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La Meloni “regina di coattonia” e l'indignazione a senso unico dei giusti

Chiara Lalli

Immaginate un uomo, autoposizionato tra i buoni e schierato per le cause perse (anche se persi sono sempre gli argomenti e mai le cause), descrivere una donna di destra come una culona e come una coatta. Lo ha fatto Oliviero Toscani

Immaginate un uomo descrivere una donna come una culona o come una coatta. Le reazioni sarebbero di biasimo e di riprovazione. Che cosa c’entrano i particolari fisici o quanto siamo educate nel parlare e nel (non) gesticolare? Se abbiamo finito le scuole medie e ancora pensiamo che “cicciona” sia un argomento, o siamo un po’ tonti oppure siamo del tutto impreparati ad affrontare una discussione.

 

Se poi il nostro bersaglio ha dei difetti – è un po’ maleducata, mettiamo – perdiamo per sempre la possibilità di colpire la sua manchevolezza concentrandoci sul fatto che è “quattrocchi” o facciadivelluto.

 

Immaginate poi un uomo di destra descrivere una donna di sinistra come una culona o come una coatta. Alle prime reazioni forse si aggiungerebbe anche un velo di Maya di posizionamento morale e di superiorità politica. Come ti permetti tu che sei uomo e pure di destra di offendere e denigrare una donna illuminata e sempre dalla parte dei giusti? (Basterebbe lo scenario precedente e questa parte di indignazione sarebbe già superflua, come superflui sarebbero gli hashtag qualcosashaming, ma abbiate pazienza).

 

Ora immaginate un uomo, autoposizionato tra i buoni e schierato per le cause perse (anche se persi sono sempre gli argomenti e mai le cause), descrivere una donna di destra come una culona e come una coatta.

 

Le stesse persone sdegnate e offese nei casi precedenti metterebbero cuoricini e commenterebbero orgogliose. Guarda come gliele ha cantate! Ah, ma ha proprio ragione! Lo avevo detto io, quella culona coatta quattrocchi! (Tratto da una storia vera: Oliviero Toscani ha detto in un’intervista alla Stampa che non sopporta “esteticamente” Giorgia Meloni, “la regina di coattonia”, e via con i cuori).

 

Mi chiedo se questa sindrome abbia un nome, se sia una specie di scotoma cognitivo, se sia intenzionale oppure no. E non so decidere quale delle due ipotesi sia peggiore, perché se la sbadataggine è in genere sempre più grave di una fallacia intenzionale, mi pare anche che strategicamente sia così perdente mettersi a tirare gavettoni che mi vengono dei dubbi. Magari non se ne accorgono proprio? Magari non si rendono conto che un cattivo argomento vale sia contro i cattivi sia contro i buoni? A farmi scivolare verso l’ipotesi di inconsapevolezza ci sono i tentativi di chiedere “ma davvero non capite che basterebbe cambiare pupazzetti per capire cosa c’è che non va nella fallacia e nell’entusiasmo per la fallacia?” (che poi non basta mai, lo so). O i tentativi di spiegare che se a uno che ha menato tua nonna dici che è vestito male stai perdendo una occasione. Stai facendo un errore così grossolano che non so da dove cominciare a spiegartelo. E se pensi di aver affondato e sconfitto il tuo avversario forse quello che sta affogando sei tu (perdonate la metafora bellica, ci si abitua a tutto col tempo).

 

Questo spreco, questa sconfitta a tavolino, mi fa ricordare quello che aveva risposto Ettore Scola ad Antonio Gnoli (sulla Repubblica il 13 gennaio 2013): “Il problema è che se sei narciso e non vali un cazzo hai sprecato un’occasione”.

 

A volte per sempre, perché poi è difficile rimediare a questa regressione argomentativa, è difficile recuperare un po’ di credibilità quando domani difenderai una posizione o una proposta di legge. Poi forse l’errore è il mio o di chi crede che non possa essere tutto posizionamento, schieramento aprioristico, più simile a un derby che a una discussione. E allora lì le regole sono molto elementari: vince chi ha più tempo da perdere e chi ha meno senso del ridicolo (culona non è una citazione letterale, è un esempio, è un pretesto – lo dico per l’ora di ricreazione).

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