cerca

Di che cosa parliamo quando parliamo di “Arancia meccanica a Manduria”

Burgess, Kubrick e il male che siamo indotti a compiere

1 Maggio 2019 alle 06:09

Di che cosa parliamo quando parliamo di “Arancia meccanica a Manduria”

Arancia meccanica a Viterbo, Arancia meccanica a Manduria. I recenti casi di cronaca dello stupro di gruppo, in cui sarebbero coinvolti due esponenti laziali di CasaPound, e della baby gang pugliese, che ha picchiato a morte un anziano disabile, sono stati inevitabilmente accostati al romanzo del 1962 di Anthony Burgess, tanto più ora che dalle sue carte postume emerge un seguito intitolato “The Clockwork Condition”, “La condizione meccanica”. L’accostamento è facile ma forse più ispirato dal film di Stanley Kubrick, tratto dal romanzo nel 1971, che diverge per un dettaglio cruciale: la scena finale non corrisponde all’ultimo capitolo del testo pubblicato. Kubrick infatti conclude mostrando il protagonista Alex che, pur sottoposto a un crudo trattamento antiviolenza, è pronto a ricominciare come se nulla fosse e dichiara: “Ero perfettamente guarito”. Burgess invece aveva aggiunto a questa scena pagine in cui, dopo un salto temporale, Alex ormai adulto ha messo la testa a posto e rinunciato all’ultraviolenza come a un balocco infantile.

 

La differenza è sostanziale poiché determina il modo in cui noi, tramite l’occhio del regista o dell’autore, scegliamo di guardare alla violenza giovanile oggi. Se siamo kubrickiani, la storia di Alex e dei suoi drughi verte sull’ultraviolenza fine a se stessa, praticata per noia (come è stato detto riguardo al gruppo di Manduria) soprattutto nelle scene in cui picchiano a morte il barbone ubriaco o violentano la donna nella casa di campagna. Le somiglianze con l’attualità sono rimarchevoli ma bisogna scavare più a fondo: se siamo invece burgessiani, infatti, la storia diventa un interrogativo sul trattamento con cui Alex viene neutralizzato. È giusto, pur di debellare il male, privare un uomo della libera scelta e imporgli meccanicamente di provare repulsione ogni volta che sente insorgere istinti violenti nell’animo? Burgess risponde che non è giusto; infatti Alex guarisce non quando viene curato (il film mostra plasticamente la ricaduta) bensì quando cresce assumendosi le proprie responsabilità di individuo, le cui colpe e la cui innocenza non dipendono dalla società o dalla noia o dall’esempio altrui.

 

L’equivoco in realtà è poco filosofico anzi nasce da un misfatto editoriale: in America, il romanzo di Burgess venne pubblicato monco del finale sul ravvedimento e così giunse nelle mani di Kubrick, che restò talmente spaventato da ciò che aveva filmato da impedirne la circolazione fino alla propria morte: le prime proiezioni avevano scatenato la proliferazione di imitatori di Alex e compagnia. Il testo inedito di Burgess (che va atteso con curiosità non priva di scetticismo: l’autore era un grafomane seriale, se scartava qualcosa proprio non era convinto) pare si interroghi sugli effetti morali del film di Kubrick e nuovamente incentri la propria riflessione sulla meccanicità con cui l’uomo è indotto a compiere il male o il bene. Questa meccanicità preoccupava Burgess più della violenza in sé e dovrebbe preoccupare anche noi.

 

L’automatismo con cui, ogni volta che la cronaca ci pone di fronte a questi atti malvagi, li cataloghiamo con etichette impolverate (“il branco”, “la baby gang”, “Arancia meccanica”), c’interroghiamo con stanca retorica e ci ripromettiamo inorriditi che non accadrà più, è un tentativo di estirpare il male con la stessa artificiosità del trattamento di Alex, cioè senza accettare che sia una parte integrante dell’animo con cui ognuno deve combattere quotidianamente per conto proprio. Nel frattempo tuttavia fomentiamo l’Alex in noi stessi ritenendoci superiori a ogni legge morale assoluta (Burgess spiega espressamente che è un nome con l’alfa privativo: a-lex, senza legge) e costruiamo i nostri giudizi di valore su questa preminenza dell’individualismo e del relativo, salvo poi scandalizzarci quando i più cattivi esagerano. E’ per questo che di volta in volta, dopo essere inorriditi di fronte alle cronache più atroci, ci convinciamo di essere perfettamente guariti mentre non lo siamo mai.

Antonio Gurrado

Nato nel 1980. Vive a Pavia (è ghisleriano) dopo essere vissuto a Gravina in Puglia, Napoli, Modena e Oxford. Scrive di religione, editoria, illuminismo, calcio e Inghilterra; anche su Tempi e su Quasirete della Gazzetta dello Sport. Libri: Voltaire cattolico (Lindau) e Ho visto Maradona (Ediciclo).

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • verypeoplista

    verypeoplista

    03 Maggio 2019 - 12:12

    Credo che il concetto di"guarigione"(dal male di fare violenza)sia profondamente errato:sarebbe come a dire estirpo un rene che funziona normalmente(come un qualsiasi altro organo vitale):il male o violenza(dalle forme più lievi a quelle di cui si parla) è insito nel nostro DNA che si esprime attraverso il nostro comportamento(in prima istanza l'autodifesa e il riconoscimento di se e l'ambiente nel quale si agisce).Quindi siamo tutti,anche,"male"e entro certi limiti esso ci serve pure e al contempo è necessario.L'ambiente,che agisce su di noi,in prima istanza(famiglia-lavoro-scuola istituzioni),in"ultima istanza"interviene quando quei limiti vengono superati e si esprime nei termini di risposta punitiva.La linea di demarcazione per tutti diventa l'autocontrollo;tanto più esso è coerente con il se e l'ambiente tanto minori saranno le probabilità di esagerare in violenza(nelle varie forme astratte e"meccaniche")e quindi incorrere nelle punizioni previste che non sono mai"cure"ma reazioni

    Report

    Rispondi

  • luigi.desa

    02 Maggio 2019 - 13:01

    Ho un armamentario giuridico ( accademico ) e di cultura generale per avere consapevolezza degli infiniti giudizi contrari belluini delle anime belle e pietose ma la abolizione della fustigazione ( l'Inghilterra nel 1945) per atti di violenza teppistica bulliistica varie ed eventuali per me resta un vulnus nel panorama delle sanzioni per quella tipologia di reati, Oggi in Italia ,non a Berlino, c'è sempre un giudice che cincischia " ragazzate" , qualche altro per Manduria vuole applicare il fresco reato di tortura. Bene mai più fustigazione ,ma quei malvagi ragazzi pagheranno effettivamente per la violenza compiuta? No, riceveranno una paternale a non farlo più .Ma la cronaca continuerà a raccontare di violenze insensate.

    Report

    Rispondi

  • Giovanni

    01 Maggio 2019 - 16:04

    Dietro la baby gang malvagia c'era tutta una major gang di adulti che sapeva e nulla ha fatto per fermare i teppistelli. La vittima per questi era il giocattolo da rompere come quando si spezzano le gambe delle bambole ma per gli adulti che sapevano e che vedevano era il piacere sadico di vedere un pover'uomo che soffriva le pene dell'inferno. In fondo sappiamo come la gente accorreva allo spettacolo della ghigliottina e come godeva del terrore del condannato che si pisciava addosso oppure ancor prima, alle decapitazioni o ai roghi e ancor prima agli squartamenti. E ancor oggi negli Stati Uniti per le condanne a morte mediante iniezione letale. In Iran i condannati vengono impiccati appesi ad una gru meccanica e tanta gente accorre a vedere lo "spettacolo" di un essere umano che spasima per minuti e minuti prima di morire. Siamo animali? No, gli animali non godono delle sofferenze di un altro animale. Noi sì!

    Report

    Rispondi

Servizi