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Rino Gattuso, il controsenso

Faceva tutto avendo quasi nulla. Ringhiava per farsi riconoscere, come una griffe, ma giocava in silenzio. Passato alla panchina cercava l'occasione giusta: è arrivato il Milan

7 Ottobre 2018 alle 06:14

Rino Gattuso, il controsenso

Foto LaPresse

Se parla sottovoce vuole dire, se grida depistare. Ogni sua carezza è un pugno, ogni minaccia un abbraccio, e il riso un momento di sospensione tra la preghiera e la bestemmia. Rino Gattuso è il senso e il suo contrario. Segue una linea personale, piegata al personaggio, alla figura. Era un giocatore immenso eppure piccolo, extra ordinario ma anche diffuso. Faceva tutto avendo quasi nulla. Ringhiava per farsi riconoscere, come una griffe, ma giocava in silenzio. Con una corsa senza fine, sempre in atto, costante. Un elastico che si allungava, allargava, restringeva e rilanciava, frustante sulle caviglie altrui. Il rispetto che aveva del mestiere di mediano si accompagnava con il sacro. La mistica di un uomo sempre in lotta con l’imperativo di emergere, cenere sotto il fuoco che non soccombe. Mai. Per gli avversari era un incubo, poteva essere ovunque, una specie di mistero sovrannaturale, inspiegabile. Un’orma sull’erba bagnata, due orme, dieci, venti orme. E lui dall’altra parte del campo in carne e ossa con i denti in mostra davanti a un pallone vagante. Da allenatore pareva destinato a morire ancora prima di iniziare. Troppe avventure strambe, terre lontane, davanti al mare, senza orizzonti definiti. Si allontanava al largo sbracciando come un naufrago e, quando la riva sembrava perduta, un’onda amica lo ha riportato a terra. Ha saputo godere del miracolo tornando a correre silenzioso e accecato dal sole. Come in quel tempo in cui, da calciatore ormai alle ultime battute, per una inspiegabile sventura aveva quasi perso un occhio. Girava bendato tra il campo e la panchina. Sembrava un reduce di guerra o qualcosa di simile. Colpiva per il coraggio con il quale andava avanti, senza piangersi addosso. Forse con quell’occhio bendato ci vedeva addirittura meglio, costretto com’era a ribaltare le prospettive. Sotto quella benda raccoglieva immagini, come il protagonista di un famoso film.

 

E così come allora, dopo qualche anno, da cieco possessore di suggestioni è tornato a lavorare in panchina, senza allontanarsi troppo da casa però. All’inizio ha guardato i giovani, li ha spronati più che allenati. Aveva bisogno di un’occasione. Guidare un manipolo di giocatori veri, per trasmettere loro il senso del calcio. Quello che spesso manca a chi è dotato per natura. E così ha fatto, chiamato dal destino. All’inizio si è reso amabile, con simpatetica gioviale aggressività. Poi ha lentamente cominciato a correre, nel consueto silenzio. Come consunto dall’impegno è invecchiato all’improvviso mentre il suo calcio si è ringiovanito, risultando addirittura moderno. Quando gli chiedono spiegazioni sorride pensando al passato, alle corse infinite, al suo naufragio annunciato. Non era nulla, ha ottenuto tutto. Come il senso e il suo contrario.

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