Mastino juventino

Beppe Di Corrado

Chiellini, bianconero a vita, e l’obiettivo Champions. Dopo sei scudetti e tre coppe Italia, la grinta di un calciatore ancora a caccia di qualcosa

Era un imprecisato giorno della primavera 2002. Il Livorno si allenava per una partita di C1: era l’anno buono, quello della promozione in B. La stella era Igor Protti. Il campo di allenamento era a Tirrenia, a meno di trecento metri dal mare. Sulla fascia sinistra c’era un ragazzo alto, magro, con un passo profondo: faceva gli allunghi sui cento in un tempo diverso dagli altri. Era Giorgio Chiellini, anni 18 da compiere. Alla fine di uno di quegli allunghi, si fermò a parlare con il direttore sportivo che stava assistendo all’allenamento: “Allora, direttore, novità? Si sa niente?”. Quel niente aveva una indimenticabile cadenza livornese, aperto e con la enne che a tratti sembra una “gn”. Parlava a voce alta perché lo sapevano tutti: compagni, mister, magazzinieri. Chiellini era già richiesto da molti. Si parlava di Fiorentina e di Roma, soprattutto di Roma sì, perché Fabio Capello che l’anno prima aveva vinto lo scudetto, lo aveva visto e gli era piaciuto. Faceva il terzino sinistro e correva. Sì, soprattutto correva. L’idea, come sempre in questi casi, specialmente in quel momento, era: lo prendo, lo blocco, lo lascio crescere lì. Poi lo porto in serie A, con calma.

 

Nel 2002 la promozione in B
con il Livorno, a vent'anni l'esordio in A, in prestito alla Fiorentina.
Poi Torino e la Nazionale

Il niente diventerà qualcosa due stagioni dopo, quando, promosso in A, il Livorno cede la comproprietà alla Roma tenendosi però il giocatore un altro anno. Il tutto arriva l’anno dopo ancora: la comproprietà non si risolve, si arriva alle buste, il Livorno sigilla in quella busta una offerta di tre milioni. E’ più alta di quella della Roma, perché Aldo Spinelli s’è già messo d’accordo con la Juve, dove nel frattempo è arrivato Fabio Capello: dopo il riscatto livornese il giocatore sarà ceduto proprio alla Juventus. Ma non si trasferisce ancora a Torino, perché va in prestito alla Fiorentina ed esordisce in serie A proprio contro la Roma. Ha vent’anni e quell’esordio sarà ricordato per la manata che Antonio Cassano gli rifila per una reazione a metà della partita. Il resto della stagione è una meraviglia: Chiellini gioca 37 partite su 38, si salva con la Viola, segna tre gol, uno dei quali alla Juventus, viene convocato in Nazionale per la prima volta da Marcello Lippi.

 

Ecco la Juve, allora. Campionato 2005-2006, quasi tredici anni che raccontano molto, a cominciare dall’ultima cosa, ovvero che chiuderà con quella maglia la sua carriera: l’ha detto Antonio Conte qualche giorno fa, quando gli hanno chiesto se è vero che voleva portarlo al Chelsea: “E’ un calciatore fantastico, ma credo che voglia chiudere la sua carriera nella Juventus. Ed è giusto così”. In realtà avrebbe potuto andare diversamente: se la Juve avesse vinto la finale di Champions di Cardiff, Chiellini avrebbe anche potuto chiedere di essere ceduto. Ma non perché non si trova bene, tutt’altro. Soltanto il desiderio di provare qualcosa di diverso dopo aver trionfato con la Juventus anche in Europa. Il Real ha tenuto Chiello a Torino e poi ci ha pensato definitivamente Bonucci a blindarlo: con l’addio di una delle B della BBC, Giorgio deve aver definitivamente abbandonato l’idea di lasciare la Juventus. Per convinzione. Così si parla di rinnovo di contratto, che probabilmente dovrebbe essere l’ultimo. Poi ha detto recentemente che anche alla fine della carriera agonistica vorrebbe continuare a vincere a Torino e a lavorare per la Juve. Tutto molto lontano adesso. Perché quando non c’è Buffon adesso il capitano è lui. Perché la finale di Cardiff non è stata solo una delusione, è stata la molla che l’ha tenuto a vita in bianconero e anche un’altra cosa: “La Champions non è un’ossessione, è semplicemente un obiettivo da inseguire. Questa squadra può farcela. Io sono stato criticato perché ho detto che la Juventus non è il Barcellona o il Real Madrid, che non siamo una squadra che vince sei a zero le partite, ma uno a zero, due a zero, però lo ribadisco. E il Real Madrid ci ha battuti perché Zidane ha avuto l’idea di togliere un giocatore offensivo e di mettere Casemiro davanti alla difesa, non ha vinto perché ha fatto un gol in più, ma perché ha subito un gol in meno”.

 

Anche i tifosi rivali riconoscono
nella lotta uno contro uno,
nella grinta, nell'entrare duro
il suo modo di essere vero, autentico, forte

Non cambia idea, non perché pensi che non si debba fare. Ma perché è la sua verità. E la rispettano. Ecco, rispetto è una parola che viene in mente spesso quando c’è di mezzo lui. La prima ragione è che lui il rispetto se l’è guadagnato anche agli occhi dei tifosi rivali, i quali devono giustamente detestarlo quando lui vince tutti gli uno contro uno ed entra duro, e combatte, ma che sfrondati dalla propria ideologia tifosa riconoscono proprio nella lotta uno contro uno, nella grinta, nell’entrare duro il suo modo di essere vero, autentico, forte. La seconda ragione è che lui rappresenta ciò che funziona come modello calcistico e non, che si spiega benissimo con un ricordo di se stesso: “Dieci anni fa ero più veloce, più esplosivo rispetto a oggi, ma ero anche infinitamente più scarso. Ho giocato nelle selezioni regionali, nelle Nazionali giovanili dall’Under 15 alla maggiore. Ero sempre il più bruttino, sgraziato, scoordinato, grezzo. Poi mi rivedevano tempo dopo ed ero migliorato. Nella mia carriera ho conosciuto tanti talenti che a 17/18 anni non hanno fatto sacrifici e non sono mai diventati i campioni che avrebbero potuto essere. L’importante è provare a dare sempre il meglio di sé”. Nell’epoca in cui era bruttino, sgraziato e infinitamente più scarso di oggi nacque anche la leggenda del giocatore falloso: “Quando avevo ventidue anni ogni partita era un modo per sfogare l’agonismo, era tutta una guerra, una battaglia, perché a quell’età sfogavo in quel modo la tensione e l’adrenalina. Ma più che cattivo ero fastidioso. Ora sono quindici anni che ci sono abituato, ma quando sei all’inizio è tutta una scoperta, e non capisci bene dove indirizzare l’energia, la tensione”. Davide Coppo che l’ha intervistato di recente ha ricordato un filmato, che si può recuperare facilmente su YouTube, di un duello storico con Ibrahimovic in uno Juventus-Inter del 2007: “Ci sono scivolate violente, gomitate, ginocchiate, ed è tutto reciproco. Se gli chiedo qual è l’avversario peggiore da affrontare lui risponde ‘Ibrahimovic, tra quelli passati in Italia l’attaccante più forte degli ultimi dieci anni, perché spostava clamorosamente gli equilibri del campionato’”. Ma ancora più interessante è la domanda posta al contrario. Ed è successo. Quando hanno chiesto a Ibra chi sia stato il difensore più duro con cui abbia dovuto confrontarsi in Italia, ha risposto: “Chiellini”. Nella sua autobiografia, Zlatan racconta i dettagli di quello Juventus-Inter del 2007: “Chiellini mi fece un tackle da dietro, vigliacco, e dissi fra me e me: non lo faccio più stare in piedi per un po’. Ma non ci fu occasione e allora a fine gara lo presi per la testa e lo trascinai dietro come un cane disobbediente. Si spaventò, e io: volevi la rissa e ora te la fai sotto?”. Poi c’è quell’uno-due reciproco che si sono verbalmente dati un anno e mezzo fa, dopo Italia-Svezia all’Europeo 2016. In conferenza stampa qualcuno fece notare proprio il fatto che quella con Chiello era stata una rivalità tosta. Usarono la parola “botte” e Ibra provocò: “No, è stato tutto tranquillo in campo. Altrimenti lui sarebbe all’ospedale”. La risposta di Chiellini su Facebook: “Io in ospedale? Amo Ibra e anche la sua simpatia”.

 

I duelli con Ibrahimovic. Le dà
e le prende: diverse volte è uscito dal campo con una fasciatura
in testa, con il sopracciglio rotto

Non ha avuto altri rivali così, neanche Luis Suarez, che lo morse durante Italia-Uruguay del Mondiale 2014. Fu una scena memorabile, nonostante la delusione, o forse proprio per quello: se Suarez ha smesso di mordere gli avversari è perché Chiello a un certo punto in quella partita gli ha anche battuto il cinque, quasi fossero diventati amici. Chiellini le dà, Chiellini le prende. Chiellini è uno che diverse volte è uscito dal campo con una fasciatura in testa, con il cranio spaccato, con il sopracciglio rotto. Il che unito al suo stile di gioco non propriamente estetico lo fa assomigliare molto a uno dei giocatori di un’èra diversa. La realtà è, invece, quella di un uomo estremamente contemporaneo. Non è soltanto la questione della laurea. Sì, c’entra, ovviamente: 110 e lode ad aprile 2017, nel corso di studi magistrali in Business Management con una tesi sul modello organizzativo della Juventus. La Triennale l’aveva presa qualche anno prima, sempre a Torino. Economia e commercio, 109 il voto. A Walter Veltroni che l’ha incontrato per il Corriere dello Sport già prima della laurea aveva detto: “Io avevo studiato, al liceo, con l’idea di fare l’università. Allora non potevo sapere quello che mi sarebbe successo nella vita. Mi sarebbe piaciuto fare Medicina, come il babbo, che è ortopedico. Però, finite le superiori e cominciata la mia carriera calcistica, mi rendevo conto di non poter più fare qualcosa che comportasse l’obbligo di frequenza. Ero appena andato via dal Livorno e la Juve mi aveva mandato in prestito a Firenze. Giocavo in serie A, con tutto il carico di lavoro e spostamenti che questo significa. Ma volevo lo stesso portare avanti gli studi, un po’ perché così, in famiglia, sono stato educato e, anche, come sfida con me stesso. Ho scelto Economia perché le materie come la matematica mi piacevano, non c’era l’obbligo di frequenza e c’erano argomenti che mi interessavano. Avevo dato un esame a Pisa, ma a Firenze era difficile andare avanti per gli orari e le rigidità della facoltà. Poi sono venuto a Torino e mi sono reso conto comunque che la possibilità di continuare c’era, ho trovato un ateneo con grande disponibilità per gli studenti lavoratori. Non solo per me, ma anche per altri, c’è stata la possibilità di proseguire questo percorso di studi. La triennale l’ho sfumata di poco, perché alla fine ho impiegato quattro anni, ma in fondo ero uno che già giocava nella Juventus, che aveva qualche presenza in Nazionale… Per dirle della sfida con me stesso, io mi sono laureato appena finito il Mondiale… Poi ho rallentato un po’, ho fatto le cose più importanti della vita, ho messo su famiglia, da diciotto mesi abbiamo una bimba. Ma voglio arrivare fino in fondo: lunedì ho un esame, un mattoncione bello tosto, poi un altro a febbraio e a marzo, se tutto va come deve, riesco a finire anche la specialistica. Non potrò metterlo sulla maglietta, ma lo scudetto del mio campionato personale spero proprio di vincerlo”.

 

La laurea finito il Mondiale.
La volontà, lo sforzo, la costanza come cifra morale e reale dell'esistenza. Leader per definizione

E’ un atteggiamento molto simile, se non identico, a quello del miglioramento in campo negli ultimi dieci anni. Come se la volontà, lo sforzo, la costanza siano la cifra morale e reale della sua esistenza. Il talento dell’impegno, ovverosia la capacità di essere ancora a caccia di qualcosa dopo sei scudetti, tre supercoppe, tre coppe Italia, un bronzo olimpico. Soprattutto dopo 454 partite nella Juventus, che lo mettono all’ottavo posto dei giocatori con più presenze in bianconero, a un passo dal superare Giampiero Boniperti. La voglia, ecco. Che è più della spinta professionale, che è oltre il denaro del contratto, che è davanti alla felicità e l’emozione di vincere. La voglia è qualcosa che mette insieme la grinta e la motivazione pur sembrando un concetto più vago e meno calcistico. Invece è il corroborante della vita di un calciatore. Ed è quella cosa strana, indefinita, unica che fa dire a lui cose così: “E’ molto riduttivo per me chiamarlo lavoro, è la mia vita da tanto tempo. E quando smetterò – non manca tanto – voglio rimanere nell’ambiente, con una carriera più da scrivania che da allenatore. A 12, o 14 anni, non è che si vedeva che ero più bravo degli altri. Però, anche se non ero né bello né bravo, c’ero sempre. E’ stato un percorso graduale in cui ho cercato di alzare il mio livello piano piano. Se vuoi fare salti troppo alti e poi cadi ti fai male. Invece il miglioramento continuo è un atteggiamento che uno deve avere anche a 40 anni”. Il miglioramento continuo è un valore. E’ ciò che gli consente di parlare dei vizi dei ragazzi più giovani. Non comportamentali, né extra calcistici, ma esclusivamente pallonari. Di campo. “C’è un buco generazionale nei difensori impressionante, ed è dovuto a questa cosa qui. Ormai i ragazzi arrivano in serie A che si aprono bene, che sanno passare la palla, che sanno fare un lancio di quaranta metri, ma non hanno la minima idea di come si marchi, di come fare un uno contro uno. E’ una grossa deresponsabilizzazione e stiamo perdendo quello che poi ci ha portato in alto”. Lui invece è per la responsabilizzazione individuale: non esiste un errore collettivo che non sia la somma di più disattenzioni dei singoli. Studia, Chiello. Per il presente e per il futuro. Funziona da Fazio o da Daria Bignardi, non è uno di quelli che guardano l’orologio se devono parlare con te. Al massimo sceglie di non parlare. Ma se accetta, allora si dà. Ovvero: lui c’è, come dice di se stesso. Leader per definizione e per una realtà che però è diventata anche un po’ scomoda perché troppo comoda: la definizione di calciatore intelligente è un abito su misura, ma non dev’essere il pretesto per catalogarlo. Siamo nel campo dei fatti, non delle opinioni. Siamo nella pancia di un modo di essere calciatori che non è diverso dall’essere semplicemente diverso. Perché significa fare la differenza. Anche se hai un piede a cui servirebbe una ripetizione di bon ton.