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Zidane e quella breve distanza tra un mito e un cretino

Zizou saluta il Real Madrid dopo tre Champions League vinte in tre anni: "Sento che sarà difficile continuare a trionfare, e siccome sono un vincente me ne vado"

31 Maggio 2018 alle 17:43

Zidane e quella breve distanza tra un mito e un cretino

Foto LaPresse

Maggio e non più maggio. Miguel Muñoz lo diceva sempre all’amico Francisco Gento. E lo disse pure quel giorno, quel 30 maggio del 1957. Nuovo Stadio Chamartin, finale di Coppa dei Campioni, 2-0 per il Real Madrid, il suo Real Madrid, la squadra di cui era capitano. Avevano appena battuto la Fiorentina di Sarti, Julinho e Montuori, e mentre festeggiavano sapevano già che per il loro allenatore, per José Villalonga, non c’era già più futuro. Aveva vinto due Coppe dei Campioni e due campionati in tre anni, José Villalonga. Salutò tutti qualche giorno dopo. Andava così allora. Gli allenatori rimanevano un anno, tre al massimo. Poi si cambiava. Mica ci si poteva affezionare a un entrenador, dar l’idea che il merito delle vittorie fosse del tecnico e non della società. E così quando Santiago Bernabeu, il presidente dei Blancos, gli propose di allenare la squadra nel 1959, Miguel Muñoz si sentì onorato, poi disse “no grazie, cerco un posto di lavoro che mi impegni per anni”. Bernabeu ci impiegò una settimana a convincerlo. Si accordarono per sette partite. Le vinse tutte, pure la finale della Coppa dei Campioni, la quinta consecutiva. Poi si cercò un lavoro. Lo richiamarono nell’estate del 1960. E Bernabeu questa volta gli promise l’eternità: “Tu sei il Real. Fino a quando lo vorrai sarà la tua panchina”. Firmarono un accordo. Rimase 14 anni.

 

Zinedine Zidane al Real Madrid ha giocato dal 2001 al 2006. Ha vinto un campionato e una Champions League, prima di sedersi sulla panchina delle Merengues e vincere tutto anche lì. Una Liga e tre Champions League, come nella storia avevano fatto solo Bob Paisley e Carlo Ancelotti, ma lui le ha conquistate una in fila all’altra, come nessuno mai. “Questa è storia”, commentò Florentino Perez, presidente del club madrileno. Una storia che è finita oggi alle 13.12. “Ieri ho incontrato Zidane e mi ha comunicato una decisione”, ha detto Perez. “Una decisione per me inattesa, molto sorprendente”. Parola a Zizou: “È il momento. Non è una decisione presa al volo, è stata meditata e per me è la cosa giusta, anche se immagino che tanti non la pensino come me”. E il perché è semplice: “Dopo tre anni il Madrid per continuare a vincere ha bisogno di un cambio, di un'altra metodologia di lavoro, di un altro discorso”.

 

È il maggio e non più maggio settant’anni dopo. Un maggio e non più maggio autoinferto. Perché è l’ora, perché il meglio è già stato dato, perché “sento che sarà difficile continuare a trionfare, e siccome sono un vincente me ne vado. Non ho mai accusato nessuno, se vedo che le cose non vanno sono io ad andarmene”. Non ha girato attorno all’argomento, l’unico che voleva sentire Santiago Bernabeu, l’unico esistente per Florentino Perez e per tutti i tifosi dei Blancos: vincere. E dopo averlo fatto, dopo aver raggiunto la storia, viene sempre l’idea di non potersi ripetere.

 

Una paura umana, terribilmente terrena. Che viene a chi ha vinto e sa come farlo.

  

D’altra parte il calcio “è uno sport ormonale”, scriveva Osvaldo Soriano, “ha la memoria corta”. Vive in un presente che è un continuo paragonarsi con il passato. E più il presente è distante dal passato, più il disamore cresce, i fischi aumentano e l’intolleranza cresce, soprattutto nei confronti di chi il campo lo calca con i tacchetti o lo insegna dalla panchina. “O almeno lì dove il calcio è amore irrazionale, nel sud d’Europa e del mondo”, specifica Soriano. “L’Inghilterra? No lì non vale, lì il football è fede”.

 

Raymond Goethals sa bene quanto il passato nel calcio sia un orpello dannoso. E così quando il 26 maggio 1993 alzò la prima Champions League della storia del calcio (prima si chiamava Coppa dei Campioni) e dell’Olympique Marsiglia fece passare solo pochi giorni per ringraziare il club, i giocatori, i dirigenti e prendere il primo aereo per il Belgio. Gli chiesero del perché dell’addio all’OM. Rispose: “Restare? Fossi matto. Quando fai la storia te ne devi andare subito. La distanza tra un mito e un coglione è così breve che non mi sentivo di correre il rischio”.

 

 

Deve aver pensato questo anche José Mourinho quando dopo il Triplete con l’Inter salutò Milano per andarsene al Real Madrid. Era convinto di fare la storia altrove. Gli andò male.

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