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Jordan Peterson va in Svezia e mette in crisi la “Corea del nord del femminismo”

Il ministro degli Esteri Wallström e lo psicologo conservatore

Giulio Meotti

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meotti@ilfoglio.it

18 Novembre 2018 alle 06:24

La battaglia di Jordan Peterson contro le sintesi viziate degli altri

Jordan Peterson

Roma. Che succede quando un guru conservatore accusato dai liberal di mezzo mondo di essere un reazionario visita la “Corea del nord del femminismo”, come Jean-Claude Michéa ha definito la Svezia? Se qualcuno pensi che il Canada produca ormai solo Justin Trudeau e Margaret Atwood, è arrivato Jordan Peterson a smentirlo. Due anni fa, il Canada ha varato una legge che ha imposto alle università l’uso del pronome neutro. Docente di psicologia che ha insegnato all’Università di Harvard e di ruolo all’Università di Toronto, Peterson ha risposto alla legge con un video su YouTube rivolto agli studenti, in cui attaccava la legge C-16 e paragonava quanto stavano facendo i liberal canadesi alle azioni degli “stati politici totalitari”. Adesso il New York Times lo definisce “il più influente intellettuale pubblico nel mondo occidentale”.

 

Il suo libro “Dodici regole per la vita: un antidoto al caos” è diventato un successo internazionale e ha venduto più di un milione di copie. La gente fa la fila per andare a sentirlo e i biglietti costano quanto quelli di un concerto degli U2. “L’occidente ha perso la fede nella mascolinità”, dice Peterson, “ed è qualcosa di simile alla morte di Dio”. Il famoso “privilegio bianco”? Una “bugia marxista”. Il suo messaggio centrale è una critica radicale della moderna cultura liberal, che egli considera “suicida” nella sua ansia di distruggere alcune verità antiche.

 

Insomma, Peterson è appena volato in Svezia a parlare della sua opera e del suo libro. E visto che lo psicologo canadese stava mietendo consensi in una “repubblica del consenso” come la Svezia, è dovuto intervenire persino il ministro degli Esteri, Margot Wallström, una super femminista, che ha invitato Peterson a “strisciare sotto la roccia da cui è sbucato”, aggiungendo che “non riesco a capire come mai così tante persone perdano tempo dietro a quell’uomo”. “Non vedo alcuna prova del fatto che lei sappia di cosa stia parlando”, le ha risposto Peterson. Poi ha ricambiato il favore alle femministe svedesi dicendo, all’emittente Svt, che “la Svezia è un esperimento sociale che ha implicazioni per tutto il mondo”.

 

Il principale quotidiano svedese, Dagens Nyheter, ha pubblicato un editoriale della columnist Lisa Magnusson, in cui Peterson è stato definito “l’influencer più importante per i celibi involontari”.

 

“Il coraggio di Wallstrom: abbracciare leader terroristi, inchinarsi a dittature misogine come i sauditi e poi criticare Jordan Peterson”, ha scritto invece la scrittrice e blogger Katerina Janouch. Gli ospiti nello studio del programma tv Skavlan guardavano Peterson parlare dell’ugualitarismo come fosse un marziano. “Perché pensi che l’uguaglianza di genere possa essere un problema?”, gli domandano. Peterson non la considera così, risponde, il principio delle pari opportunità per donne e uomini è importante. Tuttavia, considera “folle, pericolosa e impossibile” l’ideologia gender. “Le ragioni delle differenze tra donne e uomini sono due: culturale e biologica”, spiega Peterson, lasciando a bocca aperta gli interlocutori. “Le persone si sentono scioccate quando sentono questo, ma gli scienziati lo sanno da almeno 25 anni”. Il conduttore gli chiede allora: “Ti piace provocare?”. Peterson replica: “Dico solo quello che penso sia vero”. La politica Annie Lööf, ovviamente, non era abituata a essere sfidata su questa materia da un’autorità competente. L’unica cosa che ha da dire quando Peterson riassume venticinque anni di risultati di ricerca coerenti su uguaglianza e differenze di genere è che no, lei non è d’accordo. “Non sono d’accordo”, ripete Lööf. Dove si dimostra l’assunto di Peterson che ormai l’ideologia in occidente ha preso il posto della realtà.

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