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Da Roberto Carlos a Dimarco: l'Inter e la maledizione del terzino sinistro

Il giovanissimo difensore del Parma segna il gol decisivo e, soprattutto, fa ben sperare per il futuro della Nazionale italiana

17 Settembre 2018 alle 08:13

Da Roberto Carlos a Dimarco: l'Inter e la maledizione del terzino sinistro

Federico Dimarco (foto LaPresse)

Diciamo che, da Roberto Carlos in poi, l'Inter ha avuto qualche problemino con il terzino sinistro. Sono passati poco più di vent'anni da quando il brasiliano venne ceduto dopo una sola stagione, annata in cui aveva dovuto fare posto addirittura a Felice Centofanti perché “indisciplinato tatticamente”. Questa la sentenza, infelicemente perfetta, di Roy Hodgson, l'allenatore nerazzurro passato alla storia per i fallimenti sul campo, le comparsate a “Mai dire gol” e, per l'appunto, la vendita di Roberto Carlos. Il brasiliano andò al Real Madrid, disegnò parabole meravigliose dalla distanza (palla in movimento o punizione, non c'era differenza), vinse quanto si potesse vincere e visse undici annate di godimento.

 

Al suo posto all'Inter videro di tutto: da Pistone a Macellari, da Georgatos a Gilberto, fino all'ineffabile Gresko, protagonista principale della caduta del 5 maggio 2002 a Roma con la Lazio, un 4-2 che consegnò lo scudetto all'Inter all'ultima giornata. Un elenco che è in realtà molto più lungo e in cui ogni sostenitore nerazzurro ha il suo punto di riferimento negativo, salvo poi accorgersi dolorosamente che altri sfruttano ciò che si possedeva già, e con sommo godimento. Ultimo caso il Parma, passato sabato a Milano con una rete di rara bellezza realizzata da Federico Dimarco. Uno, per l'appunto, cresciuto nell'Inter, con un percorso cominciato con i Pulcini, in una squadra che fa notizia nell'ottobre 2007 con un 40-0 rifilato in trasferta al Pergocrema e buono per scatenare i pedagogisti di giornata al grido di “certe cose non si fanno”: perché quei piccolini magari restano traumatizzati e chissà, signora mia, quali turbe si porteranno appresso nella vita.

 

Quel giorno Dimarco realizza cinque gol e si muove in attacco. Con il tempo arretra il raggio d'azione, diventando valido terzino sinistro. Ha tecnica e visione di gioco, Roberto Mancini gli regala un paio di minuti di felicità facendolo esordire in serie A nel 2015 nella classica partita di fine anno a San Siro, il massimo per uno nato e cresciuto a Milano (quartiere Calvairate), ovviamente tifoso dell'Inter. Dimarco ha 18 anni, comincia l'abituale percorso che si riserva a un giovane. Prestiti in serie B (Ascoli ed Empoli), uno in Svizzera (a Sion, dove lo condiziona la frattura a un dito del piede alla prima giornata) e quest'estate a Parma. Le soddisfazioni se le toglie in Nazionale portando l'Italia, con quattro gol in quattro partite (tre rigori e una punizione), alla finale dell'Europeo Under 19 del 2016, persa nettamente contro la Francia. Una partita esemplare per quanto riguarda il calcio italiano perché, di quella squadra tanto elogiata, il solo Nicolò Barella è oggi titolare in serie A, a Cagliari. Gli altri? Panchina o categorie inferiori, mentre dei nostri avversari molti sono in carriera da quel giorno, a cominciare dal formidabile Kylian Mbappé, già diventato campione del mondo.

 

Partita esemplare perché spiega come la Nazionale non riesca a recuperare un livello decente, visto che le risorse interne non vengono, se non valorizzate, almeno testate. Il Mancini che aveva fatto debuttare Dimarco è lo stesso che oggi allena l'Italia e che si è appena lamentato di come i giovani non abbiano spazio. Un'assenza evidente soprattutto nei grandi club, quelli che garantiscono esperienza internazionale. Ed è una osservazione da girare ai diretti responsabili, che non trovano il tempo di dare una possibilità a chi hanno costruito in casa. L'Inter, per esempio, ha preferito optare per l'usato sicuro di Asamoah o la presunta brasilianità di Dalbert sulla fascia sinistra. Dimarco è ancora suo, pensare a lui in chiave futura è un'opzione: non sarà come Roberto Carlos, il modello seguito fin da bambino, ma la rete di sabato lo ha ricordato assai.

Leo Lombardi

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