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Il fantasma della IPO del secolo

Sembra farsi sempre più realistica la prospettiva di un rinvio a oltranza dell'offerta pubblica per Saudi Aramco

11 Luglio 2018 alle 17:40

Il fantasma della IPO del secolo

Doveva essere l’Ipo del secolo, ma potrebbe finire presto sepolta e dimenticata sotto le sabbie del deserto saudita. La quotazione in borsa e la vendita del 5 percento di Saudi Aramco, la più grande compagnia petrolifera del mondo di proprietà esclusiva del governo saudita, era stata annunciata nel gennaio 2016, ed era considerata una delle mosse più ambiziose del nuovo uomo forte di Riyadh, il giovane principe ereditario Mohamed Bin Salman. Il piano era semplice quanto spregiudicato: lasciar crollare i prezzi del petrolio, mandare in rosso il bilancio dello stato per rendere le riforme di diversificazione economica inevitabili e, allo stesso tempo, vendere sul mercato il 5 percento di Aramco per ottenere i fondi necessari per un gigantesco piano di investimenti per il rilancio dell’economia non petrolifera. Un piano semplice; forse un po’ troppo. Complicazioni impreviste non sono infatti tardate ad affiorare, e oggi potrebbero segnare il primo colossale smacco internazionale per il giovane principe. Nodo centrale della questione è il valore per il quale Aramco verrebbe quotata. Il governo saudita puntava a 2-2,5 trilioni di dollari, ma voci insistenti parlano di una valutazione che potrebbe non superare 1,5 trilioni. Troppo poco per il governo di Riyadh, che dalla vendita del 5 percento di Aramco contava di racimolare non meno di 100 miliardi di dollari. A remare contro c’è la politica contingente del mercato del petrolio e delle alleanze internazionali della monarchia, in primo luogo quella con gli Stati Uniti. Per consolidare il rapporto privilegiato con Trump i sauditi avrebbero infatti accettato di mantenere basso il prezzo del petrolio, compensando con circa un milione di barili la contrazione dell’offerta dovuta alle rinnovate sanzioni sull’Iran. Ma tenere basso il prezzo del principale prodotto di una compagnia non è il modo migliore per aumentarne il valore di mercato. A questo si son inoltre aggiunti i dubbi degli investitori sull’indipendenza di Aramco dai desiderata del governo saudita dopo la quotazione di borsa. Tradizionalmente, infatti, il Ceo di Aramco è anche il Ministro del Petrolio saudita e la compagnia ha sempre seguito strategie di produzione che andavano incontro più alle strategie di politica regionale e internazionale della monarchia che alle strette ragioni di profitto. E non pochi dubitano che dopo la quotazione in borsa la monarchia voglia seriamente rinunciare al proprio controllo esclusivo sulle strategie aziendali di Aramco.

  

Due nodi, insomma, di difficile soluzione dai quali si intravedono solo due vie d’uscita. La prima è quella di una vendita privata, senza passare attraverso la quotazione in borsa, ad un prezzo concordato tra le due parti e verosimilmente superiore a quello di mercato. Ad essere interessati sarebbero soprattutto i cinesi, i quali da tempo cercano di acquistare quote di società petrolifere del Golfo. A Riyadh però non sembrano entusiasti all’idea che i cinesi possano acquisire interamente una quota così significativa di quello che è il vero gioiello della corona saudita. Per questo motivo si era sempre preferita una vendita a più soggetti attraverso la quotazione in borsa.

  

La seconda possibile via d’uscita è invece accettare lo smacco e trovare i soldi altrove. Una strategia che sembra essersi già avviata con la cosiddetta campagna “anti-corruzione” che nel 2017 ha portato nella prigione dorata del Ritz-Carlton di Riyadh centinaia di nemici politici di Bin Salman, compresi svariati membri della famiglia reale, i quali hanno dovuto cedere parti significative delle proprie fortune per riottenere la libertà. Voci suggeriscono che la somma accumulata dal governo con questa operazione non sia troppo distante dal potenziale ricavato della vendita di Aramco. Bin Salman sembra quindi aver già iniziato a guardarsi attorno alla ricerca di fonti di denaro alternative per i suoi ambiziosi piani di diversificazione. Ma, ovviamente, nessuno dirà mai che l’Ipo del secolo è stata cancellata. Sarà, semplicemente (e indefinitamente), rimandata.

Eugenio Dacrema

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