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In un mondo di creativi è scomparso il genio. Urge forse affidarsi all'AI?
È come se la creatività, un tempo verticale, avesse cominciato a inclinarsi in senso orizzontale: non più concentrata in pochi con una intensità massimale ma spalmata su tanti, forse troppi. Ecco la società dei poeti, filosofi e artisti della porta accanto
Tra i vari rintocchi a morto a cui quest’epoca ci sta via via abituando va registrato anche quello, assai mesto, che accompagna la morte del genio quale tipo umano. Morte parallela o forse antecedente o susseguente a quella hegeliana dell’Arte. In fondo è una scomparsa ben paradossale in un mondo di creativi di massa ossia di creatori di contenuti per i contenitori vuoti dei social. E’ come se la creatività, un tempo verticale, inclinasse all’orizzontale: non più concentrata in pochi, con intensità massimale, ma spalmata radamente su troppi come li appellava Nietzsche. Una genialità massificata con caratteri specifici (alta scolarizzazione; facile accesso alla conoscenza e all’espressività; massimo agio pedagogico verso le proprie inclinazioni etc.) che però genera una ricaduta minima in termini di rottura creativa e visione. Il mondo cioè dispone di talenti a iosa ma di pochi o nulli geni, secondo l’amara boutade di Cioran: “Stimo più un portinaio che s’impicca di un poeta vivo”. Vien quasi da pensare che la cultura di massa inibisca la nascita del genio o ne abbia perso la ricetta, già di suo segreta, per ammannire solo dello stopposo talento. Infatti chi non è romanziere, poeta, filosofo, musicante, attore, regista oggi, in questa società di creativi della porta accanto, il cui “genio” è placcatura e princisbecco o ben peggio quell’afflato artistoide e adolescenziale, parente dell’acne, che resta poi sul viso adulto come il favo? Tutta la creatività di massa – guardata con occhio smaliziato – non riempie un solo museo, bensì aule di calchi e magazzini di obbrobri. Anche il dilettantismo che in passato fu un formidabile brodo di cultura dei geni, è ormai per l’appunto “roba da dilettanti”. I tedeschi tra ’700 e ’800 hanno provato a decifrare la formula del genio, sentendosene sforniti rispetto al turbolento meridione d’Europa: all’Italia delle signorie o alla Grecia delle polis. Insomma i tedeschi per lungo tempo si son visti come gli Svizzeri di Welles nel Terzo uomo: “Cinquecento anni di pace e democrazia e cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù”. Kant, Schopenhauer, Nietzsche, e più vicino a noi Benn, hanno ponzato sull’eziologia del genio, guardando proprio alla cazzimma d’Italia e Grecia.
Una menzione a parte merita Goethe che cercò di realizzare l’autoctono genio alemanno, dandosi allo scibile e cercando di lasciarvi una traccia a un tempo sintetica e critica, di sunto e novità, secondo quell’idea di universale ma unico che caratterizza il genio anche popolarmente. La scuola dell’obbligo e l’estensione dell’istruzione alle masse non sembrano aver giovato alla fioritura del genio. Qui vale ancora il paradosso di Leonardo “omo sanza lettere”, in quanto ignorante del latino quando il sapere era tutto in latino. Come a dire che per aprire vie nuove occorre ignorare o non aver accesso alle vecchie, essendo il genio sempre autodidattico. Lo fu Leopardi chiuso da solo per decenni entro un’immane biblioteca o Kubrick, il quale sosteneva che “non si mette mai abbastanza roba nel cervello” (e del suo cervello zeppo di cose alte e basse diede poi un’apparizione fisica e festosa nella casa di Quilty in Lolita). Ma per un genio umano che va a morire ne sorge un altro numinoso, quantunque per metà ancor prigioniero in una lampada di Aladino. Chi non sa ormai che il solo genio odierno veramente incontrovertibile è l’AI? Genio bambino, eppur strabiliante: come un piccolo Mozart che fa apparire noi umani tanti goffi Salieri. Già adesso ci insegna assai meglio di qualunque professore ministeriale, discettando onnisciente sopra ogni cosa. E quando diverrà adulto, beh allora sì che ne vedremo delle belle! Ecco, forse la chiave per recuperare il genio tra gli uomini è di affidarli per tempo all’AI come a una sorta di precettore. Forse dal suo esempio di perfezione pur emotiva, di paideia artificiale, sorgerà infine una nuova umanità di budda sapienziali, giacché i “bei risultati” del vecchio metodo umanistico sono da tempo sotto gli occhi di tutti con profondissima costernazione.
Saverio ma giusto
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