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L’uomo di Putin

Il destino di Washington è appeso ad Alex Ovechkin, strongman dell’hockey amato dal Cremlino

5 Giugno 2018 alle 06:00

L’uomo di Putin

Alex Ovechkin

L’uomo di Putin a Washington ha tenuto sveglia la capitale, l’altra notte. Non gli agenti alle dipendenze di Robert Mueller, che dormivano sonni relativamente tranquilli mentre il presidente buttava lì un “caccia alle streghe!”, ma il popolo con la maglietta rossa che si è riversato nelle strade di Washington cantando “I believe that we will win” dopo che i Capitals hanno vinto gara-3 contro i Golden Knights di Las Vegas, ribaltando il parziale nella finale che porta alla Stanley cup. La folla inneggiava innanzitutto al capitano, Alex Ovechkin, che è l’idolo incontrastato della capitale che segue l’hockey ed è allo stesso tempo la cosa più russa e nazionalista che circoli in occidente dopo la vodka e i troll pro Trump.

 

L’anno scorso ha attribuito a sé la creazione di un movimento social a favore dell’eterno presidente russo, #PutinTeam, al quale ha immediatamente aderito anche Evgeni Malkin, un altro russo in forza agli arcinemici Pittsburgh Penguins e che al contrario del connazionale ha già portato l’ambita coppa della Nhl sulla Piazza Rossa. Putin, che com’è noto è un fanatico dell’hockey, gli ha telefonato per il suo matrimonio, e ha regalato agli sposini un prezioso servizio da tè con il samovar, per i momenti di nostalgia. Ovechkin, detto Ovi, non è solo un giocatore dei Capitals e non è nemmeno solo il capitano, è una specie di deus ex machina che ha salvato l’hockey della capitale dal dimenticatoio, l’uomo che ha riempito il palazzetto rimasto per anni semideserto e ha restaurato una nuova passione identitaria, donando una causa comune a un popolo sportivamente umiliato. Ricorda le gesta di qualche altro strongman? Con lui è arrivato nel cuore freddo e burocratico d’America anche il sogno della Stanley Cup, la meta che in questi ultimi dieci anni Ovi e gli altri hanno ossessivamente inseguito e sempre mancato, per deficit di audacia o di fortuna, o di entrambe. 

 

Nel 2008 i Capitals gli hanno fatto il contratto più ricco e lungo della storia dell’hockey, un accordo da 13 anni per un compenso da 124 milioni di dollari, più un mucchio di clausole e bonus per blindarlo a vita. Allora il commissario dell’Nba ha telefonato al proprietario dei Capitals, Ted Leonsis, per ammonirlo: si sarebbe pentito di essersi vincolato con un contratto tanto lungo. Oggi in effetti Leonsis si dice pentito, ma soltanto “di non avergli fatto un contratto da quindici anni”. Perché con il suo misto di spacconeria e simpatia, con le sue giocate straordinarie ed eccessive, con la sua ossessione per le auto sportive, le sue scorribande alla Russia House, un ristorante-covo nel quartiere delle ambasciate, con il suo dente che manca e che non vuole rimpiazzare ha dato alla città quello che generazioni di giocatori bravi ma senz’anima non sono stati in grado di dare. Anche se non ha vinto la Stanley Cup.

 

I suoi detrattori scherzano da anni su un cocktail chiamato Ovechkin: un white russian senza ghiaccio e senza coppa, ma in questa stagione, che fatalmente è anche quella in cui si è chiusa la serie The Americans il numero 8, che di anni ne sta per compiere 33, è dalle parti della grande impresa. Nella notte si è già giocata a Washington gara-4, e i Capitals hanno allungato portandosi sul 3-1, a una sola partita dalla vittoria tanto ambita.

 

Il destino della squadra della capitale americana è appeso a un uomo di Putin e ai suoi scudieri russi Evgeni Kuznetsov e Dmitri Orlov. C’è tutto un popolo, in Russia, che alle tre di notte si sveglia per vedere Ovi e gli altri, nella speranza che ripetano le gesta dei Detroit Red Wings negli anni Novanta: quella squadra aveva un’anima talmente russa che i giocatori hanno portato la coppa nel mausoleo di Lenin, mentre l’occidente festeggiava la fine della storia. L’epopea della Guerra fredda è intrecciata con le vicende dell’hockey e la presenza russa è massiccia nella Nhl, ma dal collasso sovietico la tensione non era mai stata così alta, con lo special counsel che indaga sulla collusione con Trump, i troll del Cremlino che interferiscono, i diplomatici espulsi, le proprietà sequestrate e tutto l’armamentario della tensione esplicitamente esibito. Qualche anno fa Ovi era il protagonista di una pubblicità in cui si fingeva una spia russa, una gag che oggi sarebbe improponibile. Lui, però, non ha perso il buonumore. Quando è arrivato in finale gli hanno chiesto cosa avrebbe pensato Putin. Lui ha detto: “Mi ha chiamato per farmi gli auguri”. Poi, dopo una pausa calcolata: “E’ una battuta”. L’intervistatore non ha riso, ma la capitale della terra dei liberi porterà ugualmente in trionfo il suo eroe putiniano se riuscirà ad agguantare la vittoria.

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