Non é Solo una partita

Bella, maledetta e fortissima. Chi è Hope Solo, il portiere della Nazionale americana di calcio femminile che si gioca il Mondiale e di cui tutti parlano
Non é Solo una partita

Due ori olimpici vinti, Hope Solo lunedì arriverà a 174 presenze in Nazionale. Una in più della sua rivale Brianna Scurry (foto LaPresse)

Hope Solo si è appena vendicata di molte cose. Si ruota attorno a un numero: 173. Presto diventerà 174. Molto presto. Lunedì. Ottavi di finale della Coppa del Mondo di calcio femminile, Stati Unti-Colombia. Quel giorno, comunque vada, Solo sarà il portiere della Nazionale americana femminile di calcio con più presenze nella storia. A 173 s’è fermata Brianna Scurry, che è il motivo della vendetta. Perché  a un certo punto la vita di Hope ha cominciato a mettergliela davanti. Brianna è un punto di volta e poi capirete perché. Amici-nemici, perché l’esistenza intera di Hope è così: famiglia, calcio, poi di nuovo famiglia, è tutto un incrocio di strani rapporti di amori che diventano odi, di affetti che si trasformano in crudeltà. Ha dato e ricevuto del bene, Solo. Ha dato e ricevuto del male. Un gioco contorto, strano, perverso, al tempo stesso epico, folle, smisurato, emozionante. Bene e male, sempre, appunto.

 

Piena la vita di Hope, che poi vuol dire speranza e allora molto, se non tutto, torna. Speranza Solitaria se gli aggiungi quel cognome italiano che la vita gliel’ha segnata comunque. Gliel’ha dato il padre, malandrino italoamericano cresciuto nel Bronx, veterano della guerra in Vietnam, brigante al rientro, sbattuto in galera per un tot di reati. Jeffrey, detto Johnny o Gerry, Hope un giorno chiese un colloquio matrimoniale in carcere. La moglie arrivò, gli parlò, lo amò e lì concepirono Hope. In galera.

 

Solo adesso ha 33 anni e si sta giocando in Canada la coppa del Mondo. L’America gioca per vincere, tra le donne. Con la Germania, il Brasile, il Giappone e ora la Francia è tra le Nazionali che possono portarsi a casa la coppa. E’ anche il paese che ne ha vinti di più di Mondiali, due, come la Germania. Una volta nel 2007 è arrivato il secondo posto, e c’entra molto con lei e Brianna Scurry e la vendetta. Poi, però, sono arrivati anche due ori olimpici, nel 2008 e nel 2012 e anche questo c’entra con Hope e la vendetta.

 

Ecco, ma adesso la storia è un’altra. La storia è che mentre si gioca, mentre l’America ha fatto 7 punti in tre partite, Hope non ha preso ancora gol, il Mondiale è combattuto, bello, televisivo, ricco più di quanto sia mai stato ricco prima, sembra che non si parli di questo. Si parla di Hope Solo e neppure per le 173 (quasi 174) presenze, ma perché un senatore del Connecticut, Richard Blumenthal, ha attaccato la Federazione calcio americana perché Hope è stata convocata e addirittura gioca. Ha scritto una lettera al numero uno del calcio americano, Sunil Gulati, dicendo che è uno scandalo, che è disdicevole, riprovevole, imbarazzante e sbagliato, profondamente sbagliato, che un tipo come la signora Solo rappresenti gli Stati Uniti d’America in una competizione internazionale. Perché la signora Solo è violenta. L’ha detto un giudice e l’ha detto più recentemente la tv. Perché il giorno prima dell’esordio degli Stati Uniti al Mondiale in Canada, Espn ha mandato in onda un’inchiesta che rivela particolari molto forti e gravi della storia che già un anno fa sconvolse il mondo dello sport americano. Una notte la polizia entrò a casa di Hope Solo, a Seattle, e la arrestò: l’accusa era violenze e maltrattamenti alla sorella e al nipote. Hope, dicevano i resoconti dei primi minuti, fu trovata ubriaca, alterata e sia sua sorella, sia suo nipote avevano evidenti segni di violenza sul corpo. Lei finì in carcere, pur dichiarandosi innocente. Ne uscì dopo poco, senza cauzione. Furono due giorni complicati, perché lei in America è davvero un personaggio, perché il calcio femminile lì è cosa seria, serissima: è stata la molla che ha trascinato negli anni anche quello maschile, è stato soprattutto lo sport praticato a scuola dalle bambine che a un certo punto, negli anni Novanta, presero a modello Brandi Chastain e soprattutto Mia Hamm.

 

Per capire: nel 1999 la Gatorade lanciò una pubblicità in cui Hamm, la centravanti dell’allora Nazionale americana femminile, metteva al tappeto Michael Jordan. M-i-c-h-a-e-l-J-o-r-d-a-n. La National coalition of free men scrisse all’azienda: “Ecco, va bene tutto, ma non facciamo che adesso una donna si permette di ridicolizzare persino Mike”. Non la prese benissimo neppure Jordan, a dire il vero: accettò perché il suo caché era il triplo di quello della signora che l’aveva steso con una mossa di judo. Quella era la pubblicità che Espn trasmetteva a ogni intervallo delle partite del mondiale femminile di calcio. Mia e Mike si sfidavano prima a basket, poi a calcio, poi a tennis, poi a scherma e poi a judo. Alla fine vinceva lei: “Tutto quello che fai tu lo so fare anch’io”. Lo slogan femminista arrivava dalla bocca di Mariel Margaret Hamm, detta Mia, ovvero la calciatrice più forte di tutti i tempi, il fenomeno del women’s soccer Usa, la donna che fece capire agli americani che il pallone da calciare con i piedi non era un insulto, ma uno sport vero, quello che alla fine degli anni Novanta ha creato negli Stati Uniti la mania pallonara dipinta di rosa, con 7 milioni di ragazzine che ogni pomeriggio s’infilavano gli scarpini con i tacchetti e si rincorrevano e se le davano e saltavano per colpire con la testa. Niente mani, quelle toccano solo al portiere. Tutto quello che non hanno mai capito i maschi, che comprendono la palla solo se è piccola e dev’essere colpita da una mazza, se è grande e deve finire in un canestro o se è ovale. Appresso alle giovincelle in calzoncini e parastinchi, un esercito di mamme che accompagnavano le loro fanciulle alla scoperta del mondo del calcio. Mai sentito parlare di Soccer Moms? Ecco, quelle. Quelle alle quali un giorno si appellò persino l’ex presidente Bill Clinton in crisi dopo il sexgate. Era il giorno della finale dei Mondiali del 1999. Si giocava nel Rose Bowl di Pasadena, in California. Mister President era in tribuna, accanto a Hillary, con lo sguardo dell’uomo dispiaciuto di aver ferito l’amore delle signore d’America. “E’ stata una partita fantastica, una vittoria storica. Sono orgoglioso del successo delle nostre ragazze e della riuscita del mondiale. E’ bello vedere che le donne americane abbiano potuto esultare. Sono il futuro di questo paese”. Cinque anni prima, per la coppa del Mondo degli uomini allo stadio non c’era mai andato. Eppure era un evento: la prima volta del soccer globale in terra nordamericana, un affare da un miliardo di dollari. Per le donne la quota era appena di 30 milioni. Però c’erano gli stadi pieni di famiglie con figlie che dieci anni dopo sullo stesso prato sarebbero state a imitare Mia e le altre, a mettere sotto il prossimo Michael Jordan e magari finalmente a guadagnare più di lui.

 

Ragazze tipo Hope, che però una famiglia così non ce l’aveva. Perché una che viene concepita in carcere deve essere segnata, forse. O forse quello non c’entra, quanto invece c’entra la perversione dell’animo umano, i sentimenti, le difficoltà. Comunque Johnny Solo, non era quel tipo di padre che porta una figlia allo stadio a vedere Mia Hamm. Quando Hope e suo fratello (nato dopo) erano piccoli lui rapinava. La moglie decise di lasciarlo e lui rapì i due piccoli. Entrò in una casa che non era più sua, li caricò in macchina e sparì. Seattle diventò terra di caccia. C’era un uomo, un criminale per la giustizia americana, in fuga con due bambini piccoli. Lo rintracciarono in un albergo alle porte della città. Entrarono in azione gli Swat, gli agenti speciali, arrestarono lui e liberarono i piccoli. Anni dopo nella sua autobiografia, “Solo: A Memoir of Hope”, la portiere professionista racconterà che il padre non l’ha odiato, che in fondo l’ha capito, nonostante tutto: non era tutta colpa sua, dice Hope, non riusciva a rientrare nella società civile dopo essere stato in guerra.

 

E’ una storia molto americana, questa. Perché la figlia concepita in carcere, poi rapita dal padre e quindi cresciuta solo con un genitore, diventa qualcuno: giocatrice professionista di calcio e un giorno reincontra per caso suo padre in un parco. Lui è tornato a Seattle, racconterà lei a Newsweek, senza dire nulla, ma seguendo ogni partita della figlia, muovendosi il più possibile per raggiungerla, guardarla, osservarla. Vicino, lontano. Quel giorno nel parco Hope lo riconosce dai tatuaggi. Parlano, imbarazzanti, mangiano un panino insieme. Invece di allontanarlo da sé recupera un rapporto senza fare domande e senza avere risposte. Poi Jeffrey, detto Johnny o anche Gerry, viene accusato di un omicidio: è stato ucciso un agente immobiliare e non si sa come accusano lui, che però viene prosciolto perché il suo alibi tiene. Figlia e padre continuano a vedersi, si danno anche un appuntamento, a New York: Hope procurato a Jeffrey, detto Johnny o anche Gerry, un biglietto aereo e uno per lo stadio di una partita di preparazione al Mondiale del 2007. Lei è a Cleveland per le finali Nba, lo cerca, lui non risponde; lo ricerca, lui non risponde. Lei pensa: che bastardo. Il giorno dopo scopre: lui è morto. Un infarto, pare.

 



 

E’ il destino, racconta Hope nell’autobiografia. E’ la vita. Amore, odio, normalità, perversione, follia. Non ci si ferma, dice Solo, che parla, parla, parla. Una che non si tiene niente. Impertinente, l’hanno definita. Abrasiva, anche. C’entra per forza l’altra cosa accaduta quell’anno, il 2007. In quel Mondiale per il quale si stava preparando quando invitò il padre a guardarla. Era la sua prima coppa del Mondo. Stati Uniti in finale, contro il Brasile. Hope va in panchina, l’allenatore le preferisce Brianna Scurry: è la veterana del gruppo, una cresciuta proprio con Mia Hamm e Brandi Chastain. L’America perde 4-0 e Hope parla: “Se ci fossi stata io”, dice. E aggiunge veleno. Impertinente, appunto. Abrasiva, anche. Finisce fuori rosa, indesiderata dall’allenatore e odiata dalle compagne. Perché ha infranto un codice, quel patto segreto che dice che in uno sport di squadra non si parla di sé, neanche quando vieni escluso. Gioca in campionato, però. Ed è il miglior portiere della lega: bella, alta, ricca. Ha sponsor che la supportano, guadagna più di dieci milioni di dollari a stagione. E’ forte e questo sconfigge anche i codici di comportamento: la convocano per le Olimpiadi di Pechino 2008 e l’America vince il primo oro olimpico del calcio della sua storia. Hope da allora diventa una delle stelle, continuando a essere malsopportata dall’ambiente, ma amata dalle ragazzine.

 

[**Video_box_2**]Perché è bella e perché è matta. Posa nuda per una rivista quando la Lega americana fallisce e le giocatrici restano senza stipendi: “Devo mangiare, io”. Capace di infilarsi in una polemica via l’altra. Quando è stata tra le concorrenti di “Ballando con le stelle” ha accusato il suo compagno di ballo di maltrattamenti: “Mi spintona, mi fa male, ma non fa niente”. Caos dei movimenti femministi: “Hope Solo legittima gli abusi degli uomini”. E’ stata anche il centro delle polemiche sul sesso nel villaggio olimpico, perché è stata lei a rivelare, dopo Pechino, che gli atleti e le atlete si divertono parecchio: “Al Villaggio Olimpico si fa sesso ovunque. Alle Olimpiadi succede di tutto. Gli atleti, se si allenano, sono super concentrati, ma se escono a bere un drink, finisce che se ne scolino 20 e potete immaginare cosa succede dopo… Si fa molto sesso perché l'Olimpiade è l'esperienza di una vita e si vogliono creare ricordi indelebili. Ho visto persone fare sesso all'aperto, tra i prati o gli edifici. La gente ci va giù di brutto. A Pechino nel 2008, quando finimmo di festeggiare la medaglia d'oro, ci togliemmo i vestiti da sera, indossammo di nuovo gli abiti sportivi e alle 7 di mattina, senza andare a dormire, ci presentammo al Today show ubriache. Non c'è bisogno di dirlo, avevamo un pessimo aspetto. Dopo i festeggiamenti, tornando al Villaggio, incontrammo due celebrità come Vince Vaughn e Steve Byrne. Decidemmo di continuare la festa, iniziammo a parlare agli addetti alla sicurezza, mostrando le medaglie d'oro, e riuscimmo a far entrare il nostro gruppo senza i pass, cosa mai vista prima. E quando tornai in camera mia, non è detto che fossi sola. Ma questo è il mio segreto olimpico”.

 

Scoppiò un altro caos, con l’intera delegazione americana indignata con Solo. Altro codice infranto. Perché è così, lei. Anche quattro anni dopo, a Londra. La nazionale americana era sempre, ma arrivava non da favorita perché nel 2011 ha perso i Mondiali. Giocò non benissimo le prime partite e a commentare i match c’era Brandi Chastain. Lei è un monumento. Come Mia Hamm. In più lei è una foto, anzi la foto. E’ l’immagine che ha cambiato per sempre il calcio femminile: una ragazza che alla fine della finale del Mondiale 1999 si toglie la maglia e si lascia scivolare con le ginocchia per terra in reggiseno. E’ Brandi. Ecco, lei in quell’Olimpiade cominciò a storcere il naso contro le ragazze della difesa e anche contro Hope. Che rispose su Twitter: “Sono cambiati i tempi, bella mia”. E poi in un’intervista: “Non credo sia un grande commentatore. Non c'è niente di personale. Vorrei solo i migliori commentatori. Il nostro sport merita questo, la nostra squadra merita questo. E oggi non è, a mio parere, così. Lei è stata una grande giocatrice. S’è tolta la maglietta dopo aver segnato il rigore della vittoria della coppa del Mondo 1999, ma questo non vuol dire che sia un grande commentatore e certamente non vuol dire che conosce il nostro gioco. Voglio sapere perché è importante per me avere un rapporto con le stelle del passato. Riconosco che hanno fatto tanto per il gioco, ci hanno agevolato. Ma questa è una nuova generazione di giocatrici. Stiamo giocando in maniera diversa rispetto a quando hanno giocato loro più di un decennio fa. Allora, perché c’è bisogno di essere paragonate?”. Hope l’abrasiva.

 

Detestata in quei giorni dalla stampa, ancora una volta malvista dalle compagne, poi il rigore parato in semifinale con il Brasile. Lei che le porta tutte in finale, a Wembley. Lei, ovvero una capace di dire una frase così: “Bacio i sederi delle mie compagne, ma se necessario li prendo a calci”. E lì a Wembley contro il Giappone, altre parate, tante, tutte. Suo il merito della seconda medaglia olimpica consecutiva degli Stati Uniti. Abbracciata dalle compagne tutte e dall’America intera perché se vinci sei comunque un mito.

 

La biografia uscita subito dopo Londra ha scatenato un altro codazzo di polemiche. Hope accompagnata dalla sua fama e dalla sua lingua, in lotta con molti e con tutte quelle cose da dire. La storia della famiglia, delle botte alla sorella e al nipote sembrava sparita. I giornali se ne erano occupati poco, il giusto in quei giorni. Sembrava una di quelle cose che accadono in America alle star: robe brutte, ma sempre un po’ sovradimensionate. Questo adesso potrebbe essere l’ultimo Mondiale: ci era arrivata per una volta in silenzio s’è ritrovata in campo con il chiasso. Stavolta non ha parlato lei. S’è vendicata contro la Nigeria, finirà di farlo contro la Colombia. 174 presenze sono tante, soprattutto sono sufficienti a cancellare quella storia di Brianna Scurry, dei codici infranti, delle parole che non si dicono e che lei Hope Solo dice sempre. Non si sa chi abbia ragione. Ma così c’è sempre un numero che alla fine può parlare più di te.

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