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“Questo lo dice lei!”. Come distinguere il giudizio esperto dalle bufale

Breve manuale per stanare cialtroni e ciarlatani

13 Aprile 2019 alle 06:00

“Questo lo dice lei!”. Come distinguere il giudizio esperto dalle bufale

Laura Castelli (foto LaPresse)

Roma. Se voleste una diagnosi affidabile del mal di stomaco che vi affligge, non vi rivolgereste a un economista; così come se cercaste una spiegazione delle determinanti dello spread, non andreste a chiederla a un medico. Adam Smith, nella sua pietra miliare dell’economia moderna, aveva chiamato il fenomeno “divisione del lavoro”, scoprendo che la gran parte dei sistemi economici sono più efficienti se ognuno si specializza in ciò che sa fare bene e lo fa anche per gli altri. Negli anni ’90, il filosofo della scienza americano Philip Kitcher mostrò che lo stesso vale per la “divisione del lavoro cognitivo”: ovvero la società nel suo complesso e ogni singolo cittadino che la compone traggono maggior vantaggio a delegare agli esperti i giudizi e le decisioni in quei campi nei quali occorrono specifiche competenze.

  

Eppure, mai come oggi, tutti sono “esperti” di tutto. Basta una ricerca su Google o, peggio, un’occhiata a quello che “pensano” gli “amici” di Facebook, ed ecco che siamo pronti a dispensare (presunte) certezze su spread, vaccini e riscaldamento globale.

 

Il problema, secondo Tom Nichols – The Death of Expertise (2017) –, è che chi si informa lo fa generalmente in modo acritico, senza comprendere che la scienza non è quella cosa dove tutti studiano un po’ di tutto, ma è quel contesto in cui tutti studiano qualcosa molto bene, in dettaglio, in modo approfondito, e soprattutto con metodi adeguati, i cui prodotti sono sottoponibili a un controllo rigoroso e intersoggettivo da parte della comunità di scienziati. Una comunità che si è attrezzata per riconoscere chi può farne parte e chi è invece solo un ciarlatano.

 

Forse vi stupirà, ma esiste un intero campo d’indagine scientifica che si occupa proprio di discriminare chi è esperto da chi non lo è. Una sorta di scienza degli esperti, i cui cultori (tipicamente filosofi, sociologi e storici della scienza, ma anche gli stessi scienziati) sono appunto “esperti di esperti”. Ovvero coloro che, sulla base di precisi criteri, sanno distinguere un esperto autentico da uno spacciatore di bufale.

 

Alcuni di questi criteri derivano dal senso comune. Quattro sono i fondamentali: la rilevanza, il supporto, l’accordo e l’imparzialità. Innanzitutto, un esperto deve essere rilevante, cioè esprimersi nel proprio campo di competenza e specializzazione. Non fidatevi di un esperto della fisica delle onde gravitazionali che pretende di parlarvi di vaccini. Perché? Perché non si può essere veri esperti tranne che in ambiti altamente specializzati. Secondo, un esperto deve sostenere le proprie asserzioni con argomentazioni cogenti ed evidenza scientifica. Un esperto saprà usare la propria familiarità con la disciplina per riconoscere quali affermazioni sono supportate da dati, pubblicazioni nel suo campo e risultati coerenti. Terzo, un esperto dovrà riconoscere l’accordo o meno della propria posizione rispetto al punto di vista della professione sulla stessa materia: maggiore l’accordo, maggiore l’autorità dell’esperto. Quarto, un esperto deve essere imparziale, cioè evitare che la propria opinione sia influenzata da interessi di tipo economico o di partito. Diffidate quindi da esperti di parte, senza indipendenza non può esservi sapere scientifico.

  

Il test di Turing per pseudoesperti

Altri criteri invece si avvantaggiano delle recenti ricerche di specialisti in “scienza delle bufale”. I sociologi della scienza Harry Collins e Robert Evans hanno messo a punto una versione tutta particolare del celebre test di Turing, non per distinguere tra uomo e computer, come nella versione originaria, ma per separare esperti da non esperti. Il test funziona così: in due stanze separate ci sono due esperti (veri), in una terza stanza un presunto tale. I tre sono isolati, e possono comunicare soltanto fornendo domande o risposte tramite dei computer. Uno degli esperti cerca di riconoscere quale, tra gli altri due, è quello presunto, cioè, in termini scientifici, il soggetto testato. Se non riesce a distinguerlo, il presunto esperto è ufficialmente dichiarato esperto reale, proprio in virtù del fatto che due veri esperti dovrebbero essere indistinguibili rispetto alla loro competenza. Il test di Turing per esperti funziona molto bene, ed è stato a sua volta messo alla prova in molti ambiti e ricerche. Ma è complicato da fare in pratica, quindi spesso dobbiamo accontentarci di applicare altri principi.

 

Anche la psicologia cognitiva ha dato un recente contributo allo studio del giudizio esperto. Per esempio, si è osservato che gli esperti si contraddicono poco, e che hanno una grande abilità nel riconoscere sottili differenze tra problemi in apparenza molto simili tra loro, ma in realtà diversi l’uno dall’altro. Questi due criteri si chiamano “coerenza” e “discriminazione”, e il rapporto tra di essi è statisticamente correlato alla vera expertise.

 

Saper demarcare tra esperti e pseudoesperti oggi è fondamentale anche per valutare l’autorità delle fonti di informazione. Un’esigenza sempre più avvertita dalle maggiori testate giornalistiche mondiali e dai social media. Su Facebook troviamo un pulsante “i” sotto ai post provenienti da siti esterni, che ci informa sulla tipologia di sito che ci sta dando l’informazione, sulla geolocalizzazione delle condivisioni, e così via. Allo stesso modo alcune testate giornalistiche come la BBC e Al-Jazeera si sono dotate di vere e proprie guide per analizzare le fonti e riconoscere le notizie fasulle.

  

Adottare come società i criteri scientifici per cui un esperto è tale, significa non poter più rispondere “questo lo dice lei perché, se chi dice qualcosa è esperto nel campo in cui parla, allora ascoltarlo è un dovere che porta beneficio a tutti. Mentre chi non lo è, alla luce di questi stessi criteri condivisi, farebbe bene a tacere e imparare, perché oltre a esporsi a una figuraccia sta recando un danno alla società.

  

Matteo Motterlini e Carlo Martini, Università Vita Salute San Raffaele

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