Ansa
fumo negli occhi
Altro che giovani: se rivoluzione socialista sarà, la faranno i vecchi
Secondo Peter Thiel, il ritorno della politica non è solo indice di un malessere, ma anche, e forse soprattutto, di un mondo in fibrillazione, di un mondo che muta. I ragazzi non credono più nel capitalismo perché la promessa del benessere non è più una vera promessa
In questi giorni, dopo l’elezione di Mamdani a sindaco di New York, è diventata virale negli Stati Uniti una email che Peter Thiel, magnate della Silicon Valley, aveva inviato ai vertici di Facebook cinque anni fa in cui rifletteva sul fatto che se il 70 per cento dei giovani dichiarano di avere simpatie socialiste la cosa va presa sul serio, insomma bisogna capire i motivi. Un giornalista di Free Press, Sean Fischer, ha quindi fatto una lunga chiacchierata con Thiel chiedendogli di riprendere e ampliare i concetti espressi in quella breve email. Come è noto, Thiel ha sostenuto Trump, in particolare J. D. Vance è il suo protegé, ed è un libertario-liberista.
Alcuni dei motivi per cui, secondo Thiel, così tanti giovani si dichiarano vicini al socialismo sono strettamente americani. In particolare l’enorme debito che grava sugli universitari non appena finiscono i loro studi. Un debito dovuto al costo dell’istruzione che ci si porta appresso per molti molti anni. Altre spiegazioni invece sono più universali. Ad esempio la difficoltà di comprare una casa in posti in cui ci sono lavori molto attrattivi a causa del costo estremamente alto. Per Thiel, le ricette alla Mamdani sono fumo negli occhi, allo stesso tempo, però, gli riconosce un carisma uguale e opposto a quello di Trump e della sua narrazione sull’impatto della globalizzazione sull’America industriale. Entrambi, nella prospettiva di Thiel, hanno dato l’impressione di avere riconosciuto i problemi e di averli presi a cuore, indipendentemente dalla bontà delle ricette. Cosa che i membri dell’establishment dei partiti non sono stati in grado di fare.
Questo tipo di prospettiva rientra in quello che Thiel definisce un political bull market, ossia un mercato politico in impennata negli ultimi anni. Il ritorno della politica, in fin dei conti, implica che le cose non stanno andando davvero bene. Secondo Thiel quando le cose vanno bene le persone si disinteressano della politica, pensano a fare, guadagnare, spendere, stare bene. Il ritorno della politica è invece l’indice di un malessere. Volendo allargare la questione, si potrebbe dire che il ritorno della politica non è solo frutto di un malessere ma anche, e forse soprattutto, di un mondo in fibrillazione, di un mondo che muta. La politica rimane quindi a tutt’oggi il mezzo attraverso cui si cerca di dare una direzione al mondo, attraverso cui far passare le istanze di cambiamento, la volontà di fare sentire la propria voce. Questo è ovvio. Ma il sottotesto del ritorno della politica è un aumento del peso delle strutture statali. Tale aumento implica sempre e comunque anche un maggiore interventismo sull’economia, e quindi ovviamente anche economie meno libere.
L’idea che il 70 per cento dei giovani simpatizzi con il socialismo è anche l’immagine più plastica della “profezia” del grande Schumpeter che vedeva come la borghesia stava via via “perdendo fede nel suo stesso credo”, nella sua stessa spinta a voler operare per fare crescere un qualcosa da lasciare poi alle generazioni future. Il “lungo periodo”, invece, scompare lasciando solo il dominio dell’immediato e del singolo. Del resto, quegli stessi giovani non fanno più figli. Se i giovani perdono fede nel sistema liberal-capitalista verrebbe da pensare che non è solamente perché il capitalismo viene visto come la Natura di Leopardi: “Perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?”. Insomma, la perdita di fede delle giovani generazioni nel capitalismo non è data tanto dalle mancanze di questo sistema, che pure ci sono ovviamente. Bensì dal fatto che la promessa del benessere non è più una vera promessa. Non è sufficiente per soddisfare le domande che crescono tanto individualmente quanto collettivamente.
Il ritorno della politica è allora possibile proprio perché c’è una “domanda di senso”, per quanto retorica possa essere tale espressione, che il mero guadagno, o la rincorsa al guadagno, in sé non riesce più a soddisfare. E’ una richiesta per “qualcosa di più”. E tale richiesta appare insieme ingenua, realissima, eppure interamente generica ed astratta. “Vogliamo cambiare! Vogliamo essere ascoltati!”. Ma un giorno sono gli affitti troppo alti, il giorno dopo Gaza, poi, dopo poche settimane, quello che veniva considerato un “genocidio” (un genocidio!) sembra già dimenticato, e allora passiamo ad altro. Il clima non si porta più tanto, allora qual è la prossima battaglia? Tutte le rivendicazioni tendono ad apparire fittizie. Tutto sfuma nel contorno, nel vago, nell’aspirazionale, ossia nel nulla. E forse questo è ciò che appare più preoccupante: se un simile nulla è in grado di convogliarsi su candidati con programmi politici catastrofici, in grado di rendere quel nulla ideale un caos economico/politico reale.
In un passaggio della sua conversazione con Free Press, Thiel dice che non crede certo che, a dispetto delle ampie simpatie dei giovani per le idee socialiste, ci possa essere prima o poi una qualche “rivoluzione”. Perché la rivoluzione è qualcosa fatta da popoli giovani, mentre le società occidentali diventano appunto società senza figli che tendono a invecchiare e che lo faranno sempre più velocemente nei prossimi anni. Quindi, eventualmente, la “rivoluzione socialista” potrebbe essere niente altro che una rivoluzione gerontocratica in cui si chiedono pensioni più alte e assistenza sanitaria gratuita. Un’immagine perfetta di una società sclerotizzata e morente.