Ansa
il dramma del nostro tempo
Barcollano i valori cristiani, pilastro della coscienza storica dell'umanità
Guerre vere, guerre metaforiche e guerre economiche: la nuova regola fondamentale delle relazioni internazionali sembra essere diventata la forza. Ma un errore ancor più grave è stato privatizzare tutto ciò che avesse a che fare con la tradizione cristiana, generando spaesamenti e turbolenze
Abitudini, stili di vita, concezioni del mondo rivelano ovunque una profonda trasformazione (scristianizzazione) della coscienza storica dell’umanità. Guerre e violenze di ogni tipo ci dicono che stanno barcollando l’idea dell’uomo come valore universale, la sua dignità e libertà, l’idea di verità e di dialogo razionale, nonché l’interesse comune di tutti i popoli a tenersi cari questi valori per salvaguardare la pace. E’ un po’ come se il mondo si fosse stancato di stare nell’ordine. Ci sono guerre vere, che sarebbe troppo lungo elencare (Ucraina, Gaza, Sudan, Yemen, Congo, e altre ancora), e guerre metaforiche come la guerra dei dazi o quelle informatiche; c’è la tremenda repressione del dissenso in Iran da parte di un regime sanguinario, e c’è un multilateralismo che sembra una specie di bellum omnium contra omnes, un generatore di divisioni profonde persino all’interno delle sue diverse aree d’influenza, vedi quanto sta accadendo nel nostro occidente. Dovrebbero essere alleati, ma sulla questione Groenlandia l’Europa e gli Stati Uniti parlano come se fossero nemici. La nuova regola fondamentale delle relazioni internazionali sembra essere diventata una sola: la forza. Alla Russia serve l’Ucraina e Putin la invade con i suoi carri armati; alla Cina serve Taiwan e Xi minaccia a giorni alterni il diritto di metterci le mani; agli Stati Uniti servono il Venezuela e la Groenlandia e questo basta perché il presidente Trump rivendichi il diritto di prendersele. Stanno saltando sia i principi che le consuetudini che tenevano in piedi più o meno decentemente, magari anche con qualche ipocrisia, le relazioni tra gli stati. Ma non è tutto.
Anche le opinioni pubbliche dei cosiddetti paesi liberi sono profondamente divise. Negli Stati Uniti la guerra culturale tra adepti della cultura woke e adepti del trumpismo sta producendo tensioni sociali così forti che Trump sembra volerle neutralizzare mobilitando addirittura le forze speciali. Roba da far rabbrividire. In Europa ci sono partiti politici, intellettuali, organi di stampa che faticano persino a condannare nettamente l’invasione russa dell’Ucraina o la repressione del dissenso in Iran; segno evidente di una polarizzazione difficilmente mitigabile con argomenti razionali. Come ci dimostrano i cosiddetti dibattiti televisivi, il più delle volte assistiamo piuttosto a uno stucchevole scontro di opinioni, dove l’importante è il semplice fatto che un’opinione venga affermata. Poco conta che, parlando ognuno degli interlocutori sopra la voce dell’altro, si può star certi che nessun ascoltatore riuscirà mai a capire alcunché. In molti casi verrebbe da dire: per fortuna. L’importante è che si insceni il dibattito e che la propria tifoseria sia rassicurata sul fatto di essere rappresentata. Il come è del tutto irrilevante, per i tifosi stessi.
Se questa è la cultura che gira per il mondo, è normale che ci si preoccupi. Come ha detto papa Leone XIV il 9 gennaio scorso parlando al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare diritto di cittadinanza a ciò che l’etica cristiana cerca di far valere nella vita civile dei popoli e delle nazioni – più o meno i valori cui accennavo all’inizio: il rispetto della vita umana, la libertà di coscienza e di religione, il diritto dei singoli e delle nazioni di non essere aggrediti, la verità di ciò che si dice e altro ancora. “A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti – dice il papa – si va sostituendo una diplomazia della forza dei singoli o di gruppi di alleati”; viene infranto “il principio che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui”; viene infranto altresì “il diritto umanitario internazionale”, il quale, “oltre a garantire, nelle pieghe della guerra, un minimo di umanità, è un impegno che gli Stati hanno preso”; si auspica infine “che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe”, quale presupposto indispensabile affinché “nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e nel contesto internazionale” possa riprendere un dialogo autentico, dove nessuno “sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare”.
Leone XIV ripropone insomma valori che, grazie soprattutto al cristianesimo, avevano permeato profondamente la coscienza dell’umanità uscita dal Secondo conflitto mondiale. Ma oggi, venuto meno questo consenso, può succedere persino che qualcuno (vedi l’Amministrazione americana, Putin e il patriarca Kirill) faccia appello a quegli stessi valori come a una sorta di arma politica contro l’Europa e la sua presunta degenerazione culturale. Quando si dice il sovvertimento del significato delle parole e la spudoratezza di poter dire impunemente qualsiasi cosa. Ma tant’è.
Non aver dedicato in questi anni la giusta attenzione alla propria difesa militare né a una politica estera comune è stato sicuramente un grave errore da parte dei paesi europei; un errore ancora più grave è stato quello di aver voluto rimuovere o quanto meno privatizzare tutto ciò che avesse a che fare con la tradizione cristiana. Con successo, bisogna riconoscere. Quando però sul piano della vita individuale, nazionale e internazionale si fanno sentire gli spaesamenti e le turbolenze che sentiamo oggi, ci si rende facilmente conto di quanto sarebbe prezioso poter disporre di risorse culturali capaci di incidere sulla vita concreta degli individui, dei popoli e delle nazioni. Mi auguro pertanto che l’Europa sappia almeno trasformare le suddette turbolenze in un’occasione per rifare seriamente i conti con se stessa e con i valori che hanno segnato profondamente la sua storia, senza farsi dare in tal senso lezioni da chi non ha alcun titolo per farlo.
L'editoriale del direttore