Da "Una vita bomber", singolo di Bobo Vieri, Lele Adani e Nicola Ventola uscito nel 2020: l'ex attaccante dell'Inter è considerato l'icona del bomberismo

essere bomberoni nel 2021

L'imbarazzo del machismo di fronte alle molestie a Greta Beccaglia

Francesco Gottardi

Una pagina web famosa per celebrare il cosiddetto bomberismo ha pubblicato un post di sostegno alla giornalista. Ma la reazione dei follower, più di un milione, ha portato a cancellare il messaggio da Facebook. L’ultima versione del cortocircuito pol. corr.

Pensate se questa fosse una storia fresca di giornata: un gruppo di ragazzi tenta la scalata dei social lanciando una pagina fondata su un “atteggiamento sessista e xenofobo, basato su una visione semplificata, acritica e rozza della realtà, che prende a modello i comportamenti di alcuni noti personaggi del mondo dello sport”. Probabilmente verrebbero subito inghiottiti dall’indignazione collettiva del politicamente corretto. Nel 2010 invece funzionò. E dal nulla "Chiamarsi Bomber tra amici senza apparenti meriti sportivi" – sopra, la definizione di Treccani della parola bomberismo, s. m. (iron.), con fondamentale postilla fra parentesi – divenne un fenomeno del web. Non fu il solo di questo filone, ma l’unico che domenica sera si è avventurato in un post carico di buone intenzioni: “Massima solidarietà per Greta Beccaglia”, la giornalista di Toscana tv molestata in diretta dopo Empoli-Fiorentina. “Sì, queste cose sono inaccettabili. E vanno denunciate in ogni modo”. Così su Facebook la pagina è finita nel putiferio dei suoi stessi follower – 1,2 milioni: quasi come quelli dei profili di Lega e Pd messi assieme.

 

Notare bene. A essere contestato non è il contenuto del messaggio ma l’incoerenza. Un utente risponde: “Dissero quelli che per anni hanno mercificato l’immagine della donna”. E fa il botto. Nel giro di pochi minuti si innesca un testa a testa di like e condivisioni fra commento e post originario – che supera per interazioni tutti quelli della settimana precedente. A quel punto chi gestisce la pagina prova a ribattere che no, bisogna distinguere tra le battute e un chiaro episodio di violenza. Ormai però i fan sono un fiume in piena. Remano contro e con micidiale memoria social rispolverano qualche ipse dixit per ricordare la linea del passato: “Figatime dedicato a Elena Santarelli”, si scriveva sulla bacheca di Chiamarsi Bomber sei anni fa, quando il me too non era ancora né movimento né hashtag. “In stazione Centrale a Milano, la showgirl sarebbe stata sculacciata con un bastone da passeggio da un anziano che le avrebbe anche detto 'Corri puledra, corri'. Sarà il nonno di Bobo – Vieri, simulacro indiscusso del culto (ndr) – …bomber immenso”. E giù di commenti. 

Dopo un paio d’ore e 20mila reazioni, il post sulla Beccaglia – con tutti i contenuti correlati – è stato rimosso.

 

 

L’altro fatto curioso è che anche sull’account Instagram di Chiamarsi Bomber era stato pubblicato il medesimo post, ma in questo caso le reazioni degli utenti si sono rivelate in linea con le aspettative – “Che schifo, dementi, le scimmie in gabbia si comporterebbero meglio del tifoso della Fiorentina”, eccetera. Quel post è ancora lì.

 

 

L’episodio ha un suo significato: oggi Chiamarsi Bomber e compagnia sono in piena crisi d’identità. Basta uno sguardo alla storia della pagina, nata quasi per scherzo e inaspettatamente sfuggita di mano. “Un gigantesco Bar Sport”, dicono gli ideatori, che già nel 2014 usciva nelle librerie, firmava linee di abbigliamento e cresceva con un sito internet dedicato. Molto trash, soft porn ammiccante, il calcio un pretesto e l’ignoranza un valore. Il filo conduttore è la perenne immagine del profilo stilizzata dell’ex attaccante Davide Moscardelli: qualche anno in Serie A tra Chievo e Bologna, il resto della carriera in categorie minori. Perché il proverbiale bomber non è solo il finalizzatore infallibile – che sia in area di rigore o con le tipe in discoteca cambia poco –, ma anche e soprattutto l’underdog: dall’oro olimpico per caso alla Steven Bradbury fino al più astratto dilettante con la panza, suscettibile a quelle storie strappalacrime in cui tutti si possono identificare.

 

Negli anni hanno prevalso le storie strappalacrime. E ora i profili social di Chiamarsi Bomber sono una sfilza di battute inattaccabili tra sport, gossip e dintorni: non c’è più traccia dei toni da bar che determinarono il boom del fenomeno. Qualche dato: nel 2017 la pagina contava più di un milione di follower, quasi tutti su Facebook. Oggi invece, tra tutte le piattaforme, ha superato i 3,5 milioni di cui oltre la metà su Instagram – e su Facebook il numero è rimasto quasi invariato.

 

È la sintesi di un’operazione di marketing da manuale, capace di intercettare le nuove generazioni e congelare il vecchio. Di un gruppo che ha trasformato il gioco in professione, adattandosi a contenuti più soft – senza porn, stavolta –, al passo coi tempi e ai tassi di engagement. Fino a ieri, del bomberismo originale si era quasi perso il ricordo. Per due ore è tornato, ma alla rovescia: finito a processo. Verrebbe da dire che peggio del pol. corr. c’è solo il pol. corr. di circostanza, che si cancella in un clic. Bacheca pulita, nessuno ha visto niente. L’evoluzione può continuare.