Matteo Salvini (Ansa)

Bestie no, grazie

Più certezze, meno molestie. La disintossicazione social che serve alla politica

Claudio Cerasa

Less tweet, more speech. Per intercettare il nuovo spirito del tempo, ai partiti serve recuperare la capacità di riflettere e ragionare, cercando di presentarsi agli elettori con un volto più rassicurante e meno fanatico

Less tweet, more speech. È possibile che sia solo una fase transitoria, uno di quei momenti unici destinati a fare la fine delle parentesi che velocemente si aprono e poi velocemente si chiudono, ma se ci si riflette un istante avendo la pazienza di unire qualche puntino non si potrà fare a meno di notare un dato molto interessante che riguarda il caso Morisi. Un dato che ha poco a che fare con il chiacchiericcio sulla droga ma che ha invece a che fare con un’altra forma di stupefacente distribuito da anni sulle timeline del sovranismo salviniano. Per quanto detestabile, lo stupefacente in questione è perfettamente legale e coincide con una prassi di cui Morisi è stato un maestro: la character assassination. Ovverosia la trasformazione degli avversari della Lega in mostri fino a prova contraria e la trasformazione di ogni bersaglio della propaganda leghista in un ostacolo da rimuovere con ogni mezzo a disposizione.

 

La cosiddetta “Bestia” in fondo era questo. Era la traduzione in formato algoritmico della vecchia macchina del fango. Era la creazione di un roghetto digitale per ogni avversario trasformato in una strega. Era un sistema di controllo del consenso, di followship che si sostituisce alla leadership, che è entrato in crisi profonda ben prima che a entrare in crisi fosse la coppia Morisi-Salvini. È possibile che sia solo una fase transitoria, uno di quei momenti unici destinati a fare la fine delle parentesi che velocemente si aprono e poi velocemente si chiudono, ma se ci si riflette un istante non si potrà fare a meno di notare che lo schema della Bestia è uno schema che in politica non si porta più, perché non rende, perché è fuori sincrono, perché non appartiene allo spirito del tempo e perché la stagione che stiamo vivendo oggi è una stagione all’interno della quale gli elettori non cercano molestie: cercano certezze. Lo hanno capito i social network, che in modo più o meno responsabile hanno provato in questi mesi di pandemia a eliminare il rumore di fondo della disinformazione sui vaccini, e iniziano finalmente a capirlo anche diversi politici che con i social oggi hanno un rapporto diverso rispetto a quello che avevano alcuni anni fa.

 

Un tempo, la comunicazione politica sui social era costruita, in nome della disintermediazione, con l’idea quasi di creare un palinsesto alternativo alla democrazia rappresentativa. Oggi la comunicazione sui social (fatevi un giro sugli account di Scholz) avviene con un criterio diverso, non alternativo ma complementare: dove non riesco ad arrivare con i mezzi tradizionali provo ad arrivare con i mezzi meno tradizionali e se i mezzi tradizionali mi bastano non è necessario tuffarsi nell’avventura dei social (le due persone forse più popolari d’Italia, Sergio Mattarella e Mario Draghi, non hanno un account social neppure a pagarli oro). Less tweet, more speech. Meno tweet, meno isteria, meno fanatismo, meno estremismo, più pause, più riflessioni, più ragionamenti e persino più centralità data alla solennità dei discorsi. L’ingegnerizzazione della comunicazione politica non è naturalmente reversibile, ma quello che invece sembra essere reversibile, alla faccia di McLuhan che sosteneva che il mezzo fosse anche messaggio, è il passaggio progressivo dalla stagione in cui a essere egemonica era la Bestia alla stagione in cui a essere egemonica è la riflessione.

 

Toni più bassi, messaggi più definiti, comunicazioni meno moleste e tentativo di presentarsi di fronte agli elettori con un volto meno spaventoso e più rassicurante. E se Salvini volesse trasformare il tramonto del modello della Bestia in un’opportunità reale di crescita più che invadere i social di gattini, di panini e di snack per umanizzare se stesso dovrebbe considerare anche qui il modello Draghi: fottersene per un po’ degli algoritmi e disintossicarsi dal modello Bestia prendendosi una lunga pausa dai social. Sperimentare conviene. Anche perché peggio di così, caro Salvini, non può andare. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.