprietario dal 2009 al 2013: non lascia il segno, così come gli capita anche da allenatore. Il club passa da un primo fallimento nel 2004 a quello del 2015, quando il titolo viene acquistato all'asta da Nicola Colombo, passaggio che riallaccia il legame con il Milan, intessuto negli anni Novanta. È il figlio di Felice, presidente del decimo scudetto, quello della stella rossonera, e anche l'uomo che ha portato per primo la squadra in B, per il totonero del 1980. Un cerchio che si chiude a fine settembre 2018, quando nel Monza entra come proprietario Silvio Berlusconi, libero dal calcio dopo la cessione del Milan alla fallimentare esperienza cinese. Berlusconi vuol dire Adriano Galliani, che del Monza è tifosissimo, oltre che essere stato dirigente prima dell'avventura rossonera. Torna in Brianza da senatore di Forza Italia e da amministratore delegato. L'idea della coppia è prendere una squadra appena risalita dalla serie D e renderla un polo attrattivo alternativo a Milan e Inter. Monza, come tutto ciò che ruota intorno a Milano, ha sempre faticato a trovare una propria identità nello sport: chi cerca di emergere, deve fare i conti con la concorrenza della metropoli, che attira risorse e spettatori. A cominciare dal calcio: tra lo stadio Brianteo e San Siro ci sono poco più di venti chilometri da percorrere.

 

Una sfida che Berlusconi vorrebbe avviare all'insegna dello stile (“I calciatori non dovranno avere né barba né tatuaggi, essere rispettosi sul campo e andare in giro vestiti con sobrietà nel tempo libero”), cominciandolo in realtà all'italiana. Con l'esonero di Marco Zaffaroni, il tecnico che aveva vinto la serie D: resiste un mese, fatale la sconfitta interna con il Teramo. In panchina Berlusconi piazza subito il suo pupillo Christian Brocchi, cui aveva affidato il Milan dopo l'esonero di Sinisa Mihajlovic con l'obiettivo di renderlo l'uomo su cui costruire il nuovo corso legato ai giovani talenti. Un obiettivo abortito sul nascere per i risultati negativi e con conseguente addio al rossonero. A Brocchi il mercato di gennaio consegna una squadra rifatta da capo a piedi: sedici giocatori arrivati e quattordici salutati. “Le emozioni nel portare a termine le trattative sono state quelle di sempre”, confessa Galliani, passato dalla cessione di Kakà al Real Madrid alle fatiche per strappare Filippo Scaglia al Cittadella. Mosse applaudite dagli addetti ai lavori e che hanno fruttato risultati positivi: quattro vittorie, tre pareggi e una sola sconfitta, in casa della Triestina seconda in classifica. E se il Pordenone capolista è ormai imprendibile, ci sono però i playoff con cui provare ad agguantare la promozione. E quella Coppa Italia di categoria, già conquistata quattro volte in passato (record): un piede è già in finale, dopo aver battuto il Vicenza in trasferta nella semifinale di andata. Berlusconi e Galliani potrebbero sollevare il primo trofeo del nuovo corso.

Leo Lombardi

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