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That win the best

Gradone zero

Il ritorno di Zeman, la prodezza di Gabigol e il “porco zio” di Ibrahimovic

21 Febbraio 2017 alle 16:12

Gradone zero

Anche l’Huddersfield Town ha voluto festeggiare Zeman indossando le maglie del Pescara nella sfida di Fa Cup contro il Manchester City (foto LaPresse)

Manchester. Dio ci conservi a lungo il brandy e Zdenek Zeman. Per quanto riguarda il primo non servono spiegazioni, per il secondo giusto qualche parola. Come farebbero i giornalisti senza Zeman? Gli opinionisti, i commentatori, i tifosi e i conduttori televisivi non avrebbero saputo che dire domenica: vuoi mettere riempire una pagina con la retorica dei gradoni, invece che con la solita esaltazione della solidità della Juventus? O riciclare qualche polemica sul doping nel calcio invece che sottolineare per l’ennesima volta l’efficacia del Napoli di Sarri? Oppure, ancora, meglio rispolverare l’elogio del 4-3-3, la maledizione dell’allenatore divertente ma perdente e la storia delle sigarette fumate a bordo campo, oppure concentrarsi sul closing del Milan che si fa ma non si sa, sull’Inter in corsa per la Champions e sulla Fiorentina che è sempre lì ma non spicca il volo? La risposta è più ovvia e banale di un Caffè scritto da Massimo Gramellini: meglio Zeman. E così è stato, infatti. 

 

Abbiamo talmente bisogno di favole, da ricascare sempre nella stessa. Il 5-0 a un Genoa più derelitto del Pescara di Oddo è già diventato leggenda, domenica tutti a dirsi: “Hai visto il Pescara?”, “Eh, ma con Zeman…”. Il tecnico boemo è l’essenza pura del luogo comune, con lui sai già come andrà tutto: prima l’esaltazione, la filosofia e le perle di saggezza a denti stretti, le interviste agli ex giocatori (Verratti che da Parigi vede bene il Pescara), poi qualche risultato roboante, infine le imbarcate. A quel punto i giornali potranno tirare fuori gli altri pezzi pronti su di lui, in cui ci spiegheranno che è inadeguato, troppo spregiudicato per il calcio moderno, non adatto alla serie A. I risultati scarsi daranno loro ragione, e tutti lo saluteranno per rimpiangerlo ancora. Praticamente un governo tecnico.


Noi sporchi maschilisti non concepiamo l’esistenza del calcio femminile, barbara pratica statunitense. Facciamo volentieri un’eccezione per Alex Morgan e Sydney Leroux


L’atleta di Dio con il più improbabile dei soprannomi, Gabigol, ha festeggiato il suo primo gol in serie A offrendo una carbonara a tutta la squadra. A parte l’aspetto dietetico della scelta, già nel 1982 gli ingiustamente obliati Spliff cantavano in un italiano da tedeschi in riviera che il “borsellino è vuoto totale” e quindi nelle loro vacanze mangiavano sempre e solo carbonara. Magari il giovane Barbosa avrebbe potuto fare una scelta un po’ meno oculata e nazionalpopolare, ma è tutto molto in linea con questo personaggio simpatico e tutto sommato misterioso arrivato dal Brasile con tante rabone nel repertorio e una stiva piena di aspettative. Il gol di Bologna è in realtà una grande tragedia per il tifoso dell’Inter. Per la prima volta a memoria d’uomo, un giocatore strapagato della società milanese è stato adottato come idolo totale e incondizionato, a prescindere dalle prestazioni. “Metti Gabigol!” è diventato il tormentone di San Siro, che impazziva ogni volta che il ragazzo giocava qualche minuto, cosa faceva importava poco. Le pretese della Scala del Calcio, come la chiamano ancora i telecronisti Rai, ne hanno schiacciati tanti di quelli come Barbosa, ma lui aveva trovato il modo perfetto per stare dentro questo amore contrastato. Giocare pochissimo, non segnare mai. Così i tifosi potevano continuare a coltivare l’illusione di avere fra le mani un fenomeno, il quale però rimaneva sempre in potenza, distribuiva entusiasmo sulla fiducia. Dire “metti Gabigol!” è quasi più bello di quando lo mette per davvero. Segnare dove il Fenomeno ha fatto gol per la prima volta completa lo scenario da sciagura per questo giovane a cui tutti gli amanti del calcio augurano ogni bene, s’intende. Io gli auguro di fare come Ibrahimovic, ovvero di giocare benissimo in squadre che vincono pochissimo e poi finire al Manchester United per fare un hat trick dopo il quale il tuo portiere ti scrive “Porco Zio” sul pallone che ti porti a casa per festeggiare. C’è chi si merita il repertorio universale di similbestemmie che i calciatori interiorizzano a otto anni, chi una carbonara.

Jack O'Malley

Jack O'Malley nasce a Sheffield quando lo United era in seconda divisione. Dopo un'infanzia felice trascorsa nel cottage di famiglia nello Yorkshire, si trasferisce nella capitale per iniziare una lunga carriera in tutti i settori del giornalismo, fino ad approdare – dopo una parentesi di dieci anni in Italia – all'argomento che più ama: la Premier League. Adora il tè delle cinque, le passeggiate col suo setter nella calma di Hyde Park e non disdegna un buon bicchiere di brandy. Pensa che non ci sia nulla di più bello di Londra avvolta dalla nebbia o sotto la pioggia. Uomo dallo spiccato sense of humour, per il Foglio scrive ogni martedì di calcio inglese nella rubrica "That win the best", titolo che non lo entusiasmava finché dalla redazione non gli hanno spiegato che era la citazione di un film italiano. E' su twitter.

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