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La Juventus vince perché è spietata

Poco spazio a sentimenti e nostalgia, anche così nasce la superiorità dei bianconeri su tutte le altre

6 Ottobre 2018 alle 06:09

La Juventus vince perché è spietata

Foto LaPresse

Piccolo trattatello “Della superiorità della spietatezza nel calcio”. La riflessione scaturisce dall’addio di Giuseppe “Beppe” Marotta alla Juventus dopo otto anni. Una separazione inaspettata anche se molti iscritti al moderno giornalismo fenomenale hanno affermato: “Era noto che i rapporti tra Marotta e Agnelli non erano più molto buoni”. Peccato che non l’abbia letto da nessuna parte, ma forse m’è sfuggito. Questo ennesimo taglio in casa bianconera invita a rileggere i successi della Juventus con la lente dell’assenza di empatia. La Juventus è spietata nel dna, gli altri no. La supremazia bianconera nasce da questo. L’approccio al calcio può avere molte sfaccettature, tutte accettabili e onorevoli. Ognuno si muove a seconda della sua sensibilità. Qui parliamo di quella della Juventus.

 


Giuseppe Marotta (foto LaPresse)


  

La Juve domina non perché ha Ronaldo e Dybala, ha vinto anche con Vucinic e Matri, con Tevez e Llorente, con Pirlo e Vidal. La Juve domina non perché aveva Boniperti, Giraudo e adesso Andrea Agnelli alla scrivania, ma perché non guarda in faccia a nessuno, neanche a se stessa. E’ una faccenda genetica che deriva dalla casa madre, la Fiat. Tutti sono importanti e nessuno è indispensabile e i primi a credere a questo assunto sono i padroni. Non dico che non esistano sentimenti, ma non sono rilevanti. Esempio. Lo slogan dei primi nemici della Juventus, i tifosi del Torino, è “forza vecchio cuore granata”. Ecco, nel vocabolario bianconero la parola cuore non esiste. Alla Juventus non hanno esitazioni: tagliano i rami considerati secchi o non più funzionali al progetto e spediscono nelle retrovie quelli che hanno fatto la storia. Perché non sono importanti loro, è la storia a esserlo.

 

Riassunto delle ultime puntate. Da fine maggio ai primi di ottobre sono stati lasciati, con leggerezza, nell’ordine, Gigi Buffon, Claudio Marchisio, Beppe Marotta. 1) Il capitano dei sette scudetti (nel primo c’era ancora Del Piero, ma partiva quasi sempre dalla panchina), secondo juventino per presenze, 656 dietro alle 705 di Alex. 2) L’enfant du pays, il simbolo della torinesità bianconera, cresciuto a pane e Juve, il ragazzo più famoso a percorrere “il corridoio della gloria” di Vinovo, quel passaggio che dagli spogliatoi delle giovanili portava, prima del trasferimento alla Continassa, a quelli della prima squadra, dove venne soprannominato “il principino” perché, a differenza di quelli della sua età, vestiva come se il guardaroba gliel’avesse consigliato Lord Brummel. 3) Il dirigente della rinascita, uno dei tasselli più importanti dell’attuale regime juventino. Marotta venne chiamato da John Elkann, via Jean-Claude Blanc allora presidente, e qualcuno ha scritto che Agnelli non l’abbia mai sopportato. Urca, ci ha messo otto anni di mal sopportazione a cacciarlo. Poco probabile. Al di là delle ragioni reali, di cui la più concreta è la voglia del presidente di accentrare il potere con una squadra giovane che faccia riferimento solo a lui, quella non campata per aria riguarda le divergenze per l’affaire CR7, mentre quella più farlocca gli strascichi sulla faccenda dei biglietti dati ai curvaioli con pedigree mafioso, assistiamo alla reiterazione di uno schema.

 

Alla Juventus passano tutti, qualcuno meno insalutato ospite degli altri, ma senza lasciare ingombri. Alla Juventus non tengono i monumenti, come fanno le altre. E’ un’altra filosofia, ma è quella che li fa svettare verso l’alto, mentre le altre da questi convitati di pietra sono appesantite.

 

L’esempio più clamoroso riguarda il giocatore per cui, misurazione alla mano, i tifosi hanno speso più lacrime, al momento della dipartita calcistica, Alessandro Del Piero. Francesco Totti racconta amareggiato, nella sua autobiografia, del modo in cui lo hanno costretto alla pensione a Roma, ma in confronto a quello che è capitato al giocatore che Gianni Agnelli definì Pinturicchio, sparando il nome del primo pittore che gli passava per la mente, quello “der Capitano” è stato un red carpet con tanto di girls sui Fori Imperiali. Vi ricordate come venne silurato Del Piero? Parliamo del più amato, più presente, campione di tutto, un ginocchio immolato per la causa, capitano in serie B. Un ripassino per fare un confronto con Totti. Vicende simili, di grandi campioni al crepuscolo. Le abbiamo già vissute e non sono mai semplici, per nessuna delle parti in causa, ma il popolo tende sempre a stare dalla parte del campione, dell’uomo. Naturale, la società è un’entità astratta. Eppure è la società ad avere i maggiori problemi. Il tifoso parteggia per il campione, anche se ormai la sua parabola sportiva è fuori tempo massimo. E il club è lì, in mezzo al guado.

 

Pure nel caso di Del Piero è successo, ma la Juventus regge anche gli addii più dolorosi, perché è spietata. Allora. Nella fase finale della carriera del capitano bianconero, i contratti con il club venivano rinnovati di anno in anno, anticipati da una flagellazione di indiscrezioni, firme, non firme, dibattiti. Febbraio 2011. Del Piero compare in un video sul suo sito e si rivolge ai Drughi, la più famosa sigla ultrà bianconera e afferma di essere pronto a firmare in bianco.

 

Agnelli s’infuria. Vuole chiudere subito il rapporto. E’ proprio Marotta a convincerlo a confermare Del Piero per un altro anno. La stagione 2011-2012, infatti, verrà giocata nel nuovo stadio. La presenza di Del Piero, anche in panchina, rappresenta un forte catalizzatore mediatico. La firma avviene nel nuovo stadio quasi ultimato. Qualche mese dopo, il 16 ottobre, prima stagione di Conte, la Juve pareggia a Verona con il Chievo in una della gare meno entusiasmanti di quello che sarà il campionato della rinascita. Del Piero entra al 24’ del secondo tempo. Colpisce un palo. Ottiene da tutti i media il voto più alto. La Gazzetta titola: “Juve, Del Piero e poco più”. Riparte la sarabanda sul contratto, anche se, al momento della firma, è stato detto a chiare lettere che si tratta dell’ultimo. Ma no, forse resta, un altro anno, è un intramontabile, Del Piero di qui, Del Piero di là. Il 18, martedì, Andrea Agnelli si presenta all’Assemblea degli azionisti e prima che tutti si siedano chiede “un bell’applauso per Del Piero al suo ultimo anno con la Juventus”. E c’è chi si stupisce di come ha chiuso dall’oggi al domani con Marotta.

 

Provate a farvi un film. Immaginatevi a Roma l’identica situazione con Totti. Impensabile. Ma sta proprio qui, nella spietatezza bianconera verso chiunque, la differenza con le altre. La Juventus non ama le bandiere personali che oscurino quella del club. Totti è la Roma. Maldini il Milan. Zanetti l’Inter. Maradona il Napoli. Riva il Cagliari. Antognoni la Fiorentina. La Juventus è la Juventus. I singoli, anche enormi, vanno, resta la Juventus. Cristiano Ronaldo sarà funzionale alla conquista, forse, della Champions League e a espandere il marketing del club a livello planetario, ma poi di lui resterà una stella allo Stadium e un posto in tribuna Legends dove, fateci caso, non troverete mai Alex Del Piero. La recente vicenda dell’accusa di stupro a Cristiano Ronaldo offre un altro modo di interpretare la vincente spietatezza bianconera. In due tweet dal profilo ufficiale, il club ha espresso la sua solidarietà a CR7: “Ronaldo ha dimostrato in questi mesi la sua grande professionalità e serietà apprezzata da tutta la Juventus. Le vicende asseritamemte risalenti a 10 anni fa non modificano questa opinione, condivisa da chiunque sia entrato in contatto con questo grande campione”. Questo modo di pensare può suonare un po’ surreale, invece è perfettamente in linea: alla Juve interessa Ronaldo per il suo sostegno alla causa, per quello che fa ora, hic et nunc, non per quello che ha fatto prima o farà dopo. Non è rilevante, di qualsiasi faccenda si parli. La Juventus non ritira le maglie. Qualcuno l’aveva accennato, quando Del Piero se n’è andato. La risposta è stata che i giocatori passano e la Juve resta. “Noi pensiamo che un grande numero 10 possa sempre tornare a vestire quella maglia”. Non hanno tutti i torti, ripensando a Sivori, a Platini. La Juventus non organizza cerimonie degli addii, partite, feste. Per Buffon, con cui la separazione è stata preparata e tranquilla, c’è stata una conferenza stampa congiunta con la presenza di Andrea Agnelli e l’abbraccio accademico. Perfino un po’ di commozione. Non più di cinque minuti, poi ognuno per la sua strada. Del Piero non è paragonabile a Totti perché non è torinese, non ha passato tutta la sua vita umana e calcistica nella Juventus. Sono storie diverse, ma a Torino i dirigenti bianconeri non si sarebbero mai seduti in prima fila nella Mole Antonelliana alla presentazione di un libro che mette in imbarazzo la società tanto da provocare le dimissioni del consigliere del presidente. Non dico che avrebbero tentato di non farlo uscire. Quasi. E comunque non avrebbero riempito la platea.

 

Recentemente abbiamo visto tornare “il Milan ai milanisti” con Leonardo e Maldini, forse Kakà. Gattuso sta in panchina. Bello, c’è chi ama la poesia. Da quando faccio questo lavoro ho visto molti ex campioni diventare dirigenti, a vario titolo, alcuni con poteri decisionali altri meno, delle società in cui sono stati giocatori: Rivera, Riva, Mazzola, Antognoni, Mazzola, Facchetti, Totti. Alla Juventus tre: Giampiero Boniperti (l’unico che ha contato veramente), Roberto Bettega e Pavel Nedved. A quest’ultimo si attribuiscono crescenti poteri. Io credo che il suo ruolo più che decisionale sia iconico: incarna la spietatezza bianconera, quel #finoallafine che è l’irrinunciabile hashtag per ogni avventura della Juventus. Nedved è amico di Agnelli e devoto alla causa, per questo è rimasto, oltre ai meriti che di certo ha. E poi non è un mostro di simpatia. Del resto a Torino non amano i simpatici, né ambiscono a esserlo. Jean Claude-Blanc e Giovanni Cobolli Gigli, ad e presidente del dopo 2006, erano malvisti dai tifosi non solo perché dovevano gestire un periodo difficile e avaro di risultati, ma perché non avevano il physique du rôle degli antipatici e non dimostravano quella spietatezza congenita che hanno avuto i dirigenti più vittoriosi degli ultimi decenni, da Boniperti a Giraudo fino ad Andrea Agnelli. Erano accomodanti. Non è da juventini. Neanche Beppe Marotta è antipatico. Quando lo vedevo in tv recitare la parte del “truce”, soffrivo per lui. Non c’è niente di più irrituale di un pacifista che fa il cattivo. Questa è la superiorità bianconera, questo marca la differenza. Non è che gli altri debbano o possano fare lo stesso. Solo sapere cosa determina la superiorità della Juventus. Per batterla non basta solo una grande squadra. Tutto qua.

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