Il Liverpool ha ricordato a tutti che il calcio non è strano, è inglese

La rimonta contro il Borussia Dortmund, Klopp e la storia dei Reds
Il Liverpool ha ricordato a tutti che il calcio non è strano, è inglese

Londra. E’ troppo presto per dire se Jürgen Klopp occuperà un posto d’onore nella storia del Liverpool Football Club, ma possiamo già dire con certezza che tifosi e giocatori del Liverpool Football Club racconteranno per anni ad amici, figli e nipoti del quarto di finale vinto in rimonta giovedì sera contro il Borussia Dortmund. Non vorrei sembrare Fabio Caressa, quindi non dirò che il calcio è strano. Anche perché in fondo non lo so se il calcio è strano, ma so per certo che è fottutamente bello, e che partite come questa servono a ricordarlo. E’ troppo presto per dire se Jürgen Klopp entrerà per sempre nel cuore della Kop – che in italiano si traduce curva, ma in realtà è un muro dritto e impenetrabile di popolo – ma certamente giovedì sera ha fatto breccia nelle coronarie di tanti, costringendo anche chi Red non è a commuoversi almeno un po’. Il 2-0 dei tedeschi in nove minuti era chiaramente recuperabile da una squadra con la storia e le caratteristiche del Liverpool. Ma dopo il momentaneo 1-2, il terzo gol del Borussia aveva messo la parola fine nella testa di molti. La storia funzionava a dovere anche così: Klopp, l’allenatore vincente ma non troppo (quest’anno ha già perso una finale, in coppa di Lega contro il Manchester City) sconfitto dalla sua ex squadra. Ci sarebbe stato da scriverne a lungo anche così. Il Liverpool non sarebbe uscito tra i fischi, i Reds quest’anno non brillano certo per qualità e continuità in Premier League. Il 4-3 finale, con un gol segnato al 91’ minuto sotto la Kop in orgasmo multiplo ha improvvisamente trasformato un normale quarto di finale di Europa League in una partita storica, memorabile e bellissima. In casi come questo – in verità non così rari nel calcio, anche se difficilmente vissuti con questa intensità – ci si chiede spesso che cosa abbia detto nell’intervallo (qui si era sul 2-0 per i tedeschi) l’allenatore. Lo ha raccontato lo stesso Klopp: “Gli ho ricordato la finale di Istanbul del 2005”. Quella contro il Milan, 0-3 al 45’ e rossoneri già in festa. 3-3 al 90’ e vittoria ai rigori. “Potete sentirla, ascoltarla, annusarla”, ha detto ai suoi ragazzi nello spogliatoio. Quelli sono entrati in campo e hanno ribaltato tutto.

 

Per ogni squadra di calcio che si rispetti c’è un momento nella propria storia in cui è diventata se stessa. Oggi il Liverpool è la squadra che non si arrende, che lotta fino alla fine; quella capace di sovvertire i pronostici, di colmare la differenza con gli avversari più forti grazie al cuore e al pubblico di Anfield. Ma il Liverpool non è sempre stato così. La sua leggenda nasce negli anni Sessanta, quando Bill Shankly diventa il manager di quella che all’epoca era di fatto la seconda squadra della città: l’Everton era la società vincente, il Liverpool stazionava in seconda divisione. Shankly fece nascere il mito, inventò la divisa tutta rossa, trasformò il tifo della gente in simbiosi amorosa con il club, la squadra, la maglia. Inculcò nei giocatori – e per sempre nel dna di chi sarebbe venuto dopo – l’idea che una partita non è finita fino a che non è finita. Le sue ceneri sono sparse sul prato di Anfield, davanti alla Kop.

 

Non so se Klopp possa lasciare un segno lontanamente simile a quello di Shankly. Ma a vederlo su quella panchina giovedì è sembrato a tutti che non poteva esserci al mondo allenatore più azzeccato per far vivere ai Reds una serata del genere.

 

A inizio stagione tanti raccontavano che il calcio inglese era in crisi. Troppi stranieri, troppi soldi spesi male, poco appeal rispetto ad altri campionati. E’ bastato un mese per rimettere le cose al loro posto: il Manchester City per la prima volta in semifinale di Champions (decima squadra british a farcela nella storia), il Leicester a un passo dalla stagione perfetta e il Liverpool che ricorda a tutti in 45 minuti perché non c’è nulla al mondo come questo sport.

 

Giovedì sera, ubriaco di gioia e brandy, danzante sui resti dei tedeschi, l’ho capito per l’ennesima volta: il calcio non è strano. E’ inglese.

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