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"Troppo basso per parare": chi è Keylor Navas, il portiere del Real Madrid

A Torino il costaricano difenderà la porta dei Blancos dagli attacchi della Juventus. Storia di un portiere atipico e di un sorriso grande come il Costa Rica

3 Aprile 2018 alle 13:59

Keylor Navas

Foto LaPresse

La Panamericana è una strada che è un insieme strano di curve e rettilinei, di storie di rivoluzioni e velocità, di mare sulle sfondo e colline e montagne superate e da superare. "E' un'idea assurda di unire le Americhe", secondo Osvaldo Soriano, "talmente assurda che qualche volta ha funzionato". A circa metà della Panamericana, l'asfalto incontra quello che nel 2016, secondo l'Happy Planet Index del World Economic Forum, era il “paese più felice del mondo”. Il Costa Rica. E se una classifica di questo tipo è qualcosa buono più per riempire pagine di giornale che per reale interesse scientifico, racconta comunque di un paese che è un unicum in una regione, come quella centramericana, famosa per colpi di stato e guerre civili, oltre che per le spiagge e le mete turistiche. Un paese che dopo la guerra civile del 1949 ha deciso di non avere un esercito e che vive in una sostanziale pace sociale e istituzionale. Un paese strano come l'idea della Panamericana, come il sorriso di un ragazzo che il calcio lo ha sempre inteso con i guanti in mano e se ne è sempre fregato di tutto pur di continuare a fare quello che voleva fare: parare. Un paese che guarderà Juventus-Real Madrid con un sorriso grande come quello del numero uno dei Blancos: Keylor Navas, un mito oltreoceano, ancora un mistero qui in Europa.

 

Quel ragazzo è lo stesso che nel 1998 si presentò al campo municipale di San Isidro de El General. Giocava da qualche anno all'Escuela de Futbol Pedregoso, una storia pallonara come ce ne sono tante fatta di campi polverosi, tanti ragazzi e poca gloria calcistica, prima di essere invitato a un provino per l'Asociación Deportiva Municipal de Pérez Zeledón, il club più importante di San Isidro che da sette anni giocava nel massimo campionato costaricano. Quando l'allenatore delle giovanili dei Guerreros del Sur fece l'appello, al nome "Keylor Navas, portiere", rispose un nanerottolo di nemmeno un metro e trenta, più basso non solo di molti suoi compagni, ma anche della media di una nazione tutt'altro che nota per l'altezza. L'allenatore storse il naso, ma ormai il ragazzo era lì, era il figlio di uno che in quel club aveva giocato a lungo e con destrezza e decise almeno di vederlo all'opera. Gli passò il pallone e vide che i piedi erano buoni, il tocco di palla elegante e la velocità quella giusta per un attaccante. Gli chiese di provare a giocare davanti, ma il bimbo disse di voler fare il portiere. L'allenatore l'assecondò, poi, finito il provino, gli disse che di portieri non ne avevano bisogno: respinto.

 

Keylor Navas fece spallucce, continuò all'Escuela de Futbol Pedregoso, con il numero uno sulle spalle, perché fare gol non gli interessava, quello che voleva era evitare la gioia avversaria, essere quello vestito diverso che il pallone lo prendeva con le mani. D'altra parte quello del portiere non è un ruolo, è una vocazione o una condanna: qualcosa che è a metà tra uno stato mentale, quello del masochista del pallone, e una deficienza fisica, quella della sensibilità del piede. Lo si sceglie o lo si subisce. Lo subì pure Lev Yashin, il migliore di tutti:

 

“Eravamo una dozzina di adolescenti male allineati ai bordi del campo sportivo della fabbrica – ricorda nella sua autobiografia il portiere russo –, eravamo arrivati allo stadio direttamente dallo stabilimento, vestiti come capitava. (…) Passando in rassegna quella strana truppa, un uomo misurava ognuno di noi con uno sguardo veloce, e gli assegnava immediatamente un ruolo nella squadra. Quando venne il mio turno l’uomo mi disse: ‘Tu giocherai in porta’. Forse avrei dovuto oppormi, chiedermi cosa avessi io che non gli piaceva, perché voleva farmi questo torto. (…) Invece non stetti a spiegare né a chiedere né a obiettare. Se devo stare in porta, starò in porta, l’importante è giocare, pensai”.

 

Il tempo fece crescere Keylor Navas. Non molto, un metro e ottantacinque, ma abbastanza per non sfigurare. E con l'altezza arrivò il Club Deportivo Saprissa, la squadra più forte e vincente del Costa Rica. Ai viola serviva un secondo portiere per le giovanili e dopo aver preso in considerazione alcuni numeri uno di buon talento optarono per quello più conveniente. All'Escuela de Futbol Pedregoso serviva materiate tecnico e il Saprissa offrì 50 palloni e due kit di magliette e pantaloncini: l'accordo si fece.

 

Navas rimase in panchina a lungo, l'avevano preso per questo. Poi arrivò il caso. Il primo portiere si fece male alla spalla, il secondo a un polpaccio e quello delle giovanili a casa con l'influenza. Così, il 6 novembre 2005, Hernán Medford, il più forte calciatore del Costa Rica tra gli anni Ottanta e Duemila (con un passato in Italia al Foggia nella stagione 1992/93), mandò in campo Keylor. La partita finì 1-1 e secondo La Nación "l'Asociación Deportiva Carmelita ha minacciato il Saprissa, ma Navas l'ha salvata con due buoni interventi".

 

Dopo quella partita Navas ritornò in panchina e ci rimase anche la stagione successiva. Un portiere così, un po' scoordinato e sempre leggermente fuori posizione non poteva essere il titolare, pensarono. Ci volle l'arrivo di Jeaustin Campos e del suo "fútbol loco", dieci uomini che attaccano e il portiere che deve giocare coi piedi e far partire l'azione. Assieme vinsero due campionati d'inverno e due di primavera oltre a conquistare la Coppa dei campioni del Concacaf. Conquistò la nazionale e gli applausi di un intero paese: lo chiamavano "El Pantera", ne applaudivano i balzi, lo esaltavano ogni volta che la palla veniva deviata in calcio d'angolo. "Un perfetto portiere per lo spettacolo, ma il calcio europeo vuole sostanza non spettacolo", scrisse di lui il Tiempo dopo la semifinale della Copa de Oro de la Concacaf 2009 persa dal Costa Rica ai rigori contro il Messico.

 

 

L'Albacete, club spagnolo di seconda divisione, si arrischiò. Andò bene. Si arrischiò pure il Levante. Per due anni per lui ci fu spazio quasi solo in panchina. Nel 2013/2014 arrivò alla guida dei valenciani Joaquín Caparrós e come benvenuto gli vendettero subito Gustavo Munúa alla Fiorentina: gioca Navas, fu la risposta del tecnico. I tifosi iniziarono a chiedere un nuovo portiere, l'allenatore non cedette: gioca Navas. E Navas giocò, parò e ogni volta sembrava un miracolo, perché quel portiere sembrava arrivare sul pallone sempre per caso. Il problema, almeno per gli avversari, è che ci arrivava sempre. E ci arrivò sempre anche ai Mondiali di Brasile 2014, anche contro l'Italia, anche contro Balotelli che aveva sottolineato come "questo Navas non lo conosco": Italia a casa dopo tre partite e Costa Rica agli ottavi e poi ai quarti.

 

 

Il buon Mondiale lo portò al Real Madrid. Al Bernabeu lo accolse l'indifferenza generale. Lo stupore arrivò un anno dopo quando Rafa Benitez lo promosse titolare dopo l'addio di Iker Casillas e Zinedine Zidane lo confermò dopo l'esonero dell'ex allenatore del Napoli e dell'Inter. Uno stupore che continua ancora ad ogni partita perché "il Real merita un grande portiere e punta a De Gea o Courtois o Donnarumma", scrive il Mundo Deportivo. Intanto Keylor continua a giocare, a parare, a fregarsene di cosa dicono o scrivono di lui: gioca Navas. Basta questo.

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