Juve-Roma non solo calcio anche una commedia all'italiana

Beppe Di Corrado

Stasera la partita all’Allianz Stadium di Torino. Una sfida sociologicamente perfetta: nord contro sud, austerità contro cazzeggio, la prima capitale contro la capitale eterna. Ripensando a un cinepanettone dei Vanzina

La testa e la mano di Enrico Vanzina cominciarono a immaginare: Zabrieskie Point, il gruppo di ragazzi romani in gita parrocchiale con don Buro, passeggia sul punto d’osservazione della Death Valley. Claudio Amendola, con le mani nelle tasche dei bermuda incrocia due persone. Una fa: “Boia che caldo”.

Amendola: “Ma che siete italiani?”.

“Di Torino”

“Ragazzi ci sta un gruppo di torinesi”

“A gianduiotti, siete capitati bene: qui semo tutti romanisti frascichi”

“E noi siamo tutti juventini”

“Ah , ho capito vi siete pagati il viaggio con lo scudetto che c’avete fregato tre anni fa”

“Ehi ragazzi, questi sfottono: ‘…. Eho, bastardo giallorosso… eho bastardo giallorosso”.

“Corete, scappate, arriva lo squadrone giallorosso… giallorosso”.

“Ci state a fare una partita all’ultimo sangue?”

“Volemo organizzà il Superderby in terra straniera?

“Sette contro sette, in diretta dalla valle della morte”

 

Era il 23 dicembre 1984, al cinema Kennedy di Fasano. Juve-Roma nella Death Valley, con Jerry Calà vestito da giocatore di football, con Amendola con la maglia bianca di Falcao con il numero 5, uno sconosciuto juventino baffuto con la maglia aderente di Platini con il 10, su un bambino di sette anni fece l’effetto di una partita vera. Il riferimento a Juve-Roma di tre anni prima, quella del gol di Turone, fu del tutto incomprensibile allora. Ciò che era comprensibile, invece, era che anche chi non era né romanista, né juventino era travolto da quella rivalità finita addirittura al cinema. Ecco, da allora è come se Roma-Juventus sia sempre un po’ la partita nella Death Valley, dove il tifo è chiaramente sbilanciato per i giallorossi e dove Amendola dice: “Menomale che il mio santo bomber protettore, Santo Pruzzo, vegliava dall’alto… e così la supersfida Roma-Juve è finita 2-2”.

 

Dicembre '84, cinema Kennedy di Fasano: Juve-Roma nella Death Valley. Su un bambino di sette anni fece l'effetto di una partita vera

La valle della morte stasera è l’Allianz Stadium di Torino. La data è la stessa, trentaquattro anni dopo: 23 dicembre. Come un cerchio chiuso, come le cose che tornano a posto, perché se dobbiamo onorare il cinepanettone, va fatto per bene. Va fatto così, con questa partita che è il film di Natale del campionato, che è l’unica nostalgia sana di quegli anni, che è una commedia di suo, da sempre e soprattutto da quegli anni. Dove la trovi una partita così sociologicamente perfetta? Il Nord contro il Sud, l’austerità contro il cazzeggio, i Savoia contro la Roma Papalina, la prima capitale contro la capitale eterna. E poi, appunto, il gol di Turone e tutto quello che ha fatto accadere dopo.

 

Quel film del 1984 seguì il primo “Vacanze di Natale”, dove quella rivalità era percepita, ma non esibita. Cortina era il potere, e per quanto destinazione del turismo invernale romano d’élite, era un po’ un simbolo dell’Italia comandata dalla Juve. L’arrivo della famiglia romana dei Marchetti, macellai di viale Marconi, è il detonatore che fa esplodere le differenze. E come immaginano i Vanzina il primo incontro? Con il calcio sullo sfondo. In un negozio, il giovane Covelli, figlio di una famiglia di palazzinari ricchi, vede il giovane Mario Marchetti (Claudio Amendola) e lo abbraccia e si presenta ai suoi genitori. La madre di Mario lo anticipa: “Il famoso Covelli della Curva Sud”. Poi tocca al padre, Arturo, ovvero Mario Brega: “A’ Covello! Forza Roma”. E Luca: “Sempre magggica”.

 

“Vacanze in America”, un film che creò un genere e con il genere un generone e con un generone un'intera generazione di fissati

E’ una delle tante scene di un film che creò un genere e con il genere un generone e con un generone un’intera generazione di fissati. Vanzina ha ricordato che “è l’unico film che vanta 75 fan club sparsi per tutta Italia. Volevamo fotografare l’Italia dell’epoca e abbiamo fatto centro. Come al solito quando pensi di non fare qualcosa di importante, alla fine lo fai”. E l’Italia dell’epoca era Juventus contro Roma, anche quando non si diceva, anche quando non giocavano contro. Quella pellicola ha alimentato una nostalgia infinita e per una volta sana, registra continue repliche e in quei 75 fan club, ognuno degli iscritti è cultore della materia. Gente che ti accoglie con una maglietta che cita la battuta più bella: “Via della Spiga-Hotel Cristallo di Cortina 2 ore, 54 minuti e 27 secondi. Alboreto is nothing”. Guido Nicheli, il Dogui, è l’esaltatore della dimensione maniacale dei fan. Gente che s’intende con le parole in codice. Prendi “Panta”. C’è sempre Nicheli, appena salito in camera con la moglie Ivana (Stefania Sandrelli) innaffiando di denaro il personale dell’albergo: “E’ scattata la regola numero due, giro di ricognizione del pueblo alla ricerca de los amigos. Hasta la vista. Ah, Ivana, mi raccomando il panta nell’armadio. Il pantalone bello diritto eh. Hai capito? E un po’ di ordine in stanza. See you later...”.

 


 

Alessandro Del Piero e Alberto Aquilani in un Roma-Juventus del 2007   


 

Il panta, sì. Nella vita di un’intera generazione cresciuta e poi fissata con quel film, c’è una citazione per qualunque cosa. Una specie di manuale del filmicamente scorretto, condito dal sapore e dal clima che quel film trasmette. La signora della Roma bene si scandalizza e si lascia andare: “Scusa, ma se i Torpigna (i borgatari), dopo averci invaso piazza di Spagna, ci invadono anche Cortina, allora io non so, vendiamoci la casa”. Ovviamente si scoprirà che la signora snob è una ex torpigna ripulita. E a svelarlo è un Christian De Sica straordinario, che arriva da New York con bellissima fidanzata al seguito, si ferma davanti a casa, la guarda e le dice: “Residenza Covelli. Secondo te, stiamo messi male? No, dico: stiamo messi molto male?”. E’ il viziato andato all’estero che rientra in Italia, fa sfoggio di femmina e denaro, ma poi finirà a letto con il maestro di sci. Scoperto dai genitori dirà: “A pà, a te t’ha fregato il benessere. Tu facevi il capomastro. Invece oggi c’hai i soldi e te scandalizzi. M’hai mandato in America, a New York, noi semo de Frascati. A papà e piantala... E poi, mamma gioca a Gin al circolo Canottieri e se veste da Versace? Tu metti l’orologio al polso come Gianni Agnelli? E io vado a letto co Leonardo Zartolin, perché nun se po’?”.

 

Non si può non capire perché ci siano fan che se lo ricordano a memoria, che lo recitano, lo guardano e lo riguardano. C’era la scalata sociale, c’era la tensione al benessere, c’era la voglia di rasserenarsi, c’erano uomini che parlavano di macchine e donne, ragazze che leggevano i rotocalchi, c’era l’amore, c’erano le corna. E c’era il calcio: “Errore, il 9 in pagella si dà solo a Falcao”. “Errore tuo, io a Falcao glie do 10”. Oppure: “Serenè, ma secondo te dove lo passa il capodanno Toninho Cerezo? Secondo me dorme, perché è un professionista”.

 

I "panta" del Nicheli. Nella vita
di un'intera generazione cresciuta con quel film, c'è una citazione
per qualunque cosa

Juventus-Roma era quell’Italia. Nel film del 1983 si assaporava, l’anno dopo sarebbe esplosa, con la consacrazione del cinepanettone che all’epoca nessuno chiamava così. Se “Vacanze di Natale” fu l’esordio inconsapevole di un genere, il suo seguito di “Vacanze in America” fu scelto per dare continuità e cominciare a creare un modello. Criticato, detestato, snobbato. Ma spiegato perfettamente da Christian De Sica a Michele Masneri in un’intervista su Studio di qualche anno fa: “E’ chiaro che, drammaturgicamente, i cinepanettoni lasciano il tempo che trovano, però è anche vero che in ognuno ci sono cinque minuti fantastici (...) Quelli della mia generazione non avevano paura di far ridere, non avevamo paura di pigiare l’acceleratore sulla superficialità, sulla volgarità, sul doppio senso. Ci sono dei comici che lo fanno ancora, come Checco Zalone, e infatti fa il botto. La verità è che gli altri sono dei brillanti, non sono comici. Hanno paura di far ridere, perché non sta bene. Erano tempi difficili per me, ancora oggi se lavoriamo è grazie a quella pellicola. Quando uscì, io la vidi in sala con il pubblico che rideva, dissi a mia moglie: ‘mo’ se magna’”.

 


  

Francesco Totti ed Edgar Davids in un Roma-Juventus del 2000  


 

E l’anno dopo “se magnò ancora”. Altro successo, altra fotografia di un’Italia provinciale che amava l’America, la cercava, la imitava e poi però provava a replicare se stessa con tutto il suo provincialismo dall’altra parte dell’oceano. Così la partita nella Death Valley. E ovviamente non una partita, ma Roma-Juventus. Perché se quei film raccontavano il paese senza riuscire a sapere da contemporanei quanto si sarebbero avvicinati alla realtà, la rivalità calcistica tra Roma e Juventus pervase l’Italia in maniera più rilevante di quando si potesse immaginare. Gli storici del calcio hanno affondato le radici molti anni prima, nel 1930. Il 12 gennaio di quell’anno si gioca al campo di Testaccio Roma-Juventus e Linkiesta ricorda: “I bianconeri sono allenati dallo scozzese Aitken, fissato con la preparazione fisica e con il metodo di gioco detto del ‘sistema’ che alla Juve non piace e che è causa di un campionato così così nonostante l’ossatura azzurra. Anche la Roma schiera un futuro campione del mondo come Ferraris IV, ma a fare la differenza è il bianconero Zizì Cevenini, terzo della dinastia di una famiglia dedita al football. Cevenini è in giornata di grazia e nonostante i 35 anni di età affonda la Roma: finisce 2-3. Il Testaccio è violato, la Juve diventa un nemico. Tanto che i giallorossi vogliono vendicarsi. L’anno dopo i bianconeri stanno per inaugurare il “Quinquennio”, ovvero i 5 scudetti consecutivi mai più vinti da nessuno in Italia. Il 15 marzo del 1931 non c’è più Cevenini. Dall’Argentina è però arrivato un altro argentino. Si chiama Renato Cesarini e spesso risolve le partite segnando negli ultimi minuti di gara, tanto che i giornalisti sportivi gli dedicheranno l’omonima zona, quella che nelle loro cronache simboleggia la parte finale di ogni partita. La Roma è seconda in classifica dietro i bianconeri e non può fallire, scottata dall’anno prima. Finisce 5-0, segna anche il grande Fulvio Bernardini, talmente grande che darà il nome al centro tecnico della Roma a Trigoria. La vittoria ispirerà a Mario Bonnard un film, chiamato proprio ‘Cinque a zero’, nel quale alcuni giocatori romanisti faranno da comparse”.

 

Quella partita fu raccontata da un articolo sulla Stampa firmato da Vittorio Pozzo, che sarebbe diventato Ct campione del mondo nel 1934 e nel 1938: “L’incontro di ritorno fra la Roma e la Juventus farà epoca nella storia del calcio italiano e per il risultato e per l’andamento del gioco e per il tono generale eccitato della giornata”.

 

E’ quello l’inizio? Forse sì, oppure è un artificio. O ancora un punto mobile, un appiglio. Per noi, per due generazioni di contemporanei, il punto cardine è ovviamente il gol di Turone, ovvero la partita Juventus-Roma del 10 maggio 1981. Erano prima e seconda, divise da due punti. La partita finì 0-0, ma alla Roma fu annullato un gol entrato per fuorigioco. Trentasei anni dopo nessuno sa se fosse buono o no, dalle immagini sembra regolare, ma fu fischiato e secondo leggenda romanista quello fu un errore voluto. La Juventus vinse lo scudetto e la Roma arrivò seconda. Attorno al gol di Turone s’è scatenato un odio pallonaro che per molti anni ha caratterizzato ogni incrocio, ogni sfida, ogni ricordo. I romanisti lo vivono come il furto più incredibile della storia del calcio, gli juventini come sintomo del complottismo piagnone romanista. Qualche anno fa l’ex moviolista Rai, Carlo Sassi, ha alimentato i sospetti dicendo che quel gol era regolare, ma fu annullato per ragioni politiche. Turone, però, nell’ultima intervista rilasciata qualche tempo fa ha detto: “Basta parlare di quel gol, gli è stata data troppa importanza”.

 

"Serenè, ma secondo te dove
lo passa il capodanno Toninho Cerezo? Secondo me dorme,
perché è un professionista"

E’ vero, ma non tutto quello che gli è ruotato attorno è stato follia. Quel fuorigioco, quello scudetto così discusso, ha trasformato la rivalità tra Juventus e Roma in un grande fenomeno di costume. I Vanzina ne sono stati complici volontari, un po’ per il tifo romanista, un po’ perché come pochi altri nel cinema hanno usato la leggerezza e a volte il cazzeggio oltremisura per sbatterci in faccia chi sono gli italiani. La partita nella Valle della morte è un pretesto narrativo, un gioco, una metafora che nascondeva la voglia di avere un rivale che non era soltanto calcistica. Ma che il calcio rendeva chiara a tutti. La fotografia del paese, come l’ha definita Enrico Vanzina, non era altro che la riduzione in due minuti di ciò che stava accadendo da tempo, prima sottotraccia, poi con evidenza. E non è un caso che la partita arriva nel film del 1984, ovvero dopo che la Roma ha vinto lo scudetto del 1983, considerato un po’ il risarcimento morale ed emotivo per il gol di Turone del 1981. E quella scena rimarrà una parte fondamentale non solo di quel periodo specifico, ma di tutta la rivalità tra Roma e Juventus. Perché è da allora che esiste davvero, è da allora che è diventata collettivamente compresa anche da chi non è né juventino, né romanista. Gli anni Novanta, a Torino, sempre in uno Juventus-Roma invernale ci fu il caso della rimessa di Aldair: il giocatore della Roma fu disturbato da un guardalinee mentre batteva un fallo laterale. La palla prese una strana traiettoria e finì a Ravanelli che segnò con un pallonetto. La partita finì 3-0 per la Juve e quel gol diventò un caso Turone al cubo: “Il più grande furto della Juventus”, si legge ancora oggi su qualche sito romanista. Erano gli anni delle polemiche tra Sensi e la triade bianconera (Moggi, Giraudo, Bettega), con il presidente romanista che parlava di “vento del nord”, per definire il potere a suo giudizio strabordante delle squadre settentrionali (specie la Juve) rispetto a quelle meridionali. Sul campo o intorno accaddero molte cose: prima c’erano stati Paulo Sosa e Ferrara, due acquisti giallorossi scippati dal Moggi bianconero e portati alla Juve, poi il gol di Ravanelli e ancora successivamente, con l’arrivo di Zeman, la famosa frase: “Il calcio deve uscire dalle farmacie”. Era una chiara allusione alle muscolature di Alessandro Del Piero, Gianluca Vialli e Fabrizio Ravanelli, il tridente meraviglioso della Juve di quegli anni che secondo Zeman si era fisicamente gonfiato in maniera evidentemente anomala.

 


 

 Paulo Dybala 


  

Poi sono arrivati gli anni Duemila. Nel 2001, con la Roma sotto di 2 gol a Torino il giapponese Hidetoshi Nakata segna una doppietta, pareggia la partita e di fatto lì comincia la vera e definitiva corsa della Roma verso il terzo scudetto. Lì in casa della Juventus. Nel 2004 la Juve perde 4-0 all’Olimpico. Totti fa il segno del 4 e del tutti a casa a Tudor, ispirando magliette e perfino banconote. Sulla panchina della Roma c’è Fabio Capello, quello che una volta disse: “Non allenerò mai la Juve”. L’anno dopo, invece, finisce proprio alla Juventus, alimentando ancora tutto quello che c’è di detto e anche di non detto in questa storia. Nel 2012, è la Juventus che vince 4-0 e Lichtsteiner fa il verso a Totti, replicando lo stesso gesto che il capitano della Roma aveva fatto a Tudor. E’ l’ultima èra, quella di oggi, fatta di un dualismo che ha sempre visto alla fine trionfare la Juventus, ma ha tenuto la Roma sempre lì, come unica possibile alternativa, prima che arrivasse il Napoli di De Laurentiis. Ovvero del produttore di tutti i cinepanettoni, compresi quelli che hanno trasformato questa rivalità in un fenomeno extracalcistico. Tutto torna. Molto si allinea. Fino al sorteggio di quest’anno, al calendario. Giornata 18, 23 dicembre. La prima volta che la serie A decide di giocare a Natale. Scorrono gli accoppiamenti: Chievo-Bologna, Cagliari-Fiorentina, Lazio-Crotone, Sassuolo-Inter, Udinese-Verona, Napoli-Sampdoria, Milan-Atalanta, Juventus-Roma. Non c’è un incrocio di quelli veri, non c’è un derby: Napoli, Inter, Milan, Lazio giocano tutte con squadre che non alimentano sogni e immaginazioni. Però capita Juventus-Roma. Il cinepanettone del calcio. Possibile? L’avranno fatto a posta, dài. Non è possibile che sia un caso. Complotti? Nessuno li tira fuori, perché tutti lo vogliono. Non c’è una ragione reale, c’è il campo ok; c’è anche l’emotività di una partita che fa parte di quelle che vanno viste comunque. Eppure è qualcosa di diverso, che sembra sfuggente e invece è presente. Il desiderio di vedere proprio quella cosa lì. E’ la ruota degli anni Ottanta che deve tornare, per alimentare tenerezze, ricordi, nostalgia e dunque business. D’altronde nel 2013, al trentennale di “Vacanze di Natale” 1983, SkySport mandò in onda uno speciale “Vacanze di Natale con Juventus-Roma…” e fu un successo pazzesco. Repliche su repliche, commenti, hashtag, visualizzzazioni, post, tweet, retweet, like. Qualunque cosa che testimoniasse il desiderio di condividere quella rivalità attraverso quella leggerezza. Intervistarono Cerezo, quello che dormiva perché era un professionista. Poi c’erano Amendola, gli spezzoni dei film, le battute scritte da Enrico Vanzina, gli stralci delle partite. La Lega avrà visto e avrà eseguito il piano: che partita deve esserci a Natale? Juventus-Roma, punto. Invece l’ha fatto un computer. Ha scelto lui per noi, regalando l’unica cosa che avesse un senso drammaturgico e commediante a una giornata di campionato diversa.

 

Stasera, Juventus Stadium, ore 20.45 è la prima di un film di Natale che si gira dal vivo, con tutto quello che siamo oggi e l’eredità di chi siamo stati negli anni Ottanta. Immagini in ultra Hd, spirito vintage. I ragazzini cresciuti, ingrigiti di quella generazione ringraziano sentitamente. È l’unico pezzo sano di nostalgia che ci si concede, perché il periodo lo rende felice anziché triste. Abbiamo visto finire negli anni il cinepanettone, abbiamo trovato ciò che potrebbe sostituirlo. Una partita che porta il pallone altrove, polemiche comprese. Ci vorrebbe sempre. Ogni anno, come appuntamento fisso. Il Christmas Football Day, dalla Death Valley ai due stadi, in maniera alternata: Torino o Roma. Suggerimento ulteriore: mandare in onda sugli schermi dello stadio e in tv gli spezzoni dei film che hanno alimentato la rivalità o l’hanno raccontata con leggerezza. Poi campo. Allegri-Di Francesco, Dzeko-Chiellini, De Rossi-Pjanic, Nainggolan-Khedira, Dybala-Fazio. Tutto quello che c’è, compresa la classifica che tiene ancora queste squadre lì, quasi insieme. Se il computer non riesce ogni anno a trovare l’algoritmo, imponiamoglielo noi. Unico rito che ci concediamo, al di là del tempo che passa, o forse proprio per il tempo che passa.

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