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Cattivi Scienziati

Perché è sbagliato dire che non ci si può estinguere a causa di un virus

Enrico Bucci

Ci sono due tipi di motivazioni per cui si tratta di un'affermazione sbagliata: le prime di ordine logico e le seconde fattuali

A seguito di un mio recente articolo che mostrava, ancora una volta, come le teorie fatte per supportare l’idea di un obbligato rabbonimento dei virus siano sostanzialmente credenze non supportate e al di fuori della moderna sintesi fra darwinismo, biologia molecolare e delle popolazioni, mi è stata rivolta nuovamente un’obiezione che immancabilmente ritorna, un argomento “ex post” che vale la pena di affrontare una volta per tutte.

 
I virus e i patogeni in generale, si dice, non hanno mai assunto, nemmeno nei casi peggiori, una patogenicità tale da mettere in pericolo di estinzione una specie, e particolarmente la nostra. Questo vuol dire che esiste un limite superiore alla virulenza, e quindi che, alla fine, l’idea che un parassita non dia “fuoco alla propria casa” sia davvero supportata, e la tendenza alla convivenza fra ospite e parassita sia inevitabile.

 
Ora, vi sono una serie di errori in questa formulazione: alcuni di ordine logico, altri fattuali.

 

Cominciamo dal piano logico, quello più ovvio: innanzitutto, se siamo qui a fare osservazioni vuol dire che non ci siamo estinti, ma questo non garantisce che la cosa non accada in futuro – anzi, osservando la storia della vita sulla terra, l’estinzione è una cosa certa. L’argomentazione “ex-post”, dal nostro privilegiato punto di “non estinti”, non funziona, proprio come dal fatto di essersi lanciati senza paracadute, ma di essere ancora vivi in volo, non consegue l’idea che chi si lancia senza paracadute sopravviva. Il secondo errore logico sta in quel “e quindi”: se esiste un limite superiore alla virulenza di un parassita, questo non vuol dire affatto che ciò sia dovuto a una legge di natura che porta a qualche forma di convivenza, perché i motivi di questo limite, come vedremo, possono essere (e sono) diversi.

 
Andiamo poi sul riscontro fattuale: davvero nessuna specie si è mai estinta a causa di un parassita? La cosa è certamente falsa, perché esistono casi documentati di estinzioni causate da parassiti osservate in epoca moderna.

 

Perché allora non siamo stati già estinti da parassiti? Forse perché siamo una specie relativamente giovane e il parassita che ci estinguerà deve ancora sorgere? Oppure abbiamo qualche caratteristica particolare che ci protegge, diffusa magari fra tutte le specie nostre contemporanee?

 
Il motivo per cui è estremamente improbabile che una specie ampiamente diffusa si estingua per colpa di patogeni di inusitata virulenza sta in una semplice dinamica di popolazione, ben studiata da chiunque abbia qualche rudimento di ecologia delle popolazioni.

 

Per propagarsi, un parassita ha bisogno di una popolazione di ospite distribuita in modo omogeneo a sufficienza da potersi trasmettere da un individuo a un altro. Se però il parassita è molto virulento e letale, anche in mancanza di qualsiasi reazione da parte dell’ospite, accadrà un fatto importante: la popolazione dell’ospite tenderà a frammentarsi in una serie di popolazioni residue isolate, proprio a causa della mortalità estrema indotta dal parassita, diminuendo le occasioni di contatto tra individui sempre più distanti fra loro. Fra le comunità di ospite residue, per ragioni stocastiche ve ne saranno alcune isolate non più raggiungibili dal virus, e che quindi sopravviveranno, quando ogni altro gruppo sarà estinto. La specie ospite, cioè, passerà attraverso un severo imbuto evolutivo, ma se inizialmente consiste di una popolazione sufficientemente ampia e sufficientemente diffusa da un punto di vista geografico, probabilmente sopravviverà a causa dell’aumentare della distanza media fra gruppi e individui; il parassita, se è obbligato (se cioè non ha altri ospiti), si estinguerà.

 

Questo semplicissimo modello funziona anche in assenza di un sistema immunitario evoluto; in presenza di quello, le cose cambiano in maniera drastica, perché, qualunque sia la letalità raggiunta inizialmente da un virus, non vi è nulla di più letale di una cellula T-killer addestrata e del nostro sistema immunitario, e perché il tempo di evoluzione della risposta immune è della stessa scala di quello a cui mutano virus e altri parassiti.

  
Noi portiamo, iscritte nel nostro genoma, tracce di infezioni devastanti, avvenute anche ben prima che la nostra specie emergesse, le quali hanno certamente causato una mortalità ampia, tale da ridurre la diversità genetica anche della popolazione umana; ma il meccanismo suddetto ha fatto sì che superassimo la strettoia e rende altamente improbabile che un parassita, da solo, riesca ad estinguere una specie diffusa quanto lo è attualmente la nostra.

  

Non sfuggirà che la dinamica indicata, supportata da una serie di dati storici, genetici ed epidemiologici, è molto, molto diversa dall’idea che non possano emergere e diffondersi ampiamente parassiti anche molto letali, perché il virus “ha interesse a preservare l’ospite”, come gli analfabeti del darwinismo continuano a ripetere: al contrario, è proprio l’elevata mortalità nella popolazione ospite che genera popolazioni isolate e lontane dal virus, per quelle specie (come per esempio nel caso di molte piante), e molto prima di questo punto il mobile equilibrio dell’interazione parassita-ospite viene spostato dal sistema immune.

 
Ovviamente, nessuno vuol vedere la popolazione umana decimata, prima che un virus si estingua: per questo motivo, ancora una volta, non ci affidiamo alla natura, ma ai vaccini, ai farmaci e alla conoscenza scientifica, lasciando da parte le consolatorie bubbole sull’adattamento a nostro favore di virus e altri parassiti.

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