Marlon Brando è Kurz in "Apocalypse Now" Di Francis Ford Coppola 

spazio okkupato

Salvini & Co. La maledizione dei potenti destinati ad autodistruggersi

Giacomo Papi

Il potere ha una natura paradossale: chi lo detiene a un certo punto impazzisce. E nel tentativo patologico di dimostrare a sé stesso di averlo davvero, si nomina senatore un cavallo e consigliera un’igienista dentale, si balla trangugiando mojito o ci si mette in testa di abolire il Cnel

Settembre per Matteo Salvini è il più amaro dei mesi: arranca dietro a Giorgia Meloni, perde sul green pass, è contraddetto da Giorgetti, disinfettato da Zaia e travolto dall’indagine per cessione e detenzione di stupefacenti del suo consigliere Luca Morisi. E tutto questo a pochi giorni dalle elezioni comunali di domenica, a Roma e Milano. I suoi guai appaiono talmente gravi e variegati da sollevare una domanda sui meccanismi interiori – le cause esteriori sono banali e complesse, quindi meno interessanti – che spingono spesso chi ha conquistato il potere a dissiparlo con una furia che, errore dopo errore, appare inspiegabilmente stupida. Perché è così difficile non precipitare quando si raggiunge la cima? C’è qualcosa nella natura del potere che spinge per natura all’autodistruzione? Nell’ultimo decennio, dopo Berlusconi, l’Italia ha prodotto quattro giovani leader nazionali (Conte lo escludo perché non è giovane e perché è precipitato dall’alto). Fino a oggi due di loro hanno ripetuto in piccolo le storie che l’umanità racconta da sempre sull’impazzimento e la caduta dei re. Le differenze tra Salvini e Renzi, naturalmente, sono profondissime, e non solo quelle politiche e culturali. Ciò che, però, appare simile è la traiettoria del loro percorso.

  

Con tutte le differenze del caso, sembra quasi che il potere abbia una intrinseca struttura geometrica. La storia è sempre quella dell’uccisione del re del bosco di Nemi, raccontata nel 1915 dall’antropologo James Frazer nel libro “Il ramo d’oro” (capolavoro che, per il tramite di “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, ispirò John Milius nella sceneggiatura di “Apocalypse Now”). Il giovane si addentra nel sacro bosco del potere e ammazza il vecchio re sacerdote prendendo il suo posto, ma quando lo sostituisce, inizia a impazzire di paranoia nell’attesa di essere ucciso a sua volta da chi lo sostituirà. Il senso di accerchiamento che spinge a circondarsi soltanto di chi, annuendo, ti rende più cieco e aggressivo, accresce ogni giorno le schiere e la forza dei nemici; e l’illusione dell’onnipotenza che induce ad alzare la posta fino a prendersi rischi insensati è alla base dell’ascesa e della caduta di Macbeth per Shakespeare, di Nerone per Arrigo Boito e Verdi o di Scarface per Brian De Palma, tutte vittime della stessa sovreccitazione (e degli stessi eccitanti, a partire da quelli naturali come l’adrenalina). Ma si ritrovano anche nel “lanciafiamme”, nel “ciaone”, nei “gufi”, nel “game over” di Renzi, o nella sua insensata idea di giocarsi tutto sul referendum. E sono all’origine del format del manganello quotidiano messo a punto da Morisi per Salvini e del ballo ubriaco al Papeete, dopo il quale tutto cominciò a crollare.

  

 

Oggi il terzo leader appare cambiato, ma anche lui, appena salito al potere, diede segni di pazzia: annunciò un impeachment per il presidente della Repubblica, si affacciò al balcone di Palazzo Chigi illuminato come Bela Lugosi e dichiarò in tv di avere abolito la povertà. In seguito, per merito e fortuna, Luigi Di Maio si è calmato. Aveva ragione Bruno Vespa in “Soli al comando”: “Nel 2016 mi sembrò di incontrare il giovane Andreotti (…). A dieci anni dal V-Day, interpreta alla perfezione la vecchia massima di Alberto Arbasino: ‘Non volevano distruggere il salotto della nonna, ma soltanto entrarci’”. Cinque anni dopo, Di Maio si limita a rappresentare il potere senza sognarsi di interpretarlo e ha assunto anche somaticamente la misura del funzionario dello stato. Sembra avere capito, insomma, che l’unico modo per rendere vera la frase di Andreotti “il potere logora chi non ce l’ha” è tenere un basso profilo, benché istituzionale.

 

Infine c’è Giorgia Meloni, che il potere non l’ha ancora e chissà come si comporterebbe nel caso in cui dovesse (malauguratamente) riuscirci. Quel che oggi è dato sapere, o almeno intuire, è che la sua lunga gavetta politica può aiutarla, come può aiutarla la minore propensione media al bullismo e alla vanità delle femmine rispetto ai maschi della specie.

 

Nell’attesa rimane intatto il mistero della tendenza all’autodistruzione dei leader. La mia ipotesi è che sia dovuta, anche, alla natura paradossale del potere, che se ha limiti e argini è impotente per definizione. È per questo che chi lo detiene e brama – non solo i politici, vale per chiunque – a un certo punto impazzisce: spinge i limiti più in là, compie errori marchiani, aumenta e incattivisce i nemici, e alza la posta nel tentativo patologico di dimostrare a sé stesso di averlo davvero il potere, di poter nominare senatore un cavallo e consigliera un’igienista dentale, ballare trangugiando mojito o mettersi in testa di abolire il Cnel. “La cecità demenziale che gli dèi procurano a coloro che vogliono perdere”, di cui scriveva Giuliano Ferrara ieri sul Foglio, consiste nel fatto che la smania di potere sfocia per natura nel bisogno di onnipotenza.