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Perché il bonus per le “aspiranti donne manager” è sbagliato

Il voucher per un Mba è offensivo: fa credere che se mancano dirigenti donne è perché non studiano. Le cause sono ben altre

24 Giugno 2020 alle 10:41

Perché il bonus per le “aspiranti donne manager” è sbagliato

Foto di Annie Spratt via Unsplash

Nella conferenza stampa conclusiva degli Stati generali, il presidente Conte ha riportato, tra le idee ricevute e apprezzate, quella di un voucher per pagare un Mba executive a 500 donne all’anno che aspirano a diventare manager. La notizia non è tanto nella proposta, che è nel calderone delle centinaia di idee ancora lontane dal raggio d’azione del governo, quanto nel fatto che sia stata favorevolmente accolta dal governo, o quanto meno da Giuseppe Conte. Dell’idea c’è difatti solo questo: una proposta, avanzata peraltro dalle stesse business school che dovrebbero beneficiarne. Qualsiasi commento su come possa funzionare, a partire dall’individuazione delle donne che aspirano ad essere manager e dei master abilitati, sarebbe prematura. Così come sarebbe troppo presto porsi il problema del pericolo di discriminazione. Se fosse infatti una misura positiva per il genere femminile, lascerebbe al margine le tante donne che senza dovere o volere diventare manager fanno fatica a mettere insieme lavoro, guadagno, cura della famiglia. Se fosse invece un incentivo alla formazione di una nuova, qualificata classe dirigente non si vede perché dovrebbero beneficiarne solo le donne.

  

Ma, appunto, questi commenti vanno ben oltre il fatto che il presidente Conte ha semplicemente citato e accolto un’idea. Quel che merita è, invece, soffermarsi proprio sulle ragioni per le quali questa idea sia stata anche soltanto presa in considerazione dal capo del governo. Probabilmente, a tutte le donne già avviate in un percorso professionale farebbe piacere avere una borsa di studio per partecipare a un executive master. Altrettanto probabilmente, però, a nessuna donna che ha difficoltà a farsi strada nel mondo del lavoro un titolo del genere cambierebbe alcunché.

  

Sostenere che, per consentire alle donne di diventare manager, occorre finanziare specificamente la loro formazione professionalizzante è offensivo e fuorviante. Offensivo perché dà adito alla conclusione che, se non ci sono abbastanza donne manager, è perché non ne hanno le competenze. Fuorviante perché il problema non è nella loro formazione, ma nell’ingresso nel mondo del lavoro e nella possibilità di carriera. Le divergenze di genere non riguardano il momento in cui si studia, ma il momento in cui si mettono a frutto gli studi, dove un mix di pregiudizi di genere e difficoltà di conciliazione delle responsabilità e dei tempi familiari e di lavoro (specie a livelli apicali) diviene, per molte donne, un obbligo a scegliere a quale dei due tempi e delle due responsabilità rinunciare. In Italia, quasi il doppio delle donne rispetto agli uomini è iscritto a un master. Un dato che, nell’Ue a 28, ci vede secondi solo a Germania e Francia, dove comunque il titolo è ugualmente ottenuto da uomini e donne (Eurostat 2017). Ammesso che il voucher Mba serva a certificare le competenze, potremmo tranquillizzare il governo che in Italia per ogni uomo iscritto a un master ci sono quasi due donne. Evidentemente i problemi vengono dopo, nel momento di dimostrare di averle conseguite. In altri termini, nella possibilità di avere accesso, a parità di titoli, alle stesse opportunità di lavoro e carriera che hanno gli uomini. In Italia, i 3/4 dei manager sono uomini, ben al di sopra della media Ocse, con un dato costante nel tempo (Ocse 2013-2018). Segno che le donne, al di là degli studi, hanno rinunciato, o non è stato consentito loro, di arrivare laddove sono arrivati gli uomini, probabilmente perché su di loro ricadono responsabilità familiari di fronte alle quali sono lasciate sole, dai loro partner forse, ma anche dalle istituzioni.

  

Come farle essere meno sole è, allora, la domanda. E per avere una prima risposta non serve andare tanto lontano a suggerire al governo chissà quali soluzioni. Dinanzi al silenzio del governo sulla riapertura delle scuole, vale la pena ricordare cosa accadde all’astronomo di Esopo, che a furia di guardare le stelle non vide il pozzo in cui cadde.

Serena Sileoni

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