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Lo “choc multiculti” in Belgio

L’ex capo di Medici senza frontiere Alain Destexhe spiega che a non governare l’immigrazione si finisce come a Bruxelles

17 Marzo 2019 alle 06:02

Lo “choc multiculti” in Belgio

Foto LaPresse

Roma. Negli anni Novanta, il dottor Alain Destexhe fu scelto come segretario generale di Medici senza frontiere al posto del “dottor Schweizer rosso”, il battagliero Rony Brauman. Destexhe divenne famoso per gli appelli sul New York Times durante il genocidio in Rwanda e per aver aiutato ad accendere l’attenzione sul diritto d’asilo. Tutto ci si poteva attendere da lui tranne che un libro dal titolo Immigration et intégration: avant qu’il ne soit trop tard… In Belgio sull’immigrazione è caduto un governo. Il premier Charles Michel ha rassegnato le dimissioni dopo che i nazionalisti fiamminghi si erano opposti alla firma del Global compact sui migranti dell’Onu. “Rispetto alla sua popolazione, il Belgio ha sperimentato uno choc migratorio più importante di Francia, Germania o Paesi Bassi”, scrive Destexhe nel libro. “In vent’anni, il Belgio ha naturalizzato da 600 a 700 mila persone, il 5-6 per cento della popolazione, per non parlare di clandestini e richiedenti asilo. L’inizio dell’onda risale al 2000, quando il Belgio ha adottato tre politiche. Un ricongiungimento familiare estremamente facile, la massiccia regolarizzazione dei clandestini e la facilitazione della procedura di naturalizzazione. L’effetto combinato di queste misure ha creato un afflusso di un milione di persone in dieci anni in un paese di dieci milioni! Uno choc che ha portato a un cambiamento nella composizione del paese, specialmente a Bruxelles, aggravando i problemi del comunitarismo, del salafismo e del separatismo culturale”. Destexhe propone diverse misure per controllare l’immigrazione, dalla revisione del processo di ricongiungimento familiare alla fine dei sussidi per le lobby filo-islamiche e dei fondi stranieri alle organizzazioni musulmane.

 

Grazie all’immigrazione, la popolazione belga è in costante crescita. “Immaginate che cinque-sei milioni di persone acquisiscano la nazionalità francese senza un’integrazione economica o culturale nella società, provocherebbe un putiferio. Proporzionalmente è quello che è successo in Belgio”. L’immigrazione in Belgio è stata più alta che nei Paesi Bassi, in Francia e in Germania, e persino superiore a quelle negli Stati Uniti rispetto alle dimensioni. Ad Anversa, capitale delle Fiandre, la parte di popolazione immigrata ha appena superato quella allogena. Nella città di Malines, un quarto della popolazione è già oggi musulmana. Parlando con la radio belga Rtbf, lo scrittore algerino Boualem Sansal ha appena detto che “in 50 anni il Belgio potrebbe essere islamizzato. Queste non sono parole scioccanti, è quello che osservo”. E gli islamisti in Belgio non potrebbero essere più d’accordo. Il vice capo della Grande moschea di Bruxelles, Nordine Taouil, è sotto accusa per questa frase: “In 50 anni, tutta l’Europa - inshallah - sarà musulmana”. Destexhe spiega che una immigrazione non governata porta alla ghettizzazione. La metà degli alunni delle scuole elementari di Anversa è già musulmana, secondo le cifre del responsabile dell’istruzione Claude Marinower. Le cifre variano dai quartieri. A Kiel, l’83 per cento dei bambini è musulmano, ad Anversa nord il 64 per cento e a Borgerhout il 63. In una scuola di Bruxelles, il Koninklijk Atheneum Anderlecht, l’80 per cento è musulmano. “Un terzo della popolazione di Bruxelles è già musulmana”, ha indicato Olivier Servais, sociologo dell’Università cattolica di Lovanio. E’ la domanda posta, da liberale, da Destexhe. Che fare prima che sia troppo tardi?

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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