Elliot è il padre affettuoso della famiglia Birch, nel cast a cartoni animati della serie “Big Mouth” su Netflix

Tenerissimi padri. Sul patriarcato (almeno a cartoni animati) hanno vinto i “soft daddy”

Annalena Benini

Addio Novecento, addio Homer Simpson. Ecco i genitori premurosi e un po’ ossessivi che comprano gli assorbenti alle figlie e non si stancano mai di chiedere: come stai?

A questo punto della nostra evoluzione possiamo affermare con ragionevole certezza che tutti i padri sono in grado di uscire di casa di notte per comprare gli assorbenti per le figlie (o per la moglie, quindi anche per la fidanzata segreta). Non sono soltanto in grado, hanno imparato a pronunciare la parola assorbenti e a non sudare per la parola mestruazioni, e lo fanno di buon grado. Sanno che rientra tra i loro compiti di “soft daddy”, ma più in generale di padre moderno, quindi non decrepito, quindi non escluso dal mondo in movimento. Siete tutti capaci di andare alla farmacia notturna o al drugstore, anche con un po’ di orgoglio perché la cassiera o la farmacista capiranno che avete a che fare con le donne e che siete gentili, vi sorrideranno complici e si fideranno di voi. Ma non avete ancora superato la prova: solo il vero soft daddy, infatti, il padre morbido e moderno, è capace di non sbagliare modello. Riconosce gli assorbenti giusti dal colore, dalla sfumatura di viola, sa qual è il momento di comprarli più sottili, capisce quando invece servono quelli notturni, conosce perfino i pro e i contro della coppetta mestruale. Gli altri, mi dispiace dirlo ma è così, sono rimasti fermi alle ali, invenzione di ormai trent’anni fa che non fornisce più alcuna abilità nelle conversazioni. Il soft daddy è aggiornato, partecipe, totalmente dentro la vita famigliare, nella quale non esistono le faccende da donne. Ha comprato anche un ferro da stiro verticale a vapore di cui è molto orgoglioso: tutte corrono da lui per farsi stirare i vestiti prima della festa. E lui li stira. Sparecchia, ma questo è ovvio ed è il minimo se non vuole essere espulso dal consesso civile e tornare nelle caverne, va ai colloqui con i professori, sta con allegra tristezza nelle chat di scuola, parla fluentemente di depilazione. Non c’è niente che lo imbarazzi, nemmeno accompagnare la figlia a scegliere il reggiseno. Homer Simpson per lui è semplicemente un ritardato. Non un modello al ribasso di cui ridere con una solidarietà segreta, e anche un’invidia ancora più segreta verso il maschio pigro troglodita stravaccato sul divano a guardare partite con una birra in mano e i pesci rossi che nuotano nel cervello, che litiga ubriaco, russa anche da sveglio, strangola il figlio Bart, è infastidito dalla figlia perché è troppo intelligente per lui che fondamentalmente non capisce di cosa stia parlando e nemmeno in che lingua.

 
Nel mondo della televisione, ma in particolare dei cartoni animati, attraverso i quali è più facile costruire una rappresentazione sociale e contemporaneamente far ridere perché non si deve stare attenti a nessuna credibilità, perché si possono fare caricature e si può essere liberi e crudeli come in uno show di Ricky Gervais, il patriarcato è stato totalmente sconfitto dai soft daddy. 
 

Gentili, premurosi, attenti, comunicativi fino all’esagerazione. Mai stanchi di chiedere: come stai?

 
Oggi il padre vedovo del pesce Nemo, film stupendo di quasi vent’anni fa, sarebbe un padre padrone seppure in evoluzione verso l’autocritica in confronto ai nuovi padri che hanno “ucciso la mascolinità tossica” e cercano l’armonia e la dolcezza. Cercano anche di rendere felice la moglie, cioè la donna amata. Perché la donna amata è sempre la moglie. 
“Papà, il tuo alito sa come di vagina”.

   
“Il mio alito sa sempre di vagina”, risponde fiero Elliot Birch, il padre di Big Mouth in un episodio dell’ultima stagione. Elliot Birch è adesso quello che è stato Homer Simpson nella caricatura veritiera dei pessimi padri americani sotto la media: la caricatura veritiera degli ottimi padri soft, totalmente femministi e senza paternalismo. Le sue non sono concessioni al potere femminile, ma convincimenti naturali, radicati, seri. Che ovviamente però, poiché bisogna anche far ridere, derivano da un trauma segreto. Elliot Birch al liceo partecipava alle gare machiste dello strizzamento di capezzoli, antico sport insegnatogli e impostogli da quel duro di suo padre (“l’unico momento in cui mi sentivo davvero amato da mio padre era quando brutalizzavo i capezzoli di qualcuno mentre lui mi gridava: Vai Elliot, nessuna pietà!”), perché i maschi eterosessuali vecchio stile torcono capezzoli, si menano, fanno gare di braccio di ferro, tutte cose molto basiche e molto rassicuranti. In This Boy’s Life (1993) Robert De Niro è il patrigno violento, invidioso, geloso e cretino di Leonardo DiCaprio, e il suo massimo gesto d’amore è insegnare al figlioccio a fare a pugni, ma pretendendo sempre di vincere. Bisognava rispettarlo, servirlo a tavola, fare silenzio, non essere gay, ammirarlo, e per quanto riguarda la moglie, Ellen Barkin, lei doveva tacere, cucinare, stare in casa, fare l’amore in una sola posizione che piaceva a lui, non contraddirlo mai.  “Ho giurato a me stesso che sarei stato l’opposto di quel tipo di padre”, confida Elliot a suo figlio Nick. “Intendi che hai deciso di diventare un soft daddy?”, gli chiede Nick. “Il più soft, e il più daddy: sono il tuo gemello di mignolino”. Elliot è fuggito dalla maschilista e tossica casa paterna, ha cambiato nome, ha smesso di torcere capezzoli ed è diventato medico per aiutare i più deboli con le sue mani forti. Alla moglie chiede ogni giorno: posso adorare la tua vagina? In effetti è un padre meraviglioso, premuroso, dolce, paziente, che ogni sera chiede ai figli che cosa hanno fatto di interessante. I figli non gli rispondono (“io stacco il cervello quando parlate voi”), ma non importa, ciò che conta è che nessuno preferirebbe avere come padre Homer Simpson, con la sua aggressiva inadeguatezza, o Peter Griffin, o Fred Flinstone. Ma nemmeno il padre di Nemo, così pessimista e apprensivo. Elliot non sbaglia mai una parola, parla con disinvoltura ed empatia di educazione sessuale e quando litiga con la moglie dopo pochi secondi scoppia a piangere, si scusa per avere ferito i suoi sentimenti e le chiede se può adorare la sua vagina. Se qualcuno usa “pussy” in senso offensivo, Elliot ragiona a voce alta: “Non capisco, da quando essere chiamato come un bel genitale è diventato un insulto?”. E’ piuttosto ossessionato, ed è il personaggio secondario di una serie animata, ma rappresenta le ambizioni di un genere letterario ed esistenziale (i padri) che è molto cambiato e che cambierà ancora. Torcere i capezzoli (caricatura), con tutto il ciarpame virilista che porta con sé, è considerato una debolezza, una cafoneria, qualcosa da compiangere non da ammirare. Anche se l’altro ieri sono passata davanti a un liceo del centro, all’ora della campanella, e sono stata travolta da una piccola folla di adolescenti maschi che camminavano a gambe larghe con la mano sul pacco. Avranno tutti un padre come Elliot al quale si stanno ribellando? Oppure stanno facendo finta e appena tornano a casa vengono spediti a comperare gli assorbenti per la sorella. Che età spaventosa quella in cui bisogna fingere di essere qualcosa di uguale a tutto. Chiedo a mio figlio di apparecchiare e lui dice: fallo tu, donna, e rutta. Anche se è satira, io prendo un oggetto qualunque, preferibilmente suo, e glielo tiro addosso. Poi ne prendo un altro, e un altro ancora, e continuo a tirarglieli finché lui non apparecchia senza ruttare. Ho letto nella biografia di Philip Roth che nella sua soffocante famiglia il padre, grandissimo lavoratore, era piuttosto soft. Spedito in crociera dal figlio, che voleva proteggerlo dal delirio suscitato dal Lamento di Portnoy, il padre si portò invece dietro uno scatolone di libri, attaccava bottone con i compagni di crociera e regalava copie con dedica: “Da Herman Roth, il padre di Philip Roth”. Amare, assistere, adorare, stare accanto: questa è stata la vita di Herman Roth, molto prima che esistesse anche solo l’ombra dell’ideologia di un soft daddy. Pare che abbia effetti molto benefici sull’autostima.

  
Ma che cosa fa, in concreto, un soft daddy, oltre ad adorare vagine e comprare assorbenti? Di solito cucina con voluttà ed è mediamente di umore migliore dei padri duri, bruschi, molto attenti a evitare qualunque incombenza dentro casa, quelli che non sanno dove si trova il caffè (in via di estinzione). Gli piace preparare la pizza la domenica sera. Il soft daddy non è iper dominante e non vuole essere severo, cerca di non dare punizioni. Vuole continuamente ragionare, spiegare, e si diverte a giocare con i figli quando sono piccoli e vuole condividere viaggi e conversazioni con loro quando sono grandi. La differenza con i padri morbidi ed esibizionisti di una quindicina d’anni fa è che non lo fa per farsi notare dalle altre madri, il suo narcisismo si risolve nel ruolo, non ha secondi fini ed è realmente interessato a quello che fa. Vuole però che gli sia riconosciuto il miglioramento della specie, quindi ripete spesso: ah, se avessi risposto così a mio padre, sarei stato cacciato di casa. Ma lo fa per riflesso, non rimpiange minimamente il metodo di suo padre, non vorrebbe essere come lui, si sente molto fico così com’è e anzi è imbarazzato dai gruppi di maschi. L’amicizia virile, quella del torci capezzolo, lo imbarazza. Il mutamento è ormai avvenuto, il Novecento è finito, stanno finendo anche i padri duri, distanti, immusoniti, concentrati sulla propria grandezza o sulla propria noia domestica. Anzi, quando proprio non ne possono più, invece di uscire a comprare le sigarette si offrono di andare a fare rifornimento di assorbenti.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.