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C'è qualcosa che non va nel giornalismo sportivo (ma c'è futuro)

La chiusura de El Grafico, la più importante rivista sportiva argentina, e la situazione dei giornali che trattano di sport tra problemi e nuove possibilità. Parlano Condò, Cucci, Jacobelli, Marani, Manusia e Leclaire

4 Marzo 2018 alle 06:00

C'è qualcosa che non va nel giornalismo sportivo (ma c'è futuro)

Foto LaPresse

El Grafico è morto, lunga vita a El Grafico. Possiamo dire altrettanto del giornalismo sportivo (ammesso che sia vero che sia davvero morto)? Per capire cos'è El Grafico bastano poche pillole: è la rivista argentina che dopo il Mondiale vinto dall'Argentina di Maradona nel 1986 ha venduto 800.000 copie, di quello che per primo ha intervistato Messi, il giornale sportivo più importante a Buenos Aires e dintorni. Negli anni però la nuova proprietà ha smesso d’investire sulla testata che è andata avanti grazie alla professionalità e alla qualità del lavoro dei suoi giornalisti e che nel 2005 ha scelto di sbarcare su internet pubblicando però solamente long form.

E ora sulla fine cartacea della storica rivista argentina in molti (troppi?) hanno chiosato, pontificando su crisi economica e della professione, peccato però che a Buenos Aires sia andata diversamente. L’azienda che lo editava (e continua a editarlo sul web) è rimasta impigliata nella rete del Fifagate e costretta dall’Fbi a pagare una multa milionaria. Per questo ha dovuto chiudere la versione cartacea, licenziando tutti i dipendenti.

  

Potrebbe sembrare un caso editoriale isolato. Non è così. La fine della rivista deve essere aggiunta alla chiusura cartacea del settimanale spagnolo Don Balon (oggi solo online, con meno qualità), alla trasformazione di France Football da bisettimanale a settimanale, con continui cambiamenti di grafica e contenuti, al passaggio da settimanale a mensile del Guerin Sportivo (di cui qualcuno ha già scritto il necrologio) e al recente sciopero dell’Equipe, scatena “pessimismo e fastidio”, di vecchia striscia comica televisiva, in merito allo stato di salute del giornalismo sportivo.

 

Cause ed effetti della crisi del giornalismo sportivo

“I giornali italiani hanno perso 3 milioni di copie in un periodo relativamente breve, emorragia che ha messo in mostra incapacità e viltà dell’editoria italiana, mentre all’estero il quotidiano ha continuato ad avere mercato e influenza”, ha detto al Foglio Italo Cucci, direttore del GS in tre periodi diversi, fondatore del Bravo, premio al migliore Under 21 delle coppe europee, e del pool dei periodici sportivi, compreso anche il brasiliano Placar, il francese Onze, gli inglesi Shoot e Match. Paolo Condò, Sky Sport, punta il dito su due fattori: “La crisi, come il resto del giornalismo, e il lavoro fatto al desk: nella grammatica della creazione di un buon giornalista (ergo di buon giornalismo, ndr) ci dovrebbe essere la possibilità di viaggiare, vedere e occuparsi di argomenti diversi”. “Corsa al ribasso, la gratuità delle notizie online e l’incapacità di cavalcare il cambiamento nel passaggio dalla carta al digitale sotto vari aspetti”, sottolinea Matteo Marani, vice direttore di Sky Sport 24.

 

Secondo Xavier Jacobelli, editorialista del Corriere dello Sport, media e giornalisti dovrebbero cambiare pelle: “L’avvento del digitale e delle news lette in mobilità necessità di colleghi all’altezza, capaci di essere autorevoli, attendibili e credibili, guardandomi intorno invece vedo soprattutto uno scimmiottamento del web da parte della carta e la crescita di una generazione copiaincolla, che non verifica le notizie e non tiene conto delle fonti”. Daniele Manusia, direttore responsabile de l’Ultimo Uomo, esprime un punto di vista diverso: “Bisogna lavorare per i lettori, dialogando con loro, e non per le compagnie pubblicitarie, non perdendo di vista, però, il modello economico. Evitare, inoltre, questa deteriore contrapposizione tra media e mezzi diversi che porta a snaturare la stessa Rete riprendendo articoli di altri senza mai linkare la fonte. In Italia, spesso, ci lamentiamo in continuazione dell’assenza di nuovi prodotti culturali, poi quando arrivano ne parliamo male e li avversiamo, non solo nel giornalismo”.

 

Il giornalismo fuori dal tunnel, all’estero

Jean-Philippe Leclaire, caporedattore de L’Equipe, concorda su due elementi imprescindibili: qualità e online a pagamento. Senza i quali non solo è difficile pensare a un modello di business (si parla da tempo di vendere i singoli articoli come le canzoni su iTunes) ma a un futuro per il giornalismo sportivo, perché è di questo che stiamo parlando: “Non credo che il mestiere sia morto, anzi in questo momento abbiamo la migliore e la peggiore narrazione degli ultimi 40 anni. Il lavoro artigianale si è affinato e arricchito di nuove tecnologie attraverso le quali si raccontano storie bellissime, poi c’è il rovescio della medaglia che si trova sempre online, con il gossip e le notizie false”, dice Leclaire al Foglio. In Francia giornali come France Football e L’Equipe (il quale ha pure un canale televisivo, mentre la Gazzetta dello Sport ha chiuso il suo), che fanno parte dello stesso gruppo editoriale, non hanno mai abdicato alla qualità attraversando momenti di crisi e difficoltà oggettive, anche perché gli editori tagliano sempre dalla parte sbagliata: “I giornalisti mangiano, leggono libri, guardano film, perché si devono cibare di tutto prima di scriverne, filtrando ogni notizia, ma per farlo hanno bisogno di avere respiro, su basi importanti e solide. L’idea che l’informazione debba essere una commodity è stata un errore fatale”, ricorda Marani.

 

Manusia porta alla luce un aspetto poco considerato: “La cultura non è un post su Facebook, i social network sono uno strumento di massa, non dovevano diventare uno strumento dei media che così, investendoci, si suicidano creando dei non lettori a suon di like”. Leclaire, in Francia, vede la luce in fondo al tunnel: “Il giornalismo deve essere a pagamento, su qualunque medium si trasmetta, e insistendo sulla qualità iniziamo a vedere la fine della crisi, cominciata alcuni anni fa. Abbiamo davanti a noi l’audience più grande di sempre, ma se io voglio un panino vado al chiosco dietro l’angolo, se invece voglio cibo di qualità vado al ristorante e lo pago consapevolmente e volontariamente di più”, a ogni organo il suo. Per Condò stiamo ancora vivendo una discreta fase del giornalismo sportivo ed è convinto che questo sia capace di rinascere ancora, con altre premesse e nuovi codici indicando ne l’Ultimo Uomo un esempio virtuoso di new sports journalism, fatto di storie, personaggi, tattica e long form. Guai però a paragonarlo al Guerin Sportivo e a vedere nel sito di Manusia l’erede digitale dell’ultracentenario magazine: “Il Guerino resta il Guerino, l’Ultimo Uomo, però, è la dimostrazione che la qualità sul web paga e se alla fine fra tanti lo leggi vuole dire che la differenza si vede”, replica Marani.

 

Gianni Brera, minimo e massimo comune denominatore

Cucci, che al Guerino mescolava sport e cultura pop, dedicando una copertina a Pasolini con la maglia del Bologna, ricorda quando Giovanni Arpino, Alberto Bevilacqua e Oreste del Buono scrivevano per il GS: “Brera, però, aveva in sé le doti del narratore e insieme del polemista, il massimo”. E proprio Gianni Brera è per quasi tutti il termine di paragone, la pietra angolare dell’evoluzione della professione: “Oggi con 5 euro lordi a pezzo Gianni Brera sarebbe diventato Brera?”, si chiede Marani. “Brera, per la sua prosa, si farebbe leggere ancora. Ma dopo tutta la televisione del fine settimana pure lui avrebbe difficoltà a trovare elementi di novità da scrivere sul giornale del lunedì”, argomenta Jacobelli, che prima che l’azienda lo chiudesse per problemi con altre testate è stato direttore responsabile di FourFourTwo Italia.

 

Il fatto, però che si citi Gianni Brera, morto nel 1992, cioè più di 25 anni fa, dice molto di noi, della difficoltà che abbiamo a confrontarci e a prendere come esempio coetanei, se non più giovani, oggettivamente bravi e competenti. Evidenziando anche un problema di reclutamento dei media tradizionali, come ha sottolineato Condò. Dall’altra parte c’è una massa che spinge e che pur di scrivere lo fa gratuitamente abbassando la qualità del mercato del lavoro e di conseguenza il prodotto finale, inseguendo un’opinione (che in un Oceano di opinionisti si perde per sempre), un commento (nello stile aggressivo che va tanto di moda sui social, come se avere ragione e non spiegare fosse il focus, criticando e infamando i giornalisti col tesserino e sognando più o meno inconsciamente di prenderne il posto), uno scoop, che hai tempi della Rete sa molto di onanismo professionalizzante. Quando oggi il giornalista sportivo deve sapere di cronaca, giudiziaria, economia, finanza, tattica, storia e calcio molto più di una volta. Italo Cucci ha definito i giornalisti sportivi la voce del paese. Un paese che, dal punto di vista dei mestieri, non fa più figli e non riesce a dare più padri, restando intimamente legato alla figura di Gianni Brera. Figura che ci dice cosa è stato il giornalismo sportivo, ma che in piccolissima parte ci spiega cosa sarà. Un dato, però, è chiaro: su carta o sul web il, vero, giornalismo sportivo è ancora vivo.

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