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Matteo Trentin vince alla Saronni. Al Giro correrà Aru diretto da Cassani

Il veneto della Etixx beffa Moser e Brambilla, che avevano attaccato sulla penultima salita di giornata, sulla striscia d'arrivo. Nulla è cambiato in classifica. Nibali migliora. Per Maurizio Milani già da domani correrà il sardo. Abecedario della corsa: T come Tavernello, T come tifosi.

26 Maggio 2016 alle 17:14

Matteo Trentin vince alla Saronni. Al Giro correrà Aru diretto da Cassani

La vittoria di Matteo Trentin a Pinerolo (foto LaPresse)

Diciottesima tappa, Muggiò-Pinerolo, 244 chilometri. Lo strappo di San Maurizio è un pezzo di Fiandre in Piemonte. Sanpietrini a terra, pendenze cattive sotto le ruote, due muri di persone ai lati. Moreno Moser e Gianluca Brambilla sono i primi a salirci. Il loro testa a testa è uno scatto continuo, prima Moser, poi l'ex maglia rosa, attaccati: pari merito. Sembra corsa a due, loro davanti, gli altri a inseguire. E invece accade l'imprevedibile. Matteo Trentin, compagno di squadra di Brambilla, appare dal nulla, con un numero da campione piomba sui primi, allunga, vince. Moser è secondo, beffato, il lombardo-veneto terzo, esultante.

 



 

Trentin si supera nella tappa più lunga della corsa rosa. Una lunga striscia d'asfalto piano, lunga 170 chilometri, poi qualche scaramuccia altimetrica, infine lo scherzo conclusivo: tre pareti da scalare prima dell'arrivo di Pinerolo. Il muro di via Principe d'Acaja è primo antipasto, poi gran finale. In mezzo la salita che porta a Pramartino, 4,7 chilometri a oltre il 10 per cento di pendenza media, lì dove gli avanguardisti della prima ora si distanziano, si frantumano all'allungo di Moreno Moser e Gianluca Brambilla. I due italiani si involano soli, scollinano primi, si gettano nella discesa. Sembrava fatta. Non è stato così.

 

Il gruppo guidato dai compagni della maglia rosa lascia spazio alla fuga. I minuti si accumulano, raggiungono la decina, sfiorano il quarto d'ora. Steven Kruijswijk si piazza a ruota di Battaglin per tutto il giorno, mette il volto in testa solo nelle ultime rampe dell'ultimo muro. Fa il padrone del Giro, controlla, non perde un metro, arriva con tutti i migliori. Domani la Cima Coppi, il Colle dell'Agnello, 2.744 metri, dopodomani il tappone di Sant'Anna di Vinadio. Se il Giro ha ancora qualcosa da dire per la classifica generale, darà i suoi verdetti nelle prossime due tappe.

 

ARRIVO: 1. Trentin 2. Moser 3. Brambilla 4. Modolo +20" 5. Arndt +30" 6. Rovny +34" 7. Busato +1'10" 8. Knees + 1'16" 9. Domont +1'24" 10. Malacarne +4'28".
CLASSIFICA GENERALE:

 

 

Abecedario fisso – L’altro Giro d’Italia di Maurizio Milani

 

T come TAVERNELLO – La mitica cantina vinicola vuole entrare già da oggi nel ciclismo che conta. Cioè il Giro d'Italia. Nelle ultime due tappe la Tavernello schiererà una squadra che conta di vincerle entrambe. Dotazione tecnica: biciclette Bianchi. Capitano: Fabio Aru. Ds: Davide Cassani che lascia la nazionale senza avvisare. Poi ci ripensa e torna a fare il ct degli azzurri. Per cui il direttore sportivo della Tavernello (dispiace dirlo perché sembra conflitto di interessi) è nominato Giovanni Battistuzzi.


 

Abecedario del Giro

 

T come TIFOSI – Il concetto di sportività nel ciclismo è scoperta degli anni Venti. Prima de Coubertin era uno sconosciuto e “l’importante non è vincere ma partecipare”, una baggianata. Si correva per fame, chi gareggiava lo faceva per portare a casa i premi in denaro e generi alimentari messi in palio dall’organizzazione. E per arrivare all’obiettivo, a volte, non si faceva affidamento solo su forza e resistenza. La televisione non c’era, il percorso era segnalato in modo approssimativo, l’automobile della direzione  molte volte seguiva i corridori solo nelle prime fasi di gara. E così le scorciatoie erano all’ordine del giorno, i traini (l’attaccarsi a una macchina per fare un tratto di strada) anche. Poi c’era il resto, le insidie delle strade non asfaltate, le fatiche di preparazioni fisiche improvvisate. Le salite, anche leggere, diventavano crocevia, scavavano minuti tra avanguardisti e inseguitori. Si trasformavano in trappole, non solo sportive, a volte in vere imboscate. Non era raro incorrere in tifosi che si paravano davanti e non ti facevano proseguire se non dopo minuti dal passaggio del loro eroe. Non era raro trovare chiodi e puntine da disegno dopo che il preferito era transitato. Era un percorso a ostacoli e a ogni luogo attraverso mutavano gli attori protagonisti e con loro i tifosi: un peregrinare nell’Italia del tifo che sceglieva regione per regione i graziati dalle forature. Giovanni Gerbi, il Diavolo Rosso, capì a sue spese quanto il tifo potesse diventare decisivo per condurre a una vittoria o a una disfatta. Era il 1904, Gerbi va in Francia perché vuole vedere cos’è questa “matana che la chiamano Tur de Fransia”. Lassù oltralpe il nome di Gerbi lo conoscono bene: il Diavolo rosso è un’entità sovranazionale e le sue gesta sono note agli appassionati. Ma non è lui il favorito. Non lui a far paura. C’è un altro italiano, che poi è valdostano ma da decenni in Francia, tanto che ha già passaporto, che ha vinto il primo Tour della storia: Maurice Garin. E così alla seconda tappa, sul Col de la Republique, nella Valle del Rodano, verso Saint-Etienne, i tifosi dell’idolo locale Alfred Faure, che è in fuga, a bastonate se la prendono con Garin, reo di essere il più forte. Il valdostano riesce a fuggire, e così i tifosi se la prendono, già che c’erano, con Gerbi. L’astigiano ne esce con una frattura al costato e un trauma cranico. Dovrà abbandonare la corsa. Di quell’esperienza il Diavolo Rosso ne farà tesoro. Obbligherà i suoi tifosi ad usare l’arguzia e non la violenza per sfavorire gli avversari. E così da lì in avanti sarà un tripudio di chiodi e puntine, di indicazioni sbagliate, di cartelli cambiati, di strade innaffiate dopo il suo passaggio, di passaggi a livello abbassati di proposito. Tutto ciò che poteva rallentare gli avversari senza arrivare alle legnate. A quelle ci avrebbe pensato lui. Come nel 1907, all’arrivo della prima Milano-Sanremo della storia, quando d’accordo con Petit-Breton di dividere il premio della vittoria e del terzo posto, si buttò sul favorito allo sprint Garrigou fino a farlo cadere.

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