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Roberto Baggio, un Pallone d'oro triste

Venticinque anni fa l'attaccante della Juventus vinceva uno dei premi più ambiti in una squadra mediocre, e senza scudetto o Coppa Campioni alle spalle. Una sorta di tributo dovuto al suo talento isolato, incompreso, frustrato

28 Dicembre 2018 alle 19:15

Roberto Baggio, un Pallone d'oro triste

Roberto Baggio con la maglia della Juventus (foto LaPresse)

[Anticipiamo l'articolo di Patrizio Ruviglioni pubblicato sul numero del Foglio Sportivo in edicola sabato 29 e domenica 30 dicembre 2018]

 


 

Non è mai sembrato davvero sereno, Roberto Baggio, quando giocava. Un’ombra di tristezza gli accarezzava gli occhi, la coda, lo sguardo circospetto, l’andatura da vecchio saggio, le esultanze e persino le dichiarazioni post-partita. Come fosse una rivalsa continua, quella sua carriera in salita, nella malinconia di chi ha sempre pagato un talento assoluto, da Olimpo del calcio, con (tante) delusioni.

 

  

Quando, il 28 dicembre di venticinque anni fa, Roby riceveva il Pallone d’Oro, per un attimo l’universo di tormenti dentro di lui sembrava tacere: ventisei anni, capitano della Juventus e icona del (bel) calcio italiano nel mondo, allo zenit atletico e mentale di una vita intera. Eppure, Baggio non era soddisfatto neanche lì. “Sono stufo di vincere tornei da bar”, diceva. E ancora: “I miei obiettivi sono lo scudetto, il Mondiale: non il Pallone d’Oro, che è un titolo individuale”. Già, i titoli di squadra, quelli che non gli hanno mai reso giustizia. Anche la stagione 1992-1993 – quella premiata, probabilmente la sua migliore in assoluto – si era conclusa, infatti, solo con una Coppa Uefa. Poco, considerate le promesse con cui l’Avvocato l’aveva strappato dalla tranquillità di mamma Fiorentina per gettarlo nella metropoli juventina: una squadra competitiva intorno, prima; lo Scudetto e la Coppa Campioni, poi. Progetti, questi, naufragati nella gestione Maifredi, e infine strozzati sul più bello al primo Trapattoni-bis. Nell’aridità di quegli anni, ai tifosi era rimasto solo Baggio: estroso e concreto (“nove e mezzo”, no?), trascinatore solitario di un gruppo allo sbando. Artista triste, soprattutto, incompreso, al servizio di una squadra operaia.

 

Con gli acquisti di Vialli e Platt, nel 1992 a Torino era tornato di moda pensare a uno scudetto davanti al Milan. E invece no, ci si sbagliava ancora. Dopo un inizio discreto, a novembre il Codino si frattura una costola, e la Juve entra nel tunnel; al rientro, Baggio trova una squadra senza filo logico, fra gli esperimenti infelici del Trap (Dino Baggio fluidificante) e la scarsa vena di Vialli. Ma sarà proprio lì, a centimetri dall’ennesima annata anonima, che Roby si esalterà: fra missili balistici (la punizione contro la Roma, che storia) e pragmatismi da centravanti puro, si prenderà una squadra intera sulle spalle, a volte duettando coi compagni, spesso esibendosi in frustrati assoli. Sempre, a una velocità – di pensiero, di azione – e con una classe per gli altri incomprensibile, eterea, astratta. Per molti, quello ’92-’93 sarà il miglior Baggio di sempre.

 

E se di domenica la sua abbagliante individualità non basterà comunque a ridestare i compagni, nelle notti di Coppa Uefa troverà pane fino alla vittoria finale. Là, dove i bianconeri erano arrivati in semifinale con qualche imbarazzo, il Codino prenderà per mano la Juve oltre l’ostacolo PSG, con tre gol epici – due all’andata, di cui il secondo su punizione all’ultimo, e uno al ritorno. In mezzo, la rete (bellissima) in un anticipo di campionato a domicilio del Milan “degli invincibili”, in cui con due sterzate si divorerà mezza squadra. La doppietta in finale, contro il Borussia Dortmund, sarà quindi solo il definitivo riconoscimento istituzionale di ciò che tutti avevano chiaro: lo stato di grazia di quello che allora era il migliore al mondo.

  

Ma al di là dell’unanime consenso di appassionati e addetti ai lavori, il suo resterà comunque un Pallone d’Oro malinconico, triste. Vinto in una squadra mediocre, e senza scudetto o Coppa Campioni alle spalle, fu una sorta di tributo dovuto al suo talento isolato, incompreso, frustrato. Un premio di consolazione, sale sulle ferite di un’altra annata di “coppette”. E, in linea con la ferocia tipica del suo mondo, Baggio lo festeggerà in maniera altrettanto amara, con l’ennesima prestazione stratosferica e inutile – contro l’Udinese, il 2 gennaio 1994. Inutile perché, a fine stagione, il campionato andrà ancora al Milan, con la Juve a secco. Eccola, ci risiamo: di nuovo, la malinconia di una vita intera.

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