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Saverio ma giusto

Mascherine, coprifuoco e ascelle pulite. I veri argini alla deriva populista

Saverio Raimondo

Cosa resterà quando ci leveremo il virus dalle palle

    Chi dice nel 2022, chi nel 2023, chi – più pessimista o più realista? – nel 2024; ma prima o poi anche questa pandemia “se la semo levata dalle palle” (semi-cit.): il Covid è destinato a trasformarsi in un comune raffreddore, e un giorno starnutiremo di tutto questo. Ma come la tubercolosi ci ha lasciato la sana abitudine di non sputare per strada, così non tutto, nei cambiamenti dei costumi e delle abitudini causa coronavirus di questi mesi, dovrà andare buttato come mascherine chirurgiche disperse nell’ambiente. Vorrei sin da subito sensibilizzare la società civile al mantenimento, anche in futuro, di alcune di quelle che oggi chiamiamo “restrizioni”, ma che un domani ci appariranno per quello che sono realmente: sane consuetudini dettate dal buonsenso e dal buongusto. Per esempio, conserverei anche in futuro l’abitudine a non baciarci quando ci si saluta: all’interno dei paesi del G7, noi italiani eravamo l’unico popolo “civilizzato” ad avere questa umida usanza tribale ai confini con il #MeToo, aggravata da superstizioni (quelli che i baci sulle guance devono essere tre altrimenti porta male) o incidenti imbarazzanti (quando due persone andavano per baciarsi e porgendo entrambi le guance si ritrovavano labbra contro labbra: da lì rossori, impaccio, scuse balbettate, matrimoni riparatori).

     

    I treni, con le persone sedute disposte a scacchiera, sono mezzi di trasporto molto più confortevoli e piacevoli di un tempo: con i posti accanto al proprio sempre liberi abbiamo finalmente dove poggiare il soprabito o la borsa del computer, nonché la possibilità di stendere le gambe senza mutilare stinchi altrui o stiracchiarci senza infilare il proprio gomito fra le costole di un innocente. (Discorso valido anche per i cinema: quando riapriranno, quelli che manterranno il distanziamento fra gli spettatori potranno sbandierarlo come un comfort maggiore dell’aria condizionata, del dolby surround o del sistema Imax). Inoltre, sempre sui treni, manterrei l’obbligo di mascherina, ma non per ragioni sanitarie: imbavagliati, quelli che parlano al telefono risultano meno molesti, anzi con il loro suono attutito contribuiscono alla sonnolenza del viaggio in treno. Il coprifuoco andrebbe mantenuto: fatto salvo chi si trova nei locali pubblici dove si potrà tornare a tirar tardi, chi è invitato in un’abitazione privata deve fare ritorno a casa entro le 22.00 (salvo non si fermi anche a dormire – o a fare altro, ça va sans dire): questo garantirebbe sia gli invitati, i quali appena arrivati si troverebbero subito la cena pronta senza inutili aperitivi e convenevoli come un tempo, sia il padrone di casa, che avrebbe la certezza che i propri ospiti entro le 21.50 sarebbero fuori dalla porta senza ulteriori chiacchiere o ubriacature moleste.

     

    Anche il divieto di assembramento mi sembra un ottimo argine a qualsivoglia deriva populistica, ma soprattutto a intossicazioni da traspirazione collettiva. Ma ciò che più di tutto spero manterremo anche in futuro di questo tempo balordo, è l’igiene: delle superfici – mi auguro la sanificazione diventi presto un tic, un riflesso condizionato, un atto involontario come la respirazione – ma soprattutto personale. Ora che abbiamo imparato a lavare le mani, è giunto il momento di risalire lungo il braccio: ascelle, collo, capelli. Soprattutto capelli. Quando torneremo in società sarebbe bello essere tutti profumati, specie sugli autobus e in metropolitana. Con la scusa di evitare una nuova pandemia, più shampoo e bagnoschiuma per tutti. Altrimenti ha ragione il Covid, a toglierci l’olfatto.