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Mettere Totti al centro del villaggio, come l’altare della patria romanista. Listen to me, mister Pallotta

Chiudiamola così, prima che sia troppo tardi. Chiudiamola ammettendo che i monumenti non corrono (e possibilmente stanno in silenzio, o parlano per metafore oracolari), non tornano a difendere sulla linea di metà campo, si allenano sì e no. Epperò la loro funzione è irrinunciabile.

22 Febbraio 2016 alle 11:43

Mettere Totti al centro del villaggio, come l’altare della patria romanista. Listen to me, mister Pallotta

Chiudiamola così, prima che sia troppo tardi. Chiudiamola con Luciano Spalletti che difende la propria scelta di escludere il Totti furioso dalla rosa di Roma-Palermo ma al tempo stesso lo rimette al centro del villaggio, come l’altare della patria romanista, monumento vivente ma ormai non più troppo giocante. Chiudiamola ammettendo che i monumenti non corrono (e possibilmente stanno in silenzio, o parlano per metafore oracolari), non tornano a difendere sulla linea di metà campo, si allenano sì e no. Epperò la loro funzione è irrinunciabile, perché il monumento legittima, tiene unita una comunità (sia pure piccola e matta come ogni koinè pallonara), la motiva e la rappresenta.

 

E insomma Totti merita più rispetto e un anno ancora di contratto. Ma sopra tutto l’AS Roma, se non vuole affondare nello psicodramma e dissipare il poco di cui dispone quanto a patrimonio dell’umanità calcistica, deve per lo meno dotarsi di un/a responsabile della Comunicazione coi fiocchi. Come diciamo qui a Trastevere: listen to me, mister Pallotta. Damme retta.

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